Referendum Veneto, cosa ci insegna

referendum_venetoLa questione del referendum sull’indipendenza del Veneto evidenzia alcune caratteristiche del modo di fare politica oggi presente in Italia. Non mi sembra sia interessante disquisire sui numeri della partecipazione e della differenza abissale tra i dati forniti dagli organizzatori (oltre due milioni e trecentomila “voti”) e alcune agenzie specializzate nel monitoraggio del traffico della rete internet (il sito plebiscito.eu dove si votava è stato contattato circa centomila volte con un errore stimato in + o – il 20%). Vorrebbe dire partecipare a una polemica che assumerebbe caratteristiche simili alla rissa dove ognuno si sentirebbe libero di affermare la “sua verità”. Mi sembra, invece, interessante rilevare proprio questo aspetto relativo al pressapochismo che, da un po’ di tempo, è diventato caratteristica peculiare del modo di fare politica nell’Italia. Un “politica” che ha abiurato alla sua missione storica di evoluzione della società e che è sempre più diventata materia di una cerchia di addetti ai lavori che, coscientemente o meno, si sono isolati in una sorta di torre d’avorio. La vera politica, quella che dovrebbe essere fatta per passione civile e perché è indispensabile per il progresso del paese, è stata tradita, umiliata. È soprattutto per questo che i cittadini oggi tendono a dichiararsi nemici della politica, non riuscendo più a distinguere il progetto dalla propaganda, lo statista (ormai una specie rara e in via di estinzione) dal politicante. Questa confusione che, credo, sia alimentata da chi vuole mantenere fette di potere a scapito della partecipazione popolare alla cosa pubblica, è una sconfitta di tutti ed è sintomo di quell’arretramento culturale che investe da troppi anni la nostra società.

Ormai il fare politica si basa quasi esclusivamente su opinioni e slogan che si basano su presupposti difficili da verificare. I dati e le informazioni contano poco. E conta poco la realtà che si vive ogni giorno. Contano, invece, i titoli dei giornali (molto più dei contenuti), le notizie urlate, i proclami, le promesse, gli annunci roboanti, i sondaggi comunque fatti. Il dibattito diventa prevaricazione e vince chi urla più forte o chi la spara più grossa.

Detto questo sarebbe miope non rilevare come la disgregazione della nostra nazione esiste e come non sia solo l’obiettivo di una minoranza (più o meno consistente) del paese. Esiste, e senza dubbio è il frutto, soprattutto, di quella politica che è diventata una pratica sempre più adatta a personaggi mediocri, attenti a interessi personali, miserabili. In Italia, più che in altre parti del mondo, vince un modo di agire politico che ha esasperato l’egoismo e l’individualismo e ha umiliato il concetto di solidarietà che è alla base della nostra Costituzione. È la “questione morale”, vera emergenza democratica del paese, che ha significato l’occupazione delle istituzioni da parte di ex partiti di massa trasformatisi in un insieme di comitati d’affari. Comitati d’affari che sottomettono il governo del paese agli interessi particolari di una casta dirigenziale che pare inamovibile. Così privilegi odiosi come l’evasione fiscale ( permessa e troppo spesso anche incentivata), lo sfruttamento del lavoro altrui e le speculazioni di vario genere, diventano una cosa “normale”, un diritto acquisito. La sperequazione trionfa a scapito del diritto e della solidarietà. Anche per questo hanno buon gioco le spinte separatiste sempre più diffuse nel territorio italiano. Se poi queste sono supportate da campagne mediatiche che prendono per buone tutte le notizie senza verifica né logica, o se vengono propagandate da nuovi e vecchi politicanti attenti principalmente al restare sulle prime pagine dei giornali (il caso di Grillo sulla suddivisione dell’Italia è emblematico in questo senso), la loro diffusione assume un aspetto inquietante. Numeri, statistiche e risultati vengono asserviti allo scopo.

La differenza enorme tra le cifre fornite sulla partecipazione al “referendum” in questione sono un esempio clamoroso di questa maniera poco scientifica di procedere. Quello che resta nell’immaginario di ognuno è, a seconda delle convinzioni di ognuno, la clamorosa affermazione delle ragioni di chi ha promosso il referendum o un flop altrettanto clamoroso. Ma i problemi reali e la verità certa passano in secondo piano. Non sono “interessanti” come quelli virtuali. Questa maniera di diffondere le informazioni e le notizie (una maniera che si basa più sulla propaganda che sul dato scientifico) è un ulteriore male del nostro paese. Ognuno può dire la sua o dare i suoi numeri senza “pezze giustificative”, senza avvalorare le sue tesi con basi solide e certe.

Dobbiamo riprenderci la voglia e il gusto di sapere. Dobbiamo pretendere di essere informati non attraverso il pettegolezzo o il “si dice” ma con approfondendo con semplicità e chiarezza le cause e gli effetti di quello che sta succedendo nel nostro paese e nel mondo. Conoscere e avere i mezzi per interpretare la realtà è una condizione necessaria per tornare a fare politica vera, spazzare via i tanti imbonitori e i politicanti mediocri che infestano le istituzioni, tornare ad essere protagonisti del nostro futuro.

Giorgio Langella

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