“Renzi-Merkel, dietro il teatrino mediatico niente. Anzi, peggio”. Intervista a Vladimiro Giacché

deutsche bankChe valutazione dai del confronto bilaterale tra Merkel e Renzi?
Non ho capito nel concreto quale sia il risultato. A me sembra ci sia molto fumo mediatico e propaganda, e in parte un fuoco di sbarramento da parte dei giornali tedeschi, che hanno espresso simpatia ma con tutta una serie di cautele. Anche l’atteggiamento della stampa più vicina al governo tedesco è ambivalente. Alla vigilia, ad esempio, mettevano in rilievo la rinascita del nazionalismo, come lo chiamano loro, in Italia e le difficoltà del Pd che ha un atteggiamento più disponibile e aperto di altri nei confronti dell’Unione europea.

I risultati sul piano economico?
Un risultato vero sarebbe potuto essere soltanto da un lato l’allargamento delle maglie della disciplina fiscale e dall’altra un pronunciamento deciso da parte della Germania per l’espansione della domanda interna, che in questi anni non c’è stata. Stante la rigidità del cambio, se la sola cosa che ottengo per me è fare politiche espansive tutto ciò si traduce in uno squilibrio della bilancia commerciale. La Germania, infatti, ha una forte capacità di esportazione a causa della compressione dei salari. Renzi quindi avrebbe dovuto ottenere di far saltare la disciplina di bilancio e dall’altro che la Germania faccia una politica di aumenti salariali per espandere la domanda interna e ridurre il surplus commerciale. Se ottengo la prima cosa e non la seconda, l’unico risultato è che i prodotti tedeschi saranno esportati di più da noi. A quanto è dato capire, non è stata ottenuta neppure la prima.

Rischi?
Se non si ottengono queste due cose, in particolare se non riusciamo ad agire sul deficit spending vedo la situazione dell’euro molto compromessa. Oggi abbiamo due fattori, due forme di rigidità:il fisco e il cambio, che non si può toccare. Se non salta la prima, sarà la seconda a saltare. E quindi via l’euro, perché a lungo andare una stessa moneta (che significa stessi tassi d’interesse) non può adattarsi a economie sempre più divergenti. E in ogni caso, se non cambiano le politiche europee assisteremo a un ulteriore impoverimento dei paesi del Sud Europa, schiacciati tra politiche di austerity controproducenti e l’impossibilità di svalutare (che costringe alla svalutazione interna, cioè a deprimere i salari per recuperare competitività). Per questo motivo è assolutamente irragionevole escludere come un tabù il fatto che possa saltare l’euro. E’ una sciocchezza come obiettivo politico e come analisi della situazione.

Questa formula degli incontri bilaterali con il codazzo di imprenditori come si andasse al cospetto del re non la trovi un po’ singolare nell’era dell’Europa unita?
Incontri bilaterali come questo smascherano la falsa collegialità di un’Europa in cui è evidente l’egemonia di un paese. Il problema è che questo paese è anche la principale fonte di squilibrio. La Germania ha un surplus enorme e tutti gli altri paesi sono in deficit. Il problema quindi è questo paese e la sua politica mercantilistica in cui gli aumenti di produttività non si trasferiscono ai salari: negli ultimi 15 anni essi sono diminuiti, mentre la produttività del lavoro aumentava di 14 punti percentuali. Altro strumento è stata la fiscalità di favore per le aziende che ha permesso loro maggiori profitti 50 miliardi all’anno. Questi due fattori hanno reso la Germania come un rullo compressore rispetto all’Europa.

Raccontata così sembra essere il profilo di una economia di guerra
A differenza di quello che ci insegna l’ideologia imperante in questo paese, non esiste soltanto la violenza fisica, ma anche la violenza economica. Le dinamiche economiche possono distruggere un’economia né più né meno di quanto faccia un bombardamento. Attualmente siamo a meno 25% nella produzione industriale. La caduta della produzione è a livelli da economia di guerra. Viceversa, per la Germania questo è il migliore dei mondi possibili. Loro emettono nuovo debito ma siccome i rendimenti sono inferiori al tasso di inflazione, così riducono il debito. Sembra paradossale ma è così. Finanziano le loro imprese a sconto, Esportano nell’eurozona e sostituiscono i produttori locali degli altri Paesi che non ce la fanno più. Fantastico. Ma c’è un problema: si tratta di un equilibrio instabile, che proprio le politiche tedesche tendono a destabilizzare.

Una importante cartina di tornasole sono i movimenti di capitali, dalla Germania e viceversa.
Per ora continua il rimpatrio di capitali tedeschi (e francesi) investiti in titoli di Stato dei paesi cosiddetti “periferici” dell’eurozona. Ma anche questo processo è destabilizzante. E’ uno dei fattori più pesanti di destabilizzazione dell’euro, che ha una delle sue ragion d’essere nell’intreccio dei sistemi finanziari. Per contro, è vero che una serie di imprese tedesche sta facendo shopping nel meridione dell’Europa. Sempre l’ideologia dominante dice che gli investimenti diretti esteri sono una cosa sempre e comunque positiva. La questione è più complessa perché è vero che l’afflusso di capitali può essere positivo, ma ci sono acquisizioni e acquisizioni. Se compro un’impresa italiana per eliminare un concorrente, la cosa non andrà a beneficio di chi lavora in quell’impresa.

Come credi che finirà la partita tra la Bce e la Germania sulla supervisione dell’attività degli istituti di credito.
Le armi per adoperarle bisogna averle. Noi ne abbiamo poche, e quelle che abbiamo non le usiamo. Lo si è visto nelle trattative per la cosiddetta “unione bancaria”. Che è un’unione molto insoddisfacente per il semplice motivo che le regole sono state stabilite a beneficio della Germania. Le banche vigilate da Bruxelles sono pochissime, perché la soglia minima di attivi necessaria per essere vigilati dalla BCE è stata fissata in 30 miliardi di euro. Questo favorisce il sistema bancario tedesco, che è ancora molto frammentato. Su 417 casse di risparmio, ad esempio, solo una sarà vigilata. Così potranno continuare a nascondere sotto il tappeto i problemi. Inoltre, la concorrenza bancaria è stata viziata dai soldi che sono stati versati alle banche in crisi nel 2008/2009. Lo hanno fatto tutti su larga scala tranne che noi. C’è una sproporzione enorme tra quanto hanno ricevuto le banche tedesche e quelle italiane: 260 miliardi contro 15; ma anche le banche danesi, per dire, hanno ricevuto 163 miliardi di euro. Sarebbe stata giusta quindi una clausola che correggesse questo squilibrio (nel senso di dare la priorità alla chiusura di banche che avevano già ricevuto aiuti di Stato rispetto a quelle che non ne avevano avuti). Niente di tutto questo. Il trattato sull’unione bancaria è uno dei casi di accordo che non si dovrebbe chiudere a queste condizioni. Meglio nessun accordo che uno così cattivo.

In tutto questo potrebbe materializzarsi il pericolo della deflazione. A quel punto?
La deflazione è sempre più prossima. E banca centrale europea non sta rispondendo al suo mandato. Considerato che il livello ottimale di inflazione secondo gli stessi Trattati è al 2%, dovrebbe fare di tutto per tenerlo a quel livello. Invece siamo molto al di sotto. Il tema deflazione è per noi è molto serio per un motivo semplice: perché la deflazione aumenta il valore reale (quindi il peso) del debito, proprio perché i prezzi di tutto (ma non del debito in essere) scendono. Quindi il valore nominale del debito resta lo stesso ma quello reale aumenta. La deflazione è un favore fatto al creditore e una fregatura per il debitore. Con un debito pubblico già al 133% del prodotto interno lordo, se entriamo in una fase di deflazione è molto probabile che esse diventi ingestibile in tempi brevi. Questo è il motivo per cui tutti coloro i quali che continuano ad agitare lo spauracchio dell’inflazione ragionano con categorie superate. Un po’ di inflazione ci farebbe bene. Ma ormai siamo abituati a pensare con paradigmi di impronta tedesca che vedono nell’inflazione un diavolo. L’egemonia è anche questo.
di Fabio Sebastiani da “controlacrisi”