Introduzione al libro “Novant’anni dopo Livorno”

copertina 90 PCI (1)1. Questo volume è frutto in primo luogo di due convegni che l’Associazione Marx XXI ha promosso (a Roma e a Bari) nel 2011, in occasione del 90° anniversario della fondazione del Partito comunista d’Italia: due convegni di riflessione e approfondimento sulla vicenda storica del Pci, nel tentativo di contribuire a un bilancio critico di quella esperienza, che è stata a un tempo l’esperienza del partito comunista più forte e radicato del mondo occidentale e parte rilevantissima della storia politica del nostro paese.

Ai testi presentati dagli studiosi intervenuti ai due convegni si sono poi aggiunti ulteriori contributi di storici e specialisti della storia del Pci, da Aldo Agosti a Renzo Martinelli, da Claudio Natoli ad Albertina Vittoria, che hanno arricchito il volume in modo significativo, consentendo alla riflessione storico-politica di studiosi e «intellettuali militanti» di intrecciarsi con alcune tra le acquisizioni più recenti e le letture più accreditate della storiografia sul Pci e sul movimento comunista nel suo insieme. Non va dimenticato, infatti, che in questi anni, accanto alla pubblicistica di cui diremo tra poco, è andato avanti anche un rigoroso lavoro di ricostruzione storiografica, sulla base della sempre più vasta documentazione disponibile.
Il presente volume è dunque un lavoro «a più facce», ricco di diversi approcci e anche di diverse interpretazioni, che copre vari momenti e aspetti della storia del Pci – dalla fondazione allo scioglimento, ovviamente senza nessuna pretesa di esaustività – e che si spera contribuisca a restituire una visione di ciò che il Pci è stato, più vicina alla realtà rispetto a quella che la pubblicistica corrente tenta di imporre in modo martellante.

2. L’esperienza del Partito comunista italiano, ormai da diversi anni, è infatti oggetto di una vera e propria damnatio memoriae, di un accanimento politico, giornalistico e storiografico volto a deformarla fino a renderla irriconoscibile, a demonizzarne protagonisti e passaggi decisivi, o in alternativa a rimuoverne del tutto il ricordo: una campagna che da un lato rientra nel battage anticomunista riavviato nel 1989-91 e che da allora continua a imperversare sebbene al tempo stesso il nemico storico sia dato irrimediabilmente per morto; dall’altro, è parte di quel tentativo di riscrivere o cancellare la storia della «prima Repubblica», della quale i partiti di massa – e il Pci in primis – furono parte così rilevante, in modo da poter procedere più agevolmente a quella «normalizzazione» del Paese e della sua coscienza di sé che in effetti è andata molto avanti in questi anni, fino ormai a far balenare stravolgimenti della nostra Costituzione e dello stesso assetto istituzionale.
Si tratta di una campagna giornalistica non priva di sponde storiografiche, sebbene spesso si tratti di una storiografia di opinioni, che di solito prescinde dai documenti e dai fatti, preferendo le supposizioni, i giudizi, le «valutazioni complessive». Un Pci «stalinista», «servo di Mosca» o comunque incapace di acquisire un suo profilo autonomo; un partito nemico dello sviluppo, sempre arretrato nell’analisi, incapace di comprendere, a causa della sua cultura politica, le «magnifiche sorti e progressive» del capitalismo degli anni del boom; un partito bigotto, moralista, conformista, antidemocratico: ecco alcuni dei veri e propri stereotipi che maggiormente sono stati diffusi e accreditati.
Il fatto che il Pci fosse portatore, con le sue idee di democrazia progressiva e riforme di struttura, di un progetto di democratizzazione avanzata dello Stato e della società italiani; un modello di «democrazia sociale» che si legava a una concezione di economia mista ben presente nella nostra Costituzione, non pone qualche dubbio ai demolitori. Né lo pone il fatto che tutte le forze politiche avessero legami internazionali, e che in più di una occasione il Pci ha dato prova di autonomia di giudizio ben maggiore di quella mostrata, ad esempio, dalle forze filo-atlantiche di fronte alla guerra del Vietnam – un conflitto durato ben dieci anni provocando un numero di vittime che le autorità vietnamite hanno calcolato in cinque milioni, uno dei maggiori crimini rimossi nella storia del Novecento – rispetto al quale le forze di governo continuarono a esprimere «comprensione» quasi fino alla fine. Le cose, dunque, come suol dirsi, sono «un po’ più complesse» rispetto a come sono veicolate nel senso comune. E questo libro prova a soffermasi proprio sulla complessità.
Respingere le visioni liquidatorie e «monolitiche», d’altra parte, non significa proporre una lettura apologetica della storia del Pci, o negarne limiti, difetti ed errori. Significa però cercare di ridare alla storia la sua complessità e all’esperienza del Pci la ricchezza di una forza che – nata come partito di pochi quadri rivoluzionari, passata attraverso le Tesi di Lione e arricchitasi dell’elaborazione gramsciana e togliattiana, tempratasi nella lotta antifascista e negli anni della clandestinità durante i quali fu di fatto l’unica forza organizzata presente nel Paese, protagonista principale della Resistenza – sarebbe diventata nel dopoguerra, col «partito nuovo» di Togliatti, Longo e Secchia, un partito di massa, nel quale i quadri rimanevano decisivi ma che intanto attivava una militanza e una partecipazione radicate e diffuse, e un processo di alfabetizzazione politica di massa, destinati a rimanere senza uguali in Italia. Una forza che, dopo aver dato un contributo essenziale alla stagione dell’unità antifascista e alla stesura della Costituzione, dovette affrontare i duri anni della guerra fredda e della discriminazione anticomunista, dalla conventio ad excludendum sul piano istituzionale alle discriminazioni a danno dei suoi iscritti nella società; che in quel contesto pure riuscì a crescere e che da quella situazione seppe uscire, prima rapportandosi in modo dialettico al centro-sinistra (sono gli anni dell’ultimo Togliatti e della Segreteria di Luigi Longo) e poi, negli anni Settanta, con la Segreteria di Enrico Berlinguer, ponendosi al centro della politica italiana, e ponendo al centro del dibattito pubblico la questione comunista, che poi era anche la questione della democrazia bloccata – bloccata dagli equilibri della guerra fredda, dall’ipoteca atlantica e dalla persistente discriminazione anticomunista, sebbene molte prese di posizione del Pci rendessero quest’ultima ancora più ingiustificata che nei decenni precedenti.

3. È in quegli anni, giunto ormai a rappresentare un italiano su tre, che il Pci gioca la sua partita decisiva. Ed è proprio su quel periodo che il dibattito appare ancora aperto e la ricerca ancora da svilupparsi. Per la storia repubblicana nel suo insieme, d’altra parte, gli anni Settanta sono un decennio cruciale. Molte delle potenzialità insite nell’assetto politico post-bellico (esistenza di una Costituzione fortemente progressiva e di partiti di massa radicati, centralità del Parlamento, sua effettiva rappresentatività grazie al sistema proporzionale), bloccate dalla guerra fredda ma ora arricchite e rafforzare dal conflitto sociale sviluppatosi negli anni Sessanta, sono a quel punto alla prova dei fatti. Lo scontro è tra la possibilità di andare avanti nell’attuazione del disegno complessivo contenuto nella Costituzione, realizzandone le potenzialità ancora inespresse – il che appunto avrebbe implicato una ripresa del discorso interrotto nel 1947, dando avvio a quella che Berlinguer definiva la «seconda tappa della rivoluzione antifascista» – e sbloccando il sistema politico, e sul fronte opposto il peso di resistenze conservatrici, apparati deviati, forze eversive, condizionamenti internazionali, che miravano a lasciare invariato lo status quo per poi passare alla controffensiva.
Alla luce degli esiti generali, è evidente che è stata questa seconda alternativa a prevalere. Ma è significativo che la Commissione trilaterale, sorta appunto per frenare l’«eccesso di democrazia» e di domanda sociale che andava diffondendosi in Occidente, nel suo documento fondativo sulla «crisi della democrazia» – siamo nel 1975 – individuasse il pericolo principale nei partiti comunisti europei, «le sole istituzioni rimaste nell’Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio».
Un anno dopo, alle elezioni politiche del 1976, il Pci di Berlinguer replicava il successo ottenuto alle amministrative dell’anno precedente, giungendo al 34.3% dei consensi. Sebbene alla vigilia del voto Berlinguer avesse ribadito di non voler porre il problema della fuoriuscita dell’Italia dal Patto atlantico ritenendo che atti unilaterali avrebbero ostacolato anziché favorito il percorso della distensione e che la questione andava dunque posta nel quadro di un processo più complessivo di superamento dei blocchi militari contrapposti; e sebbene anzi avesse dichiarato che, nel tentativo di costruire una via democratica al socialismo, si sentiva «più sicuro stando di qua», ossia nel blocco occidentale («ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia»), il veto internazionale all’accesso del Pci al governo persisteva. Berlinguer stesso ne era consapevole, e nella stessa intervista aveva aggiunto: «Certo, il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all’est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà».
Pochi giorni dopo il voto, il vertice di Porto Rico delle potenze più industrializzate, in una riunione a margine degli incontri ufficiali dalla quale la delegazione italiana fu esclusa e in cui invece ebbe un ruolo di punta, oltre al presidente Usa Ford, il cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt, ribadiva il «no» all’ingresso del Pci nel governo, e subordinava l’eventualità di aiuti finanziari all’Italia al rispetto di questa condizione.
Analoghi veti erano stati posti nei due anni precedenti in vari colloqui internazionali, in particolare negli incontri tra il presidente Usa Ford, il suo segretario di Stato Kissinger e i leaders democristiani Moro e Rumor. «L’Italia è il nostro problema principale» – aveva affermato Kissinger nel gennaio 1976. Moro aveva tenuto testa alle pressioni statunitensi. Egli stesso peraltro nel settembre 1974 era stato apertamente minacciato da Kissinger, che lo aveva duramente ammonito a non proseguire la sua «strategia dell’attenzione» nei confronti del Pci e il dialogo avviato in tal senso; una pressione che gli aveva fatto anticipare il rientro in Italia e ipotizzare il ritiro dalla scena politica. Del resto, era stato lo stesso Kissinger a dire, a proposito del ruolo svolto dagli Usa per rovesciare Allende: «Non vedo perché dobbiamo starcene fermi a guardare un Paese diventare comunista per l’irresponsabilità del suo popolo»; e uno «sbocco di tipo cileno» era stato apertamente minacciato dall’ambasciatore statunitense Volpe il mese seguente, nell’ottobre 1974, allorché Moro ricevete un nuovo incarico per la formazione del governo.
L’ingresso del Pci nella maggioranza avverrà poi in un contesto totalmente diverso, prima con Moro prigioniero delle Br, poi dopo l’omicidio del leader democristiano, in una situazione di accerchiamento e attacco concentrico ben descritta da Giuseppe Fiori. E la strategia del compromesso storico, che intendeva riprendere il discorso interrotto nel 1947, diventava qualcosa di diverso nella situazione di emergenza in cui si sviluppò la politica di «solidarietà democratica». Naturalmente il Pci compì molti errori in quei mesi: se la forza del partito togliattiano era stata la felice sintesi tra azione politica «dall’alto» e mobilitazione di massa, ora la pressione di massa iniziava a essere avvertita come un problema; una serie di misure, di politica economica e non solo, cominciarono a logorare il legame di massa del Pci; l’alleanza tra i grandi partiti di massa andò riducendosi a dialogo con la Dc e la formula fu riportata in periferia in modo meccanico e ancor più riduttivo. Intanto cambiava il «corpo del partito», e in particolare dei suoi gruppi dirigenti e delle sue rappresentanze istituzionali.
Tuttavia quella stagione produsse anche leggi importanti, da quella sull’equo canone al Servizio sanitario nazionale, dalla legge sul trasporto pubblico locale alla 180; salari operai e prodotto interno lordo ripresero a crescere. Quanto al radicamento e al consenso di massa, i comunisti passarono dal milione e mezzo di iscritti del 1971 al 1.761.000 del ’79, e dai 9 milioni di elettori del ’72 agli oltre 11 milioni della pur negativa consultazione del 1979; e anche la sua presenza nelle amministrazioni locali risultava alla fine del decennio ben più forte rispetto a prima.

4. È chiaro comunque che, con la morte di Moro e il sostanziale fallimento della solidarietà democratica, un’intera strategia di respiro storico – fondata appunto sull’intesa tra i grandi partiti di massa, la centralità del Parlamento, la progressiva attuazione della Carta costituzionale con la costruzione di un’economia mista e di un sistema democratico articolato e partecipato – andava in crisi. Più in generale, se la strategia gramsciana dell’egemonia aveva portato il Pci a costruire «trincee e casematte» nella società, ad «aderire a tutte le pieghe» della realtà italiana pur a partire da un solido ancoraggio di classe, questa stessa internità alla società italiana che era stato il principale punto di forza del partito, essendosi frantumato il progetto della sua trasformazione contro il muro delle resistenze conservatrici, delle forze reazionarie e degli apparati atlantici, andava quasi fatalmente a trasformarsi in integrazione, e all’idea del governo per il cambiamento iniziava a subentrare quella del governo ad ogni costo. Erano poste così le basi per la dissoluzione del partito, che procederà rapidamente dopo la morte di Berlinguer e più ancora dopo l’emarginazione di Natta.
Tuttavia, come sempre nella storia, questo esito non era inevitabile, e ben altri frutti si sarebbero potuti trarre dal patrimonio storico, dalla cultura politica e dalla traduzione del comunismo italiano, in stretto legame con quella Costituzione che attende ancora di essere integralmente attuata. Gli effetti della strada intrapresa nel 1989-91 dalla maggioranza del Pci sono oggi evidenti. Ma il fatto che ancora una quantità consistente di persone si richiami all’eredità del Pci, ne senta in qualche modo la «nostalgia», o meglio avverta la mancanza di un soggetto politico di quella statura, non pare senza significato. Così come non è senza valore il fatto che in altre latitudini del mondo, ad esempio in America Latina – anche qui con una filiazione diretta dal pensiero di Gramsci – nuovi percorsi di via democratica al socialismo siano sperimentati.
In questo senso, siamo convinti che il patrimonio teorico e storico del comunismo italiano abbia ancora molto da insegnare, e che anche per questo la sua conoscenza critica non sia solo un arricchimento sul piano culturale, ma abbia ancora un indubbio valore politico.

Alexander Höbel, Marco Albeltaro

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