I COMUNISTI ITALIANI PER LE ELEZIONI EUROPEE: LE NOSTRE IDEE, IL NOSTRO PROGRAMMA

pdciComunisti in Europa, uniti per la pace, il lavoro e la solidarietà internazionale – 

La crisi che ha investito l’Europa negli ultimi anni ha messo sempre più in chiaro il carattere regressivo dell’Unione Europea, evidenziando il carattere oligarchico e antidemocratico del suo funzionamento, il connotato di classe, euro-atlantico e neo-imperialista delle sue politiche, il pesante condizionamento delle sovranità nazionali degli Stati membri.

Le decisioni assunte in questi anni (sempre condivise dalla maggioranza dei partiti socialdemocratici e popolari/conservatori al governo nei diversi Paesi europei) hanno impoverito decine di milioni di persone, devastando la Grecia e infierendo su molti altri Paesi cosiddetti periferici dell’Unione. Ed hanno prodotto una politica estera militarista e neo-imperialista nei confronti di Paesi come la Libia, la Siria, l’Ucraina, che punta ad estendere minacciosamente le frontiere della Nato fino ai confini della Russia. Una politica che è giunta a minacciare Russia, Cina e paesi non allineati con lo scudo spaziale ed una politica di riarmo nucleare e convenzionale.

Non si tratta di semplici “errori di percorso” guidati da valutazioni politiche sbagliate, ma della logica conseguenza dell’impianto neo-liberista ed euro-atlantico dei Trattati europei: un impianto che fonda la concorrenza tra i Paesi dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, da un lato sull’abbassamento del costo del lavoro e sul taglio ai diritti dei lavoratori (dumping sociale), dall’altro sulla riduzione della fiscalità alle imprese (dumping fiscale). E su una politica estera subalterna alla Nato.

Nella società disegnata dai Trattati europei, il ruolo dello Stato nell’economia deve ridursi ai minimi termini, le prestazioni sociali e pensionistiche devono essere affidate al mercato (ossia ai grandi monopoli privati), il fabbisogno finanziario degli Stati deve essere lasciato in balìa della speculazione e dei mercati finanziari internazionali, mentre alla banca centrale è vietato acquistare titoli di Stato e imposto di rivolgere le sue politiche monetarie esclusivamente alla lotta contro l’inflazione, negando allo Stato ogni funzione trainante di sviluppo e di programmazione.

Rispetto alla logica privatista del mercato, non ci sono diritti e beni pubblici o comuni che possano rivendicare una loro priorità. Questa è la logica che informa i Trattati UE: la logica del capitalismo neoliberista. Tutto questo è già chiaro almeno dall’Atto Unico Europeo (1986) e dal Trattato di Maastricht (1992), che diede avvio della moneta unica, e al quale non a caso i comunisti – in Italia e in Europa – si opposero.

La crisi iniziata negli Stati Uniti nel 2007/2008, che si è subito estesa a tutti i Paesi a capitalismo maturo, ha sancito il definitivo fallimento di questo modello economico. Il disperato tentativo di tenerlo in piedi è avvenuto attraverso salvataggi di banche e imprese con denaro pubblico, su una scala che non ha precedenti storici. Questi salvataggi, che soltanto in Europa sono costati alle finanze pubbliche oltre 1.600 miliardi di euro (pari al 12,6% dell’intero prodotto interno lordo dell’Unione Europea), ha comportato, assieme alle minori entrate fiscali provocate dalla crisi, un drastico peggioramento delle finanze pubbliche in tutti i Paesi.
A questo punto si è passati a smantellare il sistema di europeo di Stato sociale, scoprendo di colpo l’“insostenibilità” dei conti pubblici (di cui ci si era dimenticati quando si trattava di salvare le banche o di finanziare le spese militari). E si è giunti a prevedere misure di “austerity” severissime, l’obbligo del pareggio di bilancio e addirittura della riduzione del debito pubblico in una proporzione che costringerà l’Italia a manovre restrittive di finanza pubblica per 50 miliardi annui, che avranno come conseguenza il massacro definitivo dello Stato sociale.

Questo è stato fatto nel corso di quella che per il nostro Paese è la peggiore crisi dall’Unità d’Italia, e per il nostro continente è la peggiore dal 1929.

Gli effetti, sull’Italia come su gran parte dei Paesi europei, sono stati devastanti: in una crisi già grave non solo non è stato effettuato alcun intervento e investimento pubblico in funzione anticiclica, ma è accaduto il contrario: i tagli al bilancio pubblico e l’aumento delle tasse per i cittadini hanno definitivamente messo in ginocchio la nostra economia, creando milioni di disoccupati e facendo fallire decine di migliaia di imprese.

A 6 anni dall’inizio della crisi la ricchezza del paese è diminuita di quasi il -10%, la produzione industriale del -25% e gli investimenti produttivi del -30%; la disoccupazione è al 13%, e supera il 42% tra i giovani, con punte del 70% nel Meridione e nelle isole.

La situazione è chiara nella sua drammaticità: il vincolo di cambio rappresentato dalla partecipazione alla moneta unica e il vincolo di bilancio pubblico rappresentano una tenaglia che sta stritolando la nostra economia.
Questo sconvolge la vita di milioni di famiglie e cancella diritti conquistati in decenni di lotte. Aumenta la disuguaglianza e diminuisce le protezioni sociali.
Infatti, la strada per recuperare competitività che l’Unione europea richiede e i nostri ultimi governi hanno condiviso è quella delle cosiddette “riforme strutturali”, al cui centro sta la cosiddetta “svalutazione interna”, ossia la riduzione di salari e pensioni.

È una strada che non risolve i problemi economici del nostro Paese e precipita nella miseria un numero sempre maggiore di persone.

Contro tutto questo, e in nome di una politica strategicamente alternativa all’Unione europea, i comunisti italiani, in sintonia con le forze che si sono dimostrate più affini al loro programma:

1.Riaffermano i valori della Costituzione republicana, l’indisponibilità a vanificare i diritti da essa contemplati e la superiorità della Carta costituzionale rispetto a qualunque trattato internazionale.

2.Riaffermano che diritto al lavoro e diritto a una equa retribuzione (art. 35, 36), all’istruzione (art. 33), alla salute (art. 32), all’assistenza sociale (art. 38), lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (art. 9), perseguimento della pace (art. 11) rappresentano diritti inalienabili inscritti nella nostra Costituzione e come tali si battono per la loro realizzazione. Qualora questi diritti siano negati da trattati internazionali, siano essi quelli dell’Unione Europea o della NATO, sono questi ultimi a dover essere inapplicati e denunciati.

3.Ritengono che nell’attuale quadro strategico, strutturale e istituzionale dell’Unione europea (e con gli attuali rapporti di forza tra le classi) ogni ulteriore cessione di sovranità costituirebbe un ulteriore allontanamento dai valori e dal sistema di garanzie previsti dalla nostra Costituzione, e al contrario riaffermano la necessità di riappropriarsi di pezzi fondamentali di sovranità che sono stati ceduti alle istituzioni europee: a partire da quelli che comportano l’intervento dello Stato nazionale in economia e la sua politica estera e di sicurezza.

4.Si battono per la radicale revisione degli ultimi Trattati e in particolare per l’abolizione dei vincoli di finanza pubblica introdotti dal Trattato Europlus del 2011 e dagli accordi successivi, e quindi anche per l’eliminazione del nuovo art. 81 (pareggio di bilancio) e delle connesse modifiche apportate agli artt. 97, 117 e 119 della Costituzione. Questi articoli rappresentano infatti un corpo estraneo nella nostra Costituzione, che concorre alla non esercitabilità – e quindi alla negazione di fatto – di gran parte dei diritti fondamentali che essa prevede. Ove la modifica dei Trattati europei risulti impossibile, chiedono la denuncia unilaterale di questi Trattati e di questi accordi da parte dell’Italia.

5.Contrastano ogni tentativo di revisione in senso autoritario, anti-proporzionalista e/o presidenzialista delle leggi elettorali, e sostengono una riforma istituzionale che metta al centro il ruolo di una solo Camera, a condizione che essa sia eletta con sistema proporzionale puro.

6.Respingono leggi e misure volte alla soppressione di ogni forma di finanziamento pubblico dell’attività politica. Esso va certamente modificato, regolamentato e reso trasparente, ma non abolito: perchè ciò favorirebbe unicamente il primato delle forze politiche che – come avviene negli Stati Uniti – traggono le loro risorse dal finanziamento privato dei grandi gruppi capitalistici e finanziari a cui sono asserviti, affermando di fatto un primato politico-istituzionale delle forze politiche legate alla grande borghesia, penalizzando o escludendo quelle che rappresentano il mondo del lavoro. La lotta contro gli sprechi e la corruzione della politica va perseguita colpendo innanzitutto i privilegi vergognosi di cui hanno goduto per anni il ceto politico e alcuni strati della burocrazia statale.

I comunisti italiani si battono, al pari di molti partiti comunisti e di sinistra degli altri Paesi europei, per un radicale cambiamento delle politiche europee, che preveda:

7-la fine delle politiche di austerità nei Paesi periferici

8-l’espansione della domanda interna in Germania (che con la sua concorrenza basata sulla compressione dei salari e l’ostinato rifiuto di trasferire a essi gli aumenti di produttività sta distruggendo le economie di gran parte dell’Eurozona)

9-l’attribuzione di un ruolo attivo alla Banca Centrale Europea anche nella lotta alla disoccupazione e non soltanto in quella all’inflazione (al pari di quanto già fanno tutte le banche centrali del mondo).

10.I comunisti italiani ritengono che qualora questi obiettivi non siano raggiungibili l’Italia debba mettere in discussione la stessa partecipazione alla moneta unica europea.
11. In Italia, i comunisti italiani si battono per la realizzazione degli artt. 41, 42, 43 della Costituzione che indicano la centralità del settore pubblico dell’economia per una programmazione democratica, prefigurano una economia mista (pubblica, privata, cooperativa), prevedono espropri e nazionalizzazioni a fini di pubblica utilità. Senza un intervento pubblico programmato, che rompa col liberismo, è illusoria non solo una fuoriuscita progressiva dalla crisi, ma anche una pura e semplice ripresa economica e un piano del lavoro che riduca disoccupazione e precarietà, salvaguardando i diritti fondamentali del mondo del lavoro;

12. Il reperimento delle risorse volte al finanziamento di un intervento pubblico nell’economia e della modernizzazione di uno Stato sociale avanzato va attuato attraverso la drastica riduzione delle spese militari, la lotta contro l’evasione fiscale, il riequilibrio delle aliquote a favore dei ceti medio bassi, imposte sui grandi patrimoni, abolizione dei privilegi e riduzione degli stipendi dei parlamentari.
Dal punto di vista della politica estera dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte, i comunisti italiani:

13-si battono contro il riarmo e contro le strategie espansionistiche della NATO,
condannano ogni avventura militare di stampa neocoloniale: sia quella perpetrata in Libia, sia quella tuttora incombente sulla Siria;

14-condannano ogni tentativo di destabilizzare la Russia ed altre repubbliche dell’area e il sostegno al governo golpista dell’Ucraina, di cui sono parte integrante partiti e movimenti a carattere esplicitamente neonazista;

15-ritengono vada assolutamente impedita la firma del trattato di libero scambio attualmente in discussione tra Unione Europea e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), che rafforzerebbe ulteriormente i legami euro-atlantici all’insegna del campo libero lasciato in Europa alle grandi multinazionali statunitensi;

16-sono favorevoli a uno sviluppo dei commerci e delle relazioni pacifiche del nostro Paese con le grandi realtà emergenti del panorama internazionale: a cominciare da Russia, Cina, India, Vietnam, Brasile, Sudafrica, Cuba ed altri Paesi non allineati di Asia, Africa e America Latina;

17-si battono per lo scioglimento della Nato e la costituzione di un sistema continentale di sicurezza europea, che comprenda tutti i paesi del continente e dell’area mediterranea, Russia compresa; quest’ultima non va considerata un paese nemico, ma un paese con cui stabilire rapporti proficui di cooperazione pacifica.

I Comunisti Italiani, infine, ritengono che per attuare politiche che difendano il lavoro, la pace e la libertà in Italia e in Europa sia essenziale:

18-rafforzare il Gruppo della sinistra unitaria europea (Gue-Ngl) all’interno del Parlamento Europeo e il suo carattere confederale, di cui fanno parte unitariamente tutte le forze comuniste dell’Ue, nel rispetto della sovranità e dell’indipendenza di ogni forza politica che vi appartiene;

19-rafforzare i legami tra i partiti e i movimenti comunisti, anti-capitalisti, antimperialisti e progressisti che si battono contro le politiche dell’Unione Europea e della Nato, dentro e fuori i confini dell’Unione.

20.Nella situazione italiana ci proponiamo di unire i comunisti – su basi di affinità politica, programmatica, ideale e di collocazione internazionalista – in un’unico partito comunista, che si ispiri alla migliore tradizione del PCI, attualizzandola: capace di superare divisioni e frammentazioni di questi anni, aperto ad una politica unitaria con tutte le forze della sinistra, che bandisca ogni settarismo e subalternità, per poter tornare così a rappresentare e difendere i lavoratori, sostenendone le lotte sociali, politiche e sindacali e garantendone una adeguata rappresentanza nelle istituzioni.