I COMUNISTI ITALIANI PER LE ELEZIONI EUROPEE: LE NOSTRE IDEE, IL NOSTRO PROGRAMMA

pdci traduzione: IT _ EN _FR

Comunisti in Europa, uniti per la pace, il lavoro e la solidarietà internazionale

La crisi che ha investito l’Europa negli ultimi anni ha messo sempre più in chiaro il carattere regressivo dell’Unione Europea, evidenziando il carattere oligarchico e antidemocratico del suo funzionamento, il connotato di classe, euro-atlantico e neo-imperialista delle sue politiche, il pesante condizionamento delle sovranità nazionali degli Stati membri.

Le decisioni assunte in questi anni (sempre condivise dalla maggioranza dei partiti socialdemocratici e popolari/conservatori al governo nei diversi Paesi europei) hanno impoverito decine di milioni di persone, devastando la Grecia e infierendo su molti altri Paesi cosiddetti periferici dell’Unione. Ed hanno prodotto una politica estera militarista e neo-imperialista nei confronti di Paesi come la Libia, la Siria, l’Ucraina, che punta ad estendere minacciosamente le frontiere della Nato fino ai confini della Russia. Una politica che è giunta a minacciare Russia, Cina e paesi non allineati con lo scudo spaziale ed una politica di riarmo nucleare e convenzionale.

Non si tratta di semplici “errori di percorso” guidati da valutazioni politiche sbagliate, ma della logica conseguenza dell’impianto neo-liberista ed euro-atlantico dei Trattati europei: un impianto che fonda la concorrenza tra i Paesi dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, da un lato sull’abbassamento del costo del lavoro e sul taglio ai diritti dei lavoratori (dumping sociale), dall’altro sulla riduzione della fiscalità alle imprese (dumping fiscale). E su una politica estera subalterna alla Nato.

Nella società disegnata dai Trattati europei, il ruolo dello Stato nell’economia deve ridursi ai minimi termini, le prestazioni sociali e pensionistiche devono essere affidate al mercato (ossia ai grandi monopoli privati), il fabbisogno finanziario degli Stati deve essere lasciato in balìa della speculazione e dei mercati finanziari internazionali, mentre alla banca centrale è vietato acquistare titoli di Stato e imposto di rivolgere le sue politiche monetarie esclusivamente alla lotta contro l’inflazione, negando allo Stato ogni funzione trainante di sviluppo e di programmazione.

Rispetto alla logica privatista del mercato, non ci sono diritti e beni pubblici o comuni che possano rivendicare una loro priorità. Questa è la logica che informa i Trattati UE: la logica del capitalismo neoliberista. Tutto questo è già chiaro almeno dall’Atto Unico Europeo (1986) e dal Trattato di Maastricht (1992), che diede avvio della moneta unica, e al quale non a caso i comunisti – in Italia e in Europa – si opposero.

La crisi iniziata negli Stati Uniti nel 2007/2008, che si è subito estesa a tutti i Paesi a capitalismo maturo, ha sancito il definitivo fallimento di questo modello economico. Il disperato tentativo di tenerlo in piedi è avvenuto attraverso salvataggi di banche e imprese con denaro pubblico, su una scala che non ha precedenti storici. Questi salvataggi, che soltanto in Europa sono costati alle finanze pubbliche oltre 1.600 miliardi di euro (pari al 12,6% dell’intero prodotto interno lordo dell’Unione Europea), ha comportato, assieme alle minori entrate fiscali provocate dalla crisi, un drastico peggioramento delle finanze pubbliche in tutti i Paesi.
A questo punto si è passati a smantellare il sistema di europeo di Stato sociale, scoprendo di colpo l’“insostenibilità” dei conti pubblici (di cui ci si era dimenticati quando si trattava di salvare le banche o di finanziare le spese militari). E si è giunti a prevedere misure di “austerity” severissime, l’obbligo del pareggio di bilancio e addirittura della riduzione del debito pubblico in una proporzione che costringerà l’Italia a manovre restrittive di finanza pubblica per 50 miliardi annui, che avranno come conseguenza il massacro definitivo dello Stato sociale.

Questo è stato fatto nel corso di quella che per il nostro Paese è la peggiore crisi dall’Unità d’Italia, e per il nostro continente è la peggiore dal 1929.

Gli effetti, sull’Italia come su gran parte dei Paesi europei, sono stati devastanti: in una crisi già grave non solo non è stato effettuato alcun intervento e investimento pubblico in funzione anticiclica, ma è accaduto il contrario: i tagli al bilancio pubblico e l’aumento delle tasse per i cittadini hanno definitivamente messo in ginocchio la nostra economia, creando milioni di disoccupati e facendo fallire decine di migliaia di imprese.

A 6 anni dall’inizio della crisi la ricchezza del paese è diminuita di quasi il -10%, la produzione industriale del -25% e gli investimenti produttivi del -30%; la disoccupazione è al 13%, e supera il 42% tra i giovani, con punte del 70% nel Meridione e nelle isole.

La situazione è chiara nella sua drammaticità: il vincolo di cambio rappresentato dalla partecipazione alla moneta unica e il vincolo di bilancio pubblico rappresentano una tenaglia che sta stritolando la nostra economia.
Questo sconvolge la vita di milioni di famiglie e cancella diritti conquistati in decenni di lotte. Aumenta la disuguaglianza e diminuisce le protezioni sociali.
Infatti, la strada per recuperare competitività che l’Unione europea richiede e i nostri ultimi governi hanno condiviso è quella delle cosiddette “riforme strutturali”, al cui centro sta la cosiddetta “svalutazione interna”, ossia la riduzione di salari e pensioni.

È una strada che non risolve i problemi economici del nostro Paese e precipita nella miseria un numero sempre maggiore di persone.

Contro tutto questo, e in nome di una politica strategicamente alternativa all’Unione europea, i comunisti italiani, in sintonia con le forze che si sono dimostrate più affini al loro programma:

1. Riaffermano i valori della Costituzione repubblicana, l’indisponibilità a vanificare i diritti da essa contemplati e la superiorità della Carta costituzionale rispetto a qualunque trattato internazionale.

2. Riaffermano che diritto al lavoro e diritto a una equa retribuzione (art. 35, 36), all’istruzione (art. 33), alla salute (art. 32), all’assistenza sociale (art. 38), lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (art. 9), perseguimento della pace (art. 11) rappresentano diritti inalienabili inscritti nella nostra Costituzione e come tali si battono per la loro realizzazione. Qualora questi diritti siano negati da trattati internazionali, siano essi quelli dell’Unione Europea o della NATO, sono questi ultimi a dover essere inapplicati e denunciati.

3. Ritengono che nell’attuale quadro strategico, strutturale e istituzionale dell’Unione europea (e con gli attuali rapporti di forza tra le classi) ogni ulteriore cessione di sovranità costituirebbe un ulteriore allontanamento dai valori e dal sistema di garanzie previsti dalla nostra Costituzione, e al contrario riaffermano la necessità di riappropriarsi di pezzi fondamentali di sovranità che sono stati ceduti alle istituzioni europee: a partire da quelli che comportano l’intervento dello Stato nazionale in economia e la sua politica estera e di sicurezza.

4. Si battono per la radicale revisione degli ultimi Trattati e in particolare per l’abolizione dei vincoli di finanza pubblica introdotti dal Trattato Europlus del 2011 e dagli accordi successivi, e quindi anche per l’eliminazione del nuovo art. 81 (pareggio di bilancio) e delle connesse modifiche apportate agli artt. 97, 117 e 119 della Costituzione. Questi articoli rappresentano infatti un corpo estraneo nella nostra Costituzione, che concorre alla non esercitabilità – e quindi alla negazione di fatto – di gran parte dei diritti fondamentali che essa prevede. Ove la modifica dei Trattati europei risulti impossibile, chiedono la denuncia unilaterale di questi Trattati e di questi accordi da parte dell’Italia.

5. Contrastano ogni tentativo di revisione in senso autoritario, anti-proporzionalista e/o presidenzialista delle leggi elettorali, e sostengono una riforma istituzionale che metta al centro il ruolo di una solo Camera, a condizione che essa sia eletta con sistema proporzionale puro.

6. Respingono leggi e misure volte alla soppressione di ogni forma di finanziamento pubblico dell’attività politica. Esso va certamente modificato, regolamentato e reso trasparente, ma non abolito: perché ciò favorirebbe unicamente il primato delle forze politiche che – come avviene negli Stati Uniti – traggono le loro risorse dal finanziamento privato dei grandi gruppi capitalistici e finanziari a cui sono asserviti, affermando di fatto un primato politico-istituzionale delle forze politiche legate alla grande borghesia, penalizzando o escludendo quelle che rappresentano il mondo del lavoro. La lotta contro gli sprechi e la corruzione della politica va perseguita colpendo innanzitutto i privilegi vergognosi di cui hanno goduto per anni il ceto politico e alcuni strati della burocrazia statale.

I comunisti italiani si battono, al pari di molti partiti comunisti e di sinistra degli altri Paesi europei, per un radicale cambiamento delle politiche europee, che preveda:

7. La fine delle politiche di austerità nei Paesi periferici

8. L’espansione della domanda interna in Germania (che con la sua concorrenza basata sulla compressione dei salari e l’ostinato rifiuto di trasferire a essi gli aumenti di produttività sta distruggendo le economie di gran parte dell’Eurozona)

9. L’attribuzione di un ruolo attivo alla Banca Centrale Europea anche nella lotta alla disoccupazione e non soltanto in quella all’inflazione (al pari di quanto già fanno tutte le banche centrali del mondo).

10. I comunisti italiani ritengono che qualora questi obiettivi non siano raggiungibili l’Italia debba mettere in discussione la stessa partecipazione alla moneta unica europea.

11. In Italia, i comunisti italiani si battono per la realizzazione degli artt. 41, 42, 43 della Costituzione che indicano la centralità del settore pubblico dell’economia per una programmazione democratica, prefigurano una economia mista (pubblica, privata, cooperativa), prevedono espropri e nazionalizzazioni a fini di pubblica utilità. Senza un intervento pubblico programmato, che rompa col liberismo, è illusoria non solo una fuoriuscita progressiva dalla crisi, ma anche una pura e semplice ripresa economica e un piano del lavoro che riduca disoccupazione e precarietà, salvaguardando i diritti fondamentali del mondo del lavoro;

12. Il reperimento delle risorse volte al finanziamento di un intervento pubblico nell’economia e della modernizzazione di uno Stato sociale avanzato va attuato attraverso la drastica riduzione delle spese militari, la lotta contro l’evasione fiscale, il riequilibrio delle aliquote a favore dei ceti medio bassi, imposte sui grandi patrimoni, abolizione dei privilegi e riduzione degli stipendi dei parlamentari.

Dal punto di vista della politica estera dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte, i comunisti italiani:

13. Si battono contro il riarmo e contro le strategie espansionistiche della NATO,
condannano ogni avventura militare di stampa neocoloniale: sia quella perpetrata in Libia, sia
quella tuttora incombente sulla Siria;

14. Condannano ogni tentativo di destabilizzare la Russia ed altre repubbliche dell’area e il sostegno al governo golpista dell’Ucraina, di cui sono parte integrante partiti e movimenti a carattere esplicitamente neonazista;

15. Ritengono vada assolutamente impedita la firma del trattato di libero scambio attualmente in discussione tra Unione Europea e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), che rafforzerebbe ulteriormente i legami euro-atlantici all’insegna del campo libero lasciato in Europa alle grandi multinazionali statunitensi;

16. Sono favorevoli a uno sviluppo dei commerci e delle relazioni pacifiche del nostro Paese con le grandi realtà emergenti del panorama internazionale: a cominciare da Russia, Cina, India, Vietnam, Brasile, Sudafrica, Cuba ed altri Paesi non allineati di Asia, Africa e America Latina;

 

17. Si battono per lo scioglimento della Nato e la costituzione di un sistema continentale di sicurezza europea, che comprenda tutti i paesi del continente e dell’area mediterranea, Russia compresa; quest’ultima non va considerata un paese nemico, ma un paese con cui stabilire rapporti proficui di cooperazione pacifica.

I Comunisti Italiani, infine, ritengono che per attuare politiche che difendano il lavoro, la pace e la libertà in Italia e in Europa sia essenziale:

18. Rafforzare il Gruppo della sinistra unitaria europea (Gue-Ngl) all’interno del Parlamento Europeo e il suo carattere confederale, di cui fanno parte unitariamente tutte le forze comuniste dell’Ue, nel rispetto della sovranità e dell’indipendenza di ogni forza politica che vi appartiene;

19. Rafforzare i legami tra i partiti e i movimenti comunisti, anti-capitalisti, antimperialisti e progressisti che si battono contro le politiche dell’Unione Europea e della Nato, dentro e fuori i confini dell’Unione.

20. Nella situazione italiana ci proponiamo di unire i comunisti – su basi di affinità politica, programmatica, ideale e di collocazione internazionalista – in un unico partito comunista, che si ispiri alla migliore tradizione del PCI, attualizzandola: capace di superare divisioni e frammentazioni di questi anni, aperto ad una politica unitaria con tutte le forze della sinistra, che bandisca ogni settarismo e subalternità, per poter tornare così a rappresentare e difendere i lavoratori, sostenendone le lotte sociali, politiche e sindacali e garantendone una adeguata rappresentanza nelle istituzioni.

 

Communists in Europe, united for peace, work and international solidarity

THE ITALIAN COMMUNISTS FOR THE EUROPEAN ELECTIONS: OUR IDEAS, OUR PROGRAM

The crisis that has invested Europe in recent years has increasingly showed the regressive character of the European Union, highlighting the oligarchic and undemocratic character of its functioning, the connotation of class, euro-atlantic and neo-imperialist of his policies, the heavy conditioning of national sovereignty of Member States.

The decisions taken in recent years (always shared by the majority of social democratic parties and Popular / Conservative government in the different European countries) have impoverished tens of millions of people, ravaging Greece and acting cruelly against the many other so-called peripheral countries of the Union. And they have produced a militaristic and neo-imperialist foreign policy towards countries such as Libya, Syria, Ukraine, which aim to extend the borders of NATO menacingly up to Russia’s borders. A policy that has come to threaten Russia, China and non-aligned countries with space shield and a policy aimed to increase nuclear and conventional weapons.

These are not simple “path errors” leaded by wrong political assessments, but the logical consequence of the neo-liberal and euro-atlantic system of the European Treaties: a system based on competition between EU countries, and in particular Eurozone, on the one hand on lowering labour costs and cutting workers’ rights (social dumping), and on the other hand on reducing taxes for businesses (tax dumping). And on a foreign policy subordinated to NATO.

In the society planned by the European Treaties, the role of the State in the economy should be reduced to a minimum, social benefits and pensions should be given to the market (i.e. the great private monopolies), the financial needs of States must be left at the mercy of speculation and international financial markets, while to the central bank is forbidden buying government bonds and forced to use its monetary policy solely to fight inflation, denying to the State any driving role of development and programming.

According to the logic of the market, there are no rights or public goods or commons that can claim a priority. This is the logic that informs the EU Treaties: the logic of neo-liberal capitalism. All this was already clear at least since the Single European Act (1986) and the Treaty of Maastricht (1992), which started the single currency process, and against which not coincidentally the Communists – in
Italy and Europe – were opposed.

The crisis that began in the U.S. in 2007/2008, and that is now extended to all the mature capitalist countries, enshrines the ultimate failure of this economic model. The desperate attempt to stand up it was made through bailouts of banks and corporations with public money, on a scale that has no historical precedent. These bailouts, which in Europe alone have cost to public finances more than 1.600 billion Euros (12.6% of the entire gross domestic product of the EU), has resulted, together with revenue losses caused by the crisis, a dramatic deterioration of public finances in all countries.

At this point they started to dismantle the system of the European welfare state, suddenly discovering the ‘”unsustainability” of public accounts (a problem that they forgot when it came to bailing out banks or to finance military spending). And it has come to consider severe “austerity” measures, the requirement of a balanced budget and even the reduction of public debt in an amount that will force Italy to restrictive manoeuvres of public finance for 50 billion per year, which will result in the final massacre of the welfare state.

This is what has been done in the course of the worst crisis for our country since the unification of Italy, and for our continent is the worst since 1929.

The effects on Italy as on most of the European countries have been devastating: in an already severe crisis there has not only been any intervention and public anti-cyclical investment, but the opposite has occurred: cuts of public budget and tax increase for citizens having finally crippled our economy, creating millions of unemployed and derailing tens of thousands of businesses.

Six years after the crisis the country’s wealth has declined by almost 10%, the industrial production of -25% and productive investment of -30%; unemployment is at 13%, and exceeds the 42% among young people, with peaks of 70% in the South and in the islands.

The situation is clear and dramatic: the fixed exchange rate represented by the participation in the single currency and the government budget constraint represent a hammer that is crushing our economy. This disrupts the lives of millions of families and deletes rights won through decades of struggle. It increases inequality and decreases social protections. In fact, the road to restoring competitiveness imposed by European Union and that all our past governments have shared, is that of the so-called “structural reforms”, the centre of which is the so-called “internal devaluation”, i.e. the reduction of salaries and pensions.

It is a road that does not solve the economic problems of our country and that pushes into poverty an increasing number of people.

Against all this, and in the name of a common strategic alternative to the European Union, the Italian Communists, together with the forces that showed to be more close to their program:

1. Reaffirm the values of the Republican Constitution, the unavailability to frustrate the rights guaranteed and reaffirm the superiority of the Constitution over any international treaty.
2. Reaffirm that the right to work and the right to a fair remuneration (Article 35, 36), the right to education (Article 33), to health (art. 32), to social assistance (article 38), the development of culture and scientific and technical research, protection of the landscape and the historical and artistic heritage (Article 9), the pursuit of peace (Art. 11) are inalienable rights inscribed in our Constitution and as such they are fighting for their fulfilment. If these rights are denied by international treaties, be they those of the European Union or NATO, it is the Italian Constitution that must be applied.

3. They believe that in the current political, structural and institutional framework of European Union (and in the current balance of power between classes) any further transfer of sovereignty would be a further back step from the values and the system of guarantees provided by our Constitution, and instead they reaffirm the need to regain sovereignty of key tools that have been given to European institutions: from those that involve State intervention in the national economy and its foreign policy and security.

4. They fight for the radical revision of recent treaties and in particular for the abolition of public finance constraints introduced by the Treaty Europlus of 2011 and subsequent agreements, and therefore also for the elimination of new art. 81 (a balanced budget) and related amendments to Articles. 97, 117 and 119 of the Constitution. These items are in fact a foreign body to the values affirmed in our Constitution, which contributes to the non-exercising – and then the denial of the fact – of most of the fundamental rights that it provides. If the modification of European treaties is not possible, Italian Communists ask for the unilateral denunciation of these treaties and the agreements by Italy.

5. Oppose any attempt to revision in authoritarian, anti-proportionalist and / or presidential sense of electoral laws, and they support for institutional reform that focuses on the role of a single chamber of parliament, provided that it is elected by proportional representation.

6. They reject laws aimed at the elimination of all forms of public financing of political activity. It must certainly be modified, regulated and made transparent, but it has not to be abolished: it would favour the primacy of the political forces that – as is the case in the United States – draw their resources from the private financing of large capitalist groups and financial markets of which they are subservient, stating in fact, a political-institutional primacy of the political forces linked to the big bourgeoisie, penalizing or excluding those representing the workers. The fight against waste and corruption policy should be pursued first by moving the dishonorable privileges of politicians that have enjoyed for years, as for some strata of the state bureaucracy.

The Italian Communists are fighting, together with many leftist and communist parties in other European countries, for a radical change in European policy, which provides:

7. An end to policies of austerity in peripheral countries.

8. The expansion of domestic demand in Germany (since its competition based on wage
compression and a refusal to transfer to labour the gains in productivity is destroying the economies of most of the Eurozone).

9. The assignment of an active role in the European Central Bank in the fight against unemployment and not only against inflation (like they already do all the central banks of the world).

10. The Italian Communists believe that if these objectives are not reached, Italy must question the participation in the European single currency.

11. In Italy, the Italian Communists fight for the attainment of the Articles. 41, 42 and 43 of the Constitution that indicate the centrality of the public sector of the economy for a democratic planning, they point to a mixed economy (public, private, cooperative) and they provide for nationalization and expropriation for public utility. Without programmed public intervention, that breaks with liberalism, it is not only illusory the exit from the crisis on a progressive side, but also a mere economic recovery; they also support plan for jobs that reduces unemployment and precariousness, safeguarding the fundamental rights of the working world.

12. The procurement of resources aimed at financing the public intervention in the economy and the modernization of an advanced welfare state is to be implemented through a drastic reduction in military spending, the fight against tax evasion, the rebalancing of tax rates in favour of lower middle classes , taxes on large estates, the abolition of privileges and reduction of the salaries of MPs.

From the point of view of the foreign policy of the European Union and of the states that are part of it, the Italian Communists:

13. Fight against rearmament and against the expansionist strategies of NATO, they condemn any military adventure with neo-colonialist characteristics: that is perpetrated in Libya, that is still looming over Syria;

14. Condemn any attempt to destabilize Russia and other Republics of the area and the support of the coup government of Ukraine, which are member political parties and movements with explicitly neo-Nazi identity;

15. They believe that it should be absolutely prevented the signing of the free trade agreement currently under discussion between the European Union and the United States (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), which would further strengthen the euroatlantic bonds leaving the door open to large U.S multinationals in Europe;

16. Encourage the development of trade and peaceful relations of our country with emerging countries on the international scenario: starting with Russia, China, India, Vietnam, Brazil, South Africa, Cuba and other non-aligned countries of Asia, Africa and Latin America;

17. Fight for the dissolution of NATO and the establishment of a continental system of European security, which includes all the countries of the continent and the Mediterranean region, including Russia; the latter should not be considered as an enemy country, but a country with which to establish profitable relationships of peaceful cooperation.

Italian Communists, finally, believe that in order to implement policies that defend their jobs, peace and freedom in Italy and in Europe it is essential to:

18. Strengthen the Group of the European United Left (GUE-NGL) in the European Parliament and its confederate character, of which are part all communist forces of the EU, while respecting the sovereignty and independence of each political force that belongs to it;

19. Strengthen the ties between communist, anti-capitalist, anti-imperialist and progressive parties and movements, who are fighting against the policies of the European Union and NATO, both inside and outside the borders of the Union.

20. In the current Italian situation we propose to unify all the italian communists – on the basis of political and programmatic affinity and of international orientation – in a single communist party, which is inspired by the best traditions of the PCI, and modernizing it: a communist party able to overcome divisions and fragmentations of these years, a party oriented to a unitary policy with all the forces of the left, banning sectarianism and subordination, in order to be able to come back to represent and defend the workers, supporting their political, social and unions struggles, and by ensuring adequate political representation in institutions.
Communistes en Europe, Unies pour la paix, le travail et la solidarité internationale

Les Communistes Italiens pour les élections européennes:
Nos idées, notre programme
La crise qui a frappée l’Europe ces dernières années a montré de plus en plus clairement le caractère régressif de l’Union européenne, en soulignant le caractère oligarchique et non démocratique de son fonctionnement, la connotation de classe, euro-atlantiques et néo-impérialistes de ses politiques, le lourd conditionnement de la souveraineté nationale des États membres.

Les décisions prises au cours des dernières années (toujours partagées par la majorité des partis sociaux-démocrates et conservateur / populaire qui ont gouvernés les différents pays européens) ont appauvri des dizaines de millions de personnes, ravageant la Grèce et s’acharnant sur beaucoup d’autres pays dits périphériques de l’Union. Et ils ont produit une politique étrangère militariste et néo-impérialiste vers des pays comme la Libye, la Syrie, l’Ukraine, qui vise à étendre d’une façon menaçante les frontières de l’OTAN jusqu’aux les frontières de la Russie. Une politique qui est venu à menacer la Russie, la Chine et les pays non-alignés avec le bouclier spatial et une politique des réarme nucléaires et conventionnelles.

Il ne s’agit pas des simples “erreurs” pris par des évaluations politiques erronées, mais ce sont la conséquence logique du système néo-libéral et euro-atlantique des traités européens: un système qui base la concurrence entre les pays de l’UE, et en particulier de la zone euro, d’une part sur la réduction des coûts de la main-d’oeuvre et sur le coupage des droits des travailleurs (dumping social), de l’autre sur la réduction des impôts pour les entreprises (dumping fiscal). Et sur une politique étrangère subordonnée à l’OTAN.

Dans la société dessinée par les traités européens, le rôle de l’Etat dans l’économie doit être réduit au minimum, les prestations sociales et les pensions devraient être laissées au marché (c’est à dire les grands monopoles privés), les besoins financiers des États doivent être laissés à la merci de la spéculation et des marchés financiers internationaux, alors que la banque centrale est interdit d’acheter des obligations d’État et est obligée à conduire sa politique monétaire uniquement contre l’inflation, niant à l’État toutes forces motrices de développement et de programmation.

Par rapport à la logique privatiste du marché, il n’y a pas de droits et des biens publics ou communs qu’ils peuvent prétendre à une priorité. Telle est la logique qui informe les traités de l’UE: la logique

 

du capitalisme néolibéral. Tout cela est déjà clair au moins de l’Acte unique européen (1986) et de Traité de Maastricht (1992), qui a lancé la monnaie unique, et contre lequel les communistes – en Italie et en Europe – se sont opposés.

La crise, qui a débuté aux États-Unis en 2007/2008 et qui s’est maintenant étendue à tous les pays capitalistes matures, a consacré l’échec final de ce modèle économique. La tentative désespérée de le mettre debout a été faite par des renflouements de banques et des sociétés avec de fonds publics, sur une échelle qui n’a pas de précédent historique. Ces plans de sauvetage qui, dans la seule Europe ont coûté aux finances publiques plus de 1.600 milliards d’euros (12,6% de l’ensemble du produit intérieur brut de l’UE), a entraîné, avec des pertes de revenus causées par la crise, une dramatique détérioration des finances publiques dans tous les pays.

A ce point là, on est passé à démanteler le système de l’état-providence européen, en découvrant soudainement que les comptes publics ne sont pas soutenables (une chose dont ils aviez oublié quand il s’agissait de renflouer les banques ou de financer les dépenses militaires). Et après on a envisagé mesures d’”austérité” graves, l’obligation d’un budget équilibré et même la réduction de la dette publique d’un montant qui va forcer l’Italie à des manœuvres restrictives des finances publiques pour 50 milliards par an, ce qui entraînera le massacre final de l’État-providence.

Cela a été fait dans le cadre de la crise la pire pour notre pays depuis l’unification de l’Italie, et pour notre continent est la pire depuis 1929.

Les effets, sur l’Italie comme sur la plupart des pays européens, ont été dévastateurs: une crise déjà grave a non seulement eu aucune intervention et investissement public en fonction anti-cyclique, mais c’est le contraire qui s’est produit: les compressions des budgéts publiques et l’augmentation des impôts pour les citoyens ont paralysé définitivement notre économie, ont crée des millions de chômeurs et ont fait faillir des dizaines de milliers d’entreprises.

A 6 ans de début de la crise la richesse du pays a diminué de près de 10%, la production industrielle de -25% et l’investissement productif de 30%; le chômage est à 13%, et dépasse 42% chez les jeunes, avec des pics de 70% dans le Sud et dans les îles.

La situation est claire dans son drame: l’échange fixe représenté par la participation à la monnaie unique et la contrainte budgétaire du gouvernement représentent une pince qui écrase notre économie.

Cela devaste la vie de millions de familles et supprime des droits conquis par des décennies de lutte. Aggrave les inégalités et diminue les protections sociales.
En fait, le chemin de la restauration de la compétitivité que l’Union européenne exige (et nos gouvernements précédents ont partagé cet avis) sont les soi-disant «réformes structurelles», dont le centre est le soi-disant «dévaluation interne», c’est à dire la réduction des salaires et des pensions.

C’est une route qui ne résout pas les problèmes économiques de notre pays et qui tombe dans la pauvreté un nombre croissant de personnes.

 

Contre tout cela, et au nom d’une alternative stratégique à l’Union européenne, les communistes italiens, en harmonie avec les forces qui se sont avérées plus liée à leur programme:

1. réaffirment les valeurs de la Constitution républicaine, la non disponibilité à rendre vain les droits écrits y dedans et la supériorité de la Constitution sur tout traité international.

2. réaffirment que le droit au travail et le droit à une rémunération équitable (article 35, 36), à l’éducation (article 33), à la santé (art. 32), à l’assistance sociale (article 38), le développement de la culture et de la recherche scientifique et technique, la protection du paysage et le patrimoine historique et artistique (article 9), la poursuite de la paix (art. 11) sont des droits inaliénables inscrits dans notre Constitution et comme tels, les communistes se battent pour leur réalisation. Si ces droits sont bafoués par les traités internationaux, qu’ils soient ceux de l’Union européenne ou de l’OTAN, ce sont ces derniers qui doivent être dénoncés et non appliqués.

3. pensent que dans le cadre stratégique, structurel et institutionnel de l’Union européenne (et avec l’équilibre actuel du pouvoir entre les classes) tout nouveau transfert de souveraineté serait une autre étape d’éloignement des valeurs et du système de garanties prévues par notre Constitution, et au contraire réaffirment la nécessité de regagner la souveraineté de pièces clés qui ont été cédés à des institutions européennes: à partir de celles qui impliquent l’intervention de l’État dans l’économie nationale et sa politique étrangère et de sécurité.

4.se battent pour la révision radicale des Traités récents et en particulier pour l’abolition des contraintes de finances publiques introduites par le traité de 2011 Europlus et des accords ultérieurs, et donc aussi pour l’élimination de nouveau art.81 de la Constitution (budget équilibré) et des modifications connexes aux articles. 97, 117 et 119. Ces articles sont en fait un corps étranger dans notre Constitution, qui contribue à la non-exercice – et donc à le déni réel – de la plupart des droits fondamentaux qu’elle prevoit. Si la modification des Traités européens n’est pas possible, les communistes demandent la dénonciation unilatérale de ces Traités et les accords de l’Italie.

5.contrent toute tentative de révision dans le sens autoritaire, anti-proportionnaliste et / ou présidentiel des lois électorales, et ils soutiennent une réforme institutionnelle qui met l’accent sur le rôle d’une seule Chambre, à condition qu’il soit élu avec la proportionnelle pure.

6.Ils rejettent les lois et les mesures visant à l’élimination de toutes les formes de financement public des activités politiques. Il doit certainement être modifié, réglé et rendu transparent, mais pas aboli: il serait favorable uniquement à les forces politiques qui – comme c’est le cas aux États-Unis – tirent leurs ressources du financement privé des grands groupes capitalistes et financiers auxquels ils sont asservis, en créant en fait, une primauté politique et institutionnelle des forces politiques liée à la grande bourgeoisie, et condamnant à l’exclusion de ceux qui représentent le monde du travail. La lutte contre le gaspillage et la politique de corruption doit être poursuivie frappant d’abord les privilèges honteux duque les politiciens et certaines sections de la bureaucratie d’État ont bénéficié pendant des années.

 
Les Communistes Italiens se battent, comme de nombreux partis de gauche et communistes dans d’autres pays européens, pour un changement radical dans la politique européenne, qui prévoit:

7-la fin des politiques d’austérité dans les pays périphériques

8-l’expansion de la demande intérieure en Allemagne (qui, avec sa concurrence sur la compression des salaires et son refus obstiné de leur transférer les gains de productivité, sont en train de détruire les économies de la plupart de la zone euro)

9-l’attribution d’un rôle actif à la Banque centrale européenne dans la lutte contre le chômage et non seulement contre l’inflation (comme ils le font déjà toutes les banques centrales du monde).

10.Les Communistes Italiens pensent que si ces objectifs ne sont pas atteingnables, l’Italie doit remettre en question la participation à la monnaie unique européenne.

11.En Italie, les Communistes Italiens se battent pour la réalisation des articles. 41, 42 et 43 de la Constitution qui indiquent la centralité du secteur public de l’économie pour une programmation démocratique, pointent sur une économie mixte (public, privé, coopératif), prévoient nationalisation et l’expropriation pour cause d’utilité publique. Sans intervention publique programmée, qui rompe avec le libéralisme,ce n’est pas seulement une évasion illusoire la sortie progressive de la crise, mais aussi une simple reprise économique et un plan de travail qui réduit le chômage et la précarité, la sauvegarde des droits fondamentaux du monde du travail;

12.L’acquisition des ressources destinées à financer l’intervention publique dans l’économie et la modernisation d’un Ètat de bien-être avancée doit être mise en œuvre par une réduction drastique des dépenses militaires, la lutte contre l’évasion fiscale, le rééquilibrage des tarifs en faveur des classes moyennes , les taxes sur les grandes propriétés, l’abolition des privilèges et de la réduction des salaires des députés.

Du point de vue de la politique étrangère de l’Union européenne et les Etats qui en font partie, les Communistes Italiens:

13-lutteent contre le réarmement et contre les stratégies d’expansion de l’OTAN, condamnent toute aventure militaire néo-coloniale: soit celle qui s’est perpétrée en Libye, sois celle qui se deroule actuellement contre la Syrie;

14-condamnent toute tentative de déstabilisation de la Russie et d’autres républiques de la région et le soutien au gouvernement de coup d’Etat de l’Ukraine, duquel font une partie de partis et mouvements politiques explicitement néo-nazi;

15-pensent qu’il doive être absolument empêché la signature de l’accord de libre-échange
actuellement en discussion entre l’Union européenne et les États-Unis (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), qui ne ferait que renforcer les liens euro-atlantique et laisser le champ libre en Europ aux grandes multinationales des États-Unis;

16-sont favorables au développement du commerce et des relations pacifiques de notre pays avec les grandes réalités émergentes sur la scène internationale: à partir de la Russie, la Chine, l’Inde, le Vietnam, le Brésil, l’Afrique du Sud, de Cuba et d’autres pays non-alignés d’Asie, d’Afrique et d’Amérique Amérique latine;

17-se battent pour la dissolution de l’OTAN et la mise en place d’un système continental de la sécurité européenne, qui comprend tous les pays du continent et de la région méditerranéenne, y compris la Russie; celui-ci ne devrait pas être considéré comme un pays ennemi, mais un pays avec lequel établir des relations rentables de la coopération pacifique.
Les Communistes Italiens, enfin, croient que pour mettre en œuvre des politiques qui défendent les emplois, la paix et la liberté en Italie et en Europe, il est essentiel de:

18-renforcer le groupe de la Gauche unitaire européenne (GUE-NGL) au Parlement européen et son caractère confédéral, duquel font partie d’une unitariement toutes forces communistes de l’UE, tout en respectant la souveraineté et l’indépendance de chaque force politique qui y partcipe;

19-renforcer les liens entre les partis et mouvements communistes, anti-capitalistes, anti-impérialistes et les progressistes qui luttent contre les politiques de l’Union européenne et l’OTAN, tant à l’intérieur qu’à l’extérieur des frontières de l’Union.

20.Dans la situation italienne nous nous proposons de unir les communistes – sur une base de l’affinité politique, programmatique, de collocation internationaliste – en un seul parti communiste, qui soit inspirée par les meilleures traditions du PCI, et qui les mette à jour: capable de surmonter les divisions et les fragmentations de ces ans, qui soit ouverte à une politique unifiée de toutes les forces de la gauche, qui interdisse le sectarisme et la subordination, pour être en mesure de revenir enfin à représenter et défendre les travailleurs, en soutenant leurs luttes sociales, politiques et syndicales et en assurant une représentation adéquate dans les institutions.