LA TRIBUNA – Elezioni europee 2014, il dopo voto…

BANNER EUROPEEIniziano ad arrivare al sito commenti e riflessioni sul voto Europeo. Una legittima esigenza di tanti compagn@ alla quale abbiamo deciso di dare visibilità aprendo una apposita sezione all’interno del sito stesso. Quanti vorranno mandare le proprie riflessioni devono inviare i contributi esclusivamente a questa email: redazione-sito@comunisti-italiani.it
Grazie per la collaborazione
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Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Il risultato del voto europeo, che andrà analizzato con calma e con tutti i dati definitivi, fa emergere nel complesso una avanzata delle forze antieuropee e nazionaliste. Clamoroso, ma non imprevisto, il successo de Fronte naziomale francese e di altri partiti di destra e estrema destra dalla Grecia all’Ungheria all’Inghilterra. Al contempo dobbiamo evidenziare un buon risultato delle forze comuniste e alternative che si battono per una Europa sociale, dal Portogallo alla Spagna, a Cipro.
In Italia la forte affermazione del Pd attiene più ad una grande popolarità di Renzi (senza sottovalutare l’effetto 80 euro) che non ai temi propriamente europei, visto che l’Italia paga un prezzo altissimo alla politica dell’Ue. Questo risultato tuttavia spazza via la minoranza di sinistra dentro quel partito.
Grillo, che pure registra ancora un forte consenso, con le ultime sparate sui “tribunali del popolo” ha fatto di tutto per perdere (dalle ultime politiche circa due milioni di voti). No va trascurata, infine, la sconfitta di Fi con un travaso di voti verso il Pd.
Il 4% della lista Tsipras, che non va dimenticato aveva escluso il Pdci, è un risultato che poteva essere anche migliore se avesse dispiegato in maniera piena l’unità a sinistra in Italia e in Europa, a partire dal rafforzamento del Gue. Di fronte a quelle scelte, sbagliate, il Pdci ha reagito con razionalità e freddezza, con lo sguardo rivolto al di là delle elezioni, senza chiudersi di fronte alla grave discriminazione subita, mantenendo aperta una interlocuzione con i candidati più avanzati di quella lista. A questo proposito voglio rivolgere un grazie a quanti hanno sottoscritto il nostro manifesto programmatico, auspicando che proprio su quei temi nelle prossime settimane possa proseguire un importante lavoro insieme.
E’ chiaro che il quadro definitivo si avrà anche con la definizione degli eletti, ma l’analisi dei risultati non può farci sottovalutare il permanere di un forte astensionismo e una fortissima personalizzazione della politica. Per quanto riguarda il nostro Partito, senza candidati ha condotto una sua autonoma campagna elettorale, dalla denuncia del colpo di stato in Ucraina, ai temi del lavoro e a quelli, sottovalutati da altri, dell’antifascismo. A tutte le compagne e a tutti i compagni, che senza risorse economiche ma con entusiasmo e abnegazione non si sono mai risparmiati, un grande ringraziamento. Inoltre va apprezzato il lavoro svolto nei territori dal Pdci per le elezioni amministrative in difesa dello stato sociale.
E’del tutto evidente che al di la del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra che non sia la costruzione di un fronte unito di sinistra sociale e politica, che abbia alla base il mondo del lavoro e dei diritti, in cui i comunisti siano presenti con un loro autonomo partito più forte e strutturato degli attuali soggetti in campo. Dobbiamo in termini nuovi e inesplorati riaprire la “questione comunista in Italia”. Serve un fronte unitario capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (ovunque siano oggi collocati), che sappia offrire ai lavoratori, ai giovani, una sponda politica che oggi non c’è e che sarebbe miope vedere risolto nel risultato della lista Tsipras.

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Fausto Sorini, responsabile esteri PdCI

In attesa di un esame più approfondito e analitico del voto per l’elezione del nuovo Parlamento europeo, direi che per il momento si possano trarre le seguenti considerazioni:
-degli 800 milioni di persone che compongono l’insieme del continente europeo, oltre 500 milioni vivono nei 28 paesi che formano l’Unione europea (che non è dunque tutta l’Europa). Tra questi gli aventi diritto al voto erano circa 400 milioni, di cui solo il 43% (170 milioni ca.) è andata alle urne: percentuale analoga al 43,1% delle elezioni europee del 2009, con punte oggi del 13% in Slovacchia e del 59% in Italia (fa eccezione il Belgio, col 90%, dove il voto è obbligatorio e il non voto sanzionato).
Considerando anche le schede bianche e nulle, e il fatto che circa un terzo dei voti “validi” si sono espressi, all’estrema destra o all’estrema sinistra, in modo radicalmente critico nei confronti di questa “Europa” monca, capitalistica, liberista e atlantica che è l’Ue, non è esagerato dire che almeno 3 cittadini adulti su 4 questo tipo di Unione la sentono estranea o nemica (e ne hanno tutte le ragioni);
-è preoccupante che, per una serie di ragioni che investono anche lo stato della sinistra in Europa (in alcuni casi anche i comunisti), la loro scarsa radicalità e alternatività sistemica, il loro politicismo, il loro distacco dai lavoratori e dai giovani in carne ed ossa, il malcontento popolare e il disagio sociale dei ceti più poveri e colpiti dalla crisi capitalistica venga raccolto da formazioni populiste e di estrema destra, in alcuni casi apertamente fasciste e neo-naziste. Il caso più grave è quello della Francia, dove la politica anti-sociale e militarista del PS e di Hollande, subalterna alle linee portanti euro-atlantiche, e una serie di difficoltà, debolezze e divisioni del fronte della sinistra e dei comunisti, che vengono da lontano (anche se non gravi come quelle italiane..), hanno lasciato uno spazio enorme ad una formazione fascistoide come il Fronte nazionale, che oggi si pone e si propone come perno di uno dei Paesi chiave del contesto europeo e mondiale ;
-nelle situazioni dove al contrario, come è ad esempio il caso del Portogallo, ma anche per molti versi la Grecia e Cipro, la parte fondamentale e più combattiva del disagio sociale viene raccolta e organizzata da partiti comunisti solidi e determinati, da una sinistra combattiva e popolare, da sindacati di classe forti e non subalterni alle compatibilità di sistema, si riduce e si contiene l’influenza del populismo reazionario, e la parte più combattiva del mondo del lavoro e dei giovani trova almeno uno sbocco positivo e progressivo al proprio disagio sociale;
-in questo quadro più generale spicca la sostanziale stabilità e il consolidamento dei due partiti dominanti in Germania (Popolari e Spd) e della leadership della signora Merkel, nel quadro della “grande coalizione” (che è poi lo schema di governo bipartizan dell’Unione europea che abbiamo visto in passato e che si riproporrà nei prossimi anni): espressione di un nuovo imperialismo tedesco, al tempo stesso solidale e competitivo con quello americano; dotato di indubbio e preoccupante consenso sociale, anche tra vasti settori popolari, e che si pone come perno di una Ue sempre più germano-centrica, dominante verso gli altri paesi e popoli dell’euro-zona, silenziosamente aggressiva, e complice – insieme agli Usa – della rinascita del neo-nazismo in un paese chiave dell’equilibrio europeo e dei rapporti Est-Ovest come l’Ucraina.
Per quanto riguarda l’Italia la lettura è più semplice, nella sua negatività:
-spicca il successo di Renzi, che vince alla grande la sua competizione con Grillo e con Berlusconi. La minoranza interna al PD ne esce massacrata. Le conseguenze di tutto ciò saranno molto negative per il Paese e per tutta la sinistra italiana. E questo apparirà ben presto chiaro, dopo l’iniziale ubriacatura;
-la lista Tsipras supera il quorum per un soffio (poche migliaia di voti), ma non riesce a incidere, in modo significativo, e per i suoi limiti elitari e politicisti intrinseci, né sull’elettorato popolare e di sinistra del PD, né su quello dei 5 Stelle. Sono le sue componenti interne moderate, come era prevedibile, ad uscirne egemoni sul piano degli eletti al parlamento europeo. E ciò serva di lezione a chi, anche in Rifondazione o altrove, pensava di lucrare e trarre vantaggi dalla discriminazione contro una parte dei comunisti.
Ci sia permesso di rilevare, con un pizzico di ironia (e di autoironia), come il voto di una parte dell’elettorato tradizionale dei comunisti italiani sia stato assolutamente determinante nel raggiungimento del quorum. Non è un giudizio, ma una constatazione. Ciò è stato possibile anche perchè il gruppo dirigente del nostro partito ha reagito con freddezza e razionalità politica e con lo sguardo rivolto al di là delle contingenze elettorali alla grave discriminazione di cui è stato fatto oggetto, e di fronte alla propria forzata esclusione dalla competizione elettorale in prima persona, si è sforzato responsabilmente di evitare sia propensioni astensioniste che subalterne.
Ben aldilà del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra di classe italiana, che non sia la costruzione di un fronte unito di tutte le forze della sinistra sociale e politica di classe, un fronte che abbia il suo fondamento nel protagonismo del mondo del lavoro, e in cui i comunisti siano presenti con un loro partito autonomo, che è tutto da ricostruire. Un fronte unico di lotta sociale, sindacale e politica. Non solo elettorale. E che bandisca ogni forma di discriminazione anti-comunista, comunque declinata.
Un fronte unito capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (sia piddino che grillino) che ha cercato in quelle formazioni quello che esso considerava il “meno peggio” o la protesta sociale e politica. E che sappia offrire ai lavoratori e ai giovani del nostro Paese quella sponda politica che è anch’essa tutta da costruire. E di cui sarebbe miope e deviante considerare la lista Tsipras (e i suoi limiti originari) come una sorta di anticipazione.

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Nicolò Monti, sezione Pdci Labaro, Roma

L’Altra Europa con Tsipras ha avuto un buon risultato elettorale. Dopo tante esperienze fallimentari, dall’Arcobaleno ad Ingroia, spezza la linea di insuccessi della sinistra italiana, ma c’è ancora tanto da fare. Date le condizioni in cui si è svolta la campagna elettorale, possiamo parlare di un mezzo miracolo per una lista perlopiù oscurata dai media e dalle gigantesche ombre della triade Renzi Grillo Berlusconi, che hanno monopolizzato il dibattito pubblico.
Partiamo con l’analizzare il risultato; la bassa affluenza, poco più della metà degli aventi diritto si è recato alle urne, ha permesso lo scavalco del muro del 4%, insormontabile ostacolo della sinistra italiana fino a queste elezioni. Il milione di voti presi è un’ottima base di partenza, anche se rispetto alle scorse elezioni nazionali, politiche del 2013 ed europee del 2009, la sinistra perde quasi un milione di voti, presumibilmente passati con il PD e il partito del non voto. Ottimi sono stati i risultati nelle grandi città dove la lista consegue risultati superiori alla media nazionale, bassi invece quelli in zone tradizionalmente rosse dove il PD ha fatto il pienone ovunque.
Chi scrive è un militante del Partito dei Comunisti Italiani rimasto scottato e deluso dal trattamento ricevuto dalla lista che ha escluso il PdCI, arrabbiato per l’immobilità di PRC e PdCI che non sono state in grado di lanciare e organizzare per primi una sinistra unita. Lasciando alla storia le incomprensioni, gli errori e gli sgambetti non c’è spazio per alcun rancore. Il dovere ora è costruire quel tanto sognato fronte unico della sinistra, che inizi un processo di ricostruzione e riorganizzazione dei comunisti e della sinistra che tanto mancano a questo paese, ma è necessario risolvere fin da subito tutti quei problemi che negli ultimi 20 anni hanno portato solo scissioni e rancori.
La costituente di questo fronte deve innanzitutto chiarire la posizione sul Partito Democratico. Non può esserci spazio per la sinistra nel centro sinistra con questo PD renziano, che somiglia di più alla DC che a qualcosa vagamente di sinistra, che governa senza patemi d’animo con Alfano, che stringe accordi con Berlusconi per distruggere e modificare a piacimento la Costituzione Italiana e che in Europa vota e appoggia le più ignobili politiche liberiste. Questa nuova sinistra unita deve allontanarsi dai democratici senza lasciare alcuna ambiguità che in passato ha solo fatto danni. Alcuni vogliono una sinistra “senza aggettivi”, io dico che una sinistra senza una forte componente comunista è una sinistra senza anima. Per questo PdCI e PRC, tramontato (per ora, sia chiaro) il sogno di unico partito comunista, devono avere una grande e forte unità d’azione e di intenti che sia maggioritaria in questa nuova sinistra che si vuole costruire. C’è però un prerequisito per fare ciò: i due partiti devono lasciare da parte una volta per tutte i rancori del passato, e le dirigenze di questi due partiti non sono in grado di assopirli. Un ricambio generazionale, e non solo, è necessario, ma di questo ne parlerò un’altra volta.
Un terreno di scontro nella sinistra italiana è la politica estera. La sinistra unita deve dichiararsi apertamente e senza indugi antimperialista e lavorare per l’uscita dell’Italia dalla NATO, organizzazione che fin dalla sua nascita ha solo portato guerra e distruzione nel mondo, che ha portato L’Italia e l’Europa asservite ai voleri degli Stati Uniti. Le titubanze, i preconcetti e i pregiudizi che sono venuti fuori su importanti questioni come quella siriana e ucraina non devono più ripetersi. Fondamentali sono l’autonomia e l’identità che ogni partito che formerà questo fronte dovranno mantenere. Questa nuova sinistra non dovrà essere né un cartello elettorale, né un partito ma una coalizione che si batte per obbiettivi comuni.
Dopo tanto tempo finalmente si presenta l’occasione per ricostruire quanto distrutto negli ultimi anni, una sinistra unita e autonoma che non litiga e non ha rancori, forte e determinata nel raggiungere i propri obbiettivi e soprattutto non settaria. Siamo già fortemente in ritardo rispetti ai compagni degli altri paesi europei, non perdiamo questa occasione, lavoriamo insieme senza ripetere gli stessi errori del passato. Se così sarà avremo costruito le fondamenta per un futuro ritorno di un unico e grande partito comunista, obbiettivo alla quale io e tantissimi compagni non rinunciamo per nulla al mondo.

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Sandro Scardigli, Segretario Sezione di Empoli “Abdon Mori” del PdCI

“E’ difficile tracciare un bilancio di queste Elezioni Comunali senza lasciarsi prendere dalla delusione provocata da un dato per noi negativo: a Empoli il Partito dei Comunisti Italiani non avrà consiglieri. Non era mai successo. Negli altri Comuni dove ci siamo presentati nelle liste di Sinistra è andata un po’ meglio, ma comunque al di sotto delle aspettative della vigilia. Abbiamo sicuramente sopravvalutato la portata elettorale del malcontento e delle divisioni interne (che a Montelupo hanno assunto toni da faida “sanguinosa”) al PD. Ci illudevamo insomma che ciò provocasse un calo del Partito egemone nel nostro Circondario, a vantaggio anche nostro. Ma non avevamo valutato bene le dimensioni dell’effetto Renzi, cioè del consenso che, anche fra i lavoratori e i ceti popolari, riscuotono le politiche dell’ex sindaco di Firenze. A Matteo Renzi va dato atto della sua abilità di comunicatore che, elargendo una mancia di 80 euro in busta paga (diamola per buona), riesce a non far vedere che contemporaneamente sta rendendo precari tutti i lavoratori italiani, con il “jobs act” e le altre misure che permettono alle aziende di non assumere a tempo indeterminato e di licenziare lavoratori senza giusta causa, al prezzo di una “multa”. In un contesto di forte crisi, che vede una larga parte della popolazione esasperata per vivere in una situazione di disagio economico crescente, non sorprende che delle misure demagogiche vengano viste come un “meglio che nulla” e che l’odio verso politici e Partiti che hanno fatto gli interessi propri e di chi la crisi l’ha provocata, spinga molti elettori a non andare tanto per il sottile e a dare la preferenza a chi sembra garantire loro un qualche miglioramento, anche minimo. In situazioni come questa anche il giusto paga spesso per il peccatore e quindi nemmeno i comunisti e la sinistra sono esenti dalla sfiducia politico-elettorale dell’opinione pubblica. Abbiamo cercato di dare il nostro contributo a liste elettorali di Sinistra nei Comuni di Empoli, Vinci, Cerreto Guidi e Montelupo Fiorentino. In quest’ultimo Comune la Sinistra e la candidatura a Sindaco del compagno Luca Rovai di Rifondazione hanno ottenuto un importante risultato, che sfiora il 20%, ma un PD diviso in fazioni che si contrappongono ferocemente fra loro è comunque riuscito a superare il 50% dei voti. Un risultato come questo sarebbe stato impensabile se il PD non avesse ottenuto il 41% dei voti a livello nazionale. Anche a Vinci il risultato è stato buono (quasi il 10%). Lo scarso 7% di Cerreto Guidi e soprattutto il 3% della lista Sinistra Unita per Empoli (PRC-PDCI) a sostegno di Dusca Bartoli Sindaco (12% tutta la coalizione), sono deludenti. Siamo convinti di aver fatto un buon lavoro nel Consiglio Comunale di Empoli con il nostro consigliere Paolo Gaccione (non a caso il più votato della lista), assieme a Gabriele Bini di Rifondazione. Ringraziamo i compagni di Cerreto Guidi, guidati dal bravo e capace candidato Sindaco Vladimiro Spinelli, operaio e militante del nostro Partito. Contiamo sul fatto che presto i lavoratori, i precari, i disoccupati, gli studenti e tutti coloro che stanno pagando il prezzo di questa crisi, si renderanno conto che il vero volto politico di Renzi non sono gli 80 euro in busta paga o qualche altra regalia graziosamente concessa, ma l’attacco ai diritti dei lavoratori, alla CGIL, la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, a cominciare dai servizi pubblici, lo svuotamento dei poteri delle assemblee elettive e quindi l’attacco alla Costituzione. Quando ciò avverrà i comunisti italiani saranno come sempre al fianco di chi vive del suo lavoro e di chi vorrebbe avere un lavoro, di chi lotta per una società dove ognuno dia secondo le sue capacità e riceva secondo i suoi meriti (quelli veri però). Noi ci siamo! Per l’unità dei comunisti e in alleanza con il resto della Sinistra”.

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Sergio Palazzi, segretario sezione di Calci (Pisa)

Il risultato di queste elezioni confermano un dato, già largamente presente tra la popolazione europea,cioé questa Europa non piace alla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. La conferma stà,oltre che nella forte astensione dal voto,quasi il 60% non ha votato,anche in un voto espresso esplicitamente contro questo assetto e questa politica da oltre il 25% degli elettori. Quindi siamo in presenza di un Parlamento europeo che é espressione di una ridotta minoranza e sarà quindi esautorato dalle decisioni e dagli accordi tra i governi degli Stati più influenti economicamente e politicamente.In questa fase non sono quindi immaginabili grandi possibilità di modifica della attuale politica economica dell’Europa effettuata con interventi diretti di tale Parlamento.Quello che di nuovo varranno sono i rapporti di forza tra gli Stati. Il risultato elettorale dovrà essere valutato per l’incidenza che provocherà nei singoli paesi e soprattutto se ne modificherà l’orientamento politico.In Germania l’attuale accordo di larghe intese non ha subito grandi scossoni se non un ulteriore spostamento per politiche conservative; in Francia la sconfitta dei socialisti avviene quasi tutta a vantaggio della destra con posizioni anti europee di chiara marca nazionalista;in Inghilterra,con una percentuale di votanti inferiore al 40%,si afferma un partito che chiede esplicitamente l’uscita dall’Europa; in Italia al 40% del PD corrisponde lo svuotamento dei consensi dei partiti suoi alleati di governo e di Forza Italia, che si é accordata con Renzi per le riforme istituzionali. In questi paesi la sinistra non intercetta il malcontento dei lavoratori che, o si astengono dal voto, o  si fanno irretire dalle promesse dei partiti al potere , o addirittura si rifugiano  nel voto a partiti di destra. Ben altra situazione si verifica la dove,Portogallo,Grecia,in parte Spagna dove in questi anni di crisi i comunisti e la sinistra hanno saputo coniugare la protesta contro le scelte economiche dell’Europa con le lotte nei loro rispettivi paesi contro i governi che si adeguavano a quelle scelte.In questi risultati,in alcuni casi davvero importanti,c’è una conferma del fatto che l’orientamento politico della classe operaia, e di larga parte della società é influenzato e orientato, anche nel voto, se vi sono lotte importanti ed unificanti dei lavoratori.I comunisti e la sinistra ottengono le loro migliori percentuali la dove vi é stat una lotta condotta contro le scelte dei governi in carica.Penso che la lezione che dobbiamo trarne anche in Italia é che senza una ampia ripresa delle lotte dei lavoratori,sia salariali che di tipo normativo,il malcontento e la protesta si manifesterà ancora con un vantaggio per la destra e per forze apertamente contrarie agli interessi dei lavoratori.Se ciò ha un minimo di corrispondenza con la nostra realtà il compito dei comunisti non può che essere quello di suscitare ed indirizzare la lotta in ogni occasione,in fabbrica e nella società per aggregare più forze che sia possibile per ridare speranza per un vero cambiamento politico. Penso che più che appelli all’unità dei comunisti servano azioni di lotta in cui i comunisti tornino ad essere i protagonisti. Anche da piccoli successi, da piccoli passi concreti in avanti potrà tornare la fiducia e rendere praticabile l’unita dei comunisti in un più ampio raggruppamento della sinistra.

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David Insaidi

Forse la sto prendendo un po’ troppo “larga”, ma parlare di Europa senza prima inquadrare il continente all’interno delle recenti dinamiche mondiali è limitante.
La tendenza mondiale –molto sinteticamente- è la seguente: negli ultimi anni stanno sempre più emergendo i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a livello economico, ma sempre più anche politico.
Gli Stati Uniti si trovano in grave difficoltà di fronte a tale ascesa e tentano quantomeno di legare a sé il più possibile i paesi europei, staccandoli soprattutto dalle relazioni con la Russia. Contro la quale gli USA stanno praticando una politica decisamente aggressiva, anche se in modo (neanche tanto) indiretto (vedi Libia, Siria e soprattutto Ucraina). Agli americani conviene, agli europei decisamente meno, dato che un deterioramento serio dei rapporti con la Russia, avrebbe ripercussioni economiche gravi per i paesi dell’UE (Italia compresa), già alle prese con una pesante crisi economica.

L’Europa, infatti, si trova, per la prima volta da secoli, in una fase di declino economico, politico, culturale e morale.

La crisi economica è da attribuire al meccanismo di funzionamento del capitalismo (vedi Marx). Il problema è che le scelte dell’Unione Europea –e in modo particolare dei paesi che hanno aderito all’euro- sono le peggiori che possano essere fatte in un contesto di crisi: riduzione del debito pubblico, attraverso pesanti tagli al salario, alle pensioni, alla sanità, ecc. (che naturalmente vanno ad incidere soprattutto, se non esclusivamente, sui lavoratori e sui ceti popolari). Così la crisi si alimenta e si aggrava come un circolo vizioso.
L’unico paese che ne sta uscendo economicamente bene è la Germania, e proprio grazie all’euro e alle politiche di cui sopra (fiscal compact). In pratica, sta facendo pagare la sua floridità ai paesi deboli (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.).
Detto ciò, il comportamento elettorale degli europei riflette nel complesso tale stato di crisi e di decadenza. Comportamento che si esprime in modi diversi e contraddittori: dalla sfiducia (astensionismo, che a livello europeo non è aumentato, ma rimane elevatissimo), alla contrarietà, o quantomeno allo scetticismo nei confronti dell’Europa, da intendersi non come rifiuto dell’Europa unita in sé, quanto come rigetto delle politiche economiche dominanti nel continente.

Il dissenso (o euroscetticismo) è in netta crescita dappertutto.
Curiosamente l’unico paese dove le forze centriste e filo-UE tengono è, guarda caso, la Germania, ossia, l’unico paese che dall’introduzione della moneta comune ci ha guadagnato. Ma persino lì l’euroscetticismo è in leggera crescita (sull’Italia ritornerò più avanti).
Per il resto avanzano in modo notevole i partiti in diversi modi critici verso l’UE e verso l’euro.

Il cosiddetto “euroscetticismo” (termine ovviamente riduttivo) presenta –semplificando- due facce: quella di destra, che magari parte da un atteggiamento critico anche legittimo, ma che sfocia sostanzialmente ad una reazione di tipo nazional-egoista (stile: pensiamo a salvarci noi, degli altri poco ci importa). Il successo di questa opzione è particolarmente netto in Francia, in Gran Bretagna, in Austria e anche altrove.

E poi c’è la crescita delle forze di sinistra (cosiddetta “radicale”; ossia, quella che difende i ceti popolari e non il capitale finanziario). Crescita molto consistente in Grecia (dove Syriza è addirittura il primo partito), in Portogallo, in Spagna e in Irlanda –i paesi più colpiti dalle misure di austerità imposte dall’Europa- ma anche nell’insospettabile Belgio, nella Repubblica Ceca e altrove.
Infatti il GUE/NGL passa da 35 a 49 deputati.
E veniamo all’Italia. Chi ha vinto?

Sicuramente l’astensionismo. Ossia, la sfiducia, la rassegnazione. Che implica, nella maggior parte dei casi, un’insoddisfazione di fondo.
Poi, contrariamente alle previsioni (anche mie), il M5S non ha sfondato. Ma il 20% rappresenta comunque un risultato notevole per una forza politica relativamente giovane (Beppe Grillo a parte) e che gestisce poco potere.
Non mi dilungo sui limiti di tale “movimento”, dato che ne ho già ampiamente trattato. Mi limito ad osservare che nella Parma di Pizzarotti il M5S ha ottenuto un risultato in linea con l’Emilia Romagna e con quello nazionale, segno che Pizzarotti non ha entusiasmato granché e che un conto è opporsi, urlare e criticare, un altro è governare.

Il 40% del PD di Renzi può essere considerato un risultato storico?

Direi proprio di no. In termini assoluti il PCI (e taccio sulla DC) riuscì ad ottenere nelle politiche del 1976 un milione e mezzo di votanti in più, laddove gli elettori erano 40 milioni, invece dei 49 milioni di oggi. Cioè, calcolando il consenso reale -ossia, sul totale degli elettori- quello del PCI del 1976 era del 31,2%, mentre quello del PD di Renzi è del 22,7%, quasi 10 punti in meno. A ciò andrebbe aggiunto il fatto che almeno ¾ di quei voti erano stabili, ossia il cosiddetto “zoccolo duro”. Quanti dei voti ottenuti dal PD di oggi si possono considerare tali?
Il fatto è che Renzi è arrivato da pochi mesi e difficilmente l’elettorato è in grado di dare un giudizio adeguato. Finora l’indubbio consenso dell’ex sindaco di Firenze è stato dovuto soprattutto ad aspetti esteriori e propagandistici (giovane, dinamico, apparentemente estraneo al vecchio apparato, senza contare la faccenda degli 80 euro).
Inoltre i voti del PCI di allora rappresentavano in toto un popolo progressista, mentre quelli del PD (che indubbiamente ha preso voti dal PdL e soprattutto da Scelta Civica) sono in gran parte voti conservatori.

La Lista Tsipras.

Personalmente, tenendo conto il contesto difficilissimo per la sinistra alternativa, sono soddisfatto del 4,03%.
Ho sentito non poche critiche “da sinistra” rispetto ai risultati di tale lista. Critiche nelle quali si sottolinea la perdita di quasi la metà dei voti in termini assoluti, rispetto al risultato della Federazione della Sinistra e di Sel del 2009 messe assieme.
Un tale paragone è, a mio avviso, improponibile e fuorviante. Primo, perché la FdS nel frattempo è stata distrutta, causando l’ennesima emorragia di voti, chiaramente visibile nei risultati di Rivoluzione Civile dello scorso anno. A ciò si aggiunge il fatto che il PdCI è rimasto sostanzialmente estraneo a tale lista. Secondo, perché la stessa Sel era divisa e tutto lascia pensare che una parte di essa abbia boicottato la Lista Tsipras.
Insomma, tenuto conto che numerosi comunisti e persone di sinistra hanno preferito non votarla, la Lista Tsipras ha ottenuto un risultato discreto e che in questa difficilissima fase rappresenta una boccata d’ossigeno.

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Maruska Consolati, Federazione Pdci di Brescia

Quando nella società vengono meno tutte le certezze e i pilastri che la sorreggono è inevitabile che ci siano caos e confusione.
Ad oggi possiamo dire con certezza che “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente”, ma eccellente per cosa? per quale azione da intraprendere?
In Lenin la conoscenza della società era rivolta in ogni momento all’agire, che proprio allora come adesso, era socialmente necessario. La sua vita è un agire continuo in cui non esiste situazione senza scampo, ne per lui ne per l’avversario.
Perciò il suo metodo di vita è questo: essere sempre preparati all’azione, all’azione giusta.
L’essere comunisti oggi vuol dire si, essere coscienti della realtà, ma questo non basta perchè solo se tale coscienza si organizza e conquista le masse diventa una forza materiale che può trasformare la realtà.
La “tattica rivoluzionaria” non può fondarsi unicamente sullo spirito rivoluzionario ma deve fondarsi sul calcolo obiettivo di tutte le forze di classe operanti nella formazione economico – sociale e nello stato dove si opera.
Gramsci vede il Partito come struttura fondamentale nel percorso di costruzione di alleanze sociali e politiche, tale struttura si caratterizza per lo sforzo di adeguare i principi che la caratterizzano alle esigenze dell’azione politica.
Il cardine principale è il non isolarsi mai dalle masse, sforzandosi di interpretarle e facendosi portatori delle loro rivendicazioni.
Partendo da questa sintesi possiamo dire con fermezza che la condizione necessaria per sfruttare “l’eccellente situazione” in cui vessa la società sono il Partito e la lotta politica. Compito principale del Partito è quindi organizzare sè stesso.
I quadri politici sono fondamentali ma non possono esaurire da soli la struttura del Partito.
Essi devono infatti mobilitare e guidare gli iscritti facendoli diventare parte attiva nel lavoro che deve svolgere il Partito.
Dicendo questo vogliamo ribadire con fermezza l’importanza della forma – partito, ritenendo il Partito stesso come luogo comune che ci permette di organizzarci e radicarci nella società.
Qualsiasi altro mezzo di aggregazione che non abbia le caratteristiche strutturali e organizzative del Partito è da ritenersi impraticabile e fallimentare, vedi l’arcobaleno, la Federazione della Sinistra e non in ultimo, anche se per questioni di alleanze elettorali, la lista Tsipras.
L’azione da intraprendere deve essere quindi l’organizzazione del Partito partendo, come accadeva ad ogni sezione del Comintern, creando una commissione che si dedichi al lavoro di agitazione e propaganda per poter permettere a tutti i militanti di diffondere nella società le proposte e gli obiettivi del Partito.
A tal proposito è necessario anche intraprendere la via della formazione politica, per non rimanere sprovvisti in futuro di compagni-quadri e per facilitare l’applicazione del centralismo democratico, saldando quindi il nesso esistente tra educazione politica e capacità di intervento all’esterno del Partito.
Le risoluzioni ottenute dopo la discussione interna al Partito devono, e ribadiamo devono valere per tutti ed essere eseguite incondizionatamente anche da quegli iscritti che fossero in disaccordo.
La delicatezza del momento politico che stiamo attraversando obbliga a non farci più cogliere impreparati. Non possiamo e non dobbiamo più andare avanti in questo modo, ma dobbiamo invece far tesoro dei nostri errori per evitare di ricommetterli.
E’ compito di noi tutti lavorare affinchè il nostro Partito torni a far parlare della politica come “nobile arte di governo” della società, accorciando le distanze tra l’alienazione delle masse e il senso di appartenenza ad una comunità che ricerca collettivamente la speranza e lavoro nella realtà delle cose, per migliorare il mondo che la circonda.
Veniamo da lontano, ma andremo lontano solo se il nostro punto cardine continuerà ad essere la forma-partito e la sua organizzazione.

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Massimo Rossi

Cari compagni, approfitto di questa tribuna per rendervi note alcune mie riflessioni, cosa che altrimenti non potrei fare visto che nella mia provincia ormai si convocano solo i comitati federali e le segreterie del partito, in alcune determinate occasioni, non sempre. Non tutti i compagni fanno parte del comitato federale per cui alcuni vengono esclusi da una discussione politica che ritengo sia essenziale e che debba essere aperta a tutti, specie in momenti come questi.Devo ringraziare queste elezioni europee perchè mi hanno fatto riflettere su tante cose riguardo il nostro partito, in particolare su un aspetto che ritengo importante: il suo essere profondamente istituzionalista ed elettoralista, per cui in un’occasione come questa, segnata da una ingenua incapacità di presentarsi autonomamente,dopo aver mendicato un candidato in una lista che di sinistra aveva ben poco, il pdci ha dimostrato tutta la sua fragilità e si è come sciolto in una miriade di posizioni politiche diverse e localistiche. La linea dettata dal segretario nazionale di essere comunque presente in campagna elettorale, ha portato alcuni a sostenere la lista tsipras, altri a propagandare l’astensione, altri a non esprimersi proprio non sapendo che pesci pigliare. Non è emersa una unica linea nazionale ma una varietà di posizioni espresse per lo più sui social network che certo non hanno dato un segnale positivo.Da parte mia ho ritenuto sbagliato sin dall’inizio partecipare alla lista tsipras, una lista sorta in maniera certo non democratica, imposta da rifondazione comunista, all’inizio, e poi fatta propria da una serie di intellettuali anticomunisti sostenuti da Repubblica. Di fatto una lista civetta del PD con il compito di coprire quel partito a sinistra. Una lista di fatto egemonizzata da Vendola, che si trovava perfettamente a suo agio con gli anticomunisti alla Spinelli. Hanno saputo tenerci sulla corda fino all’ultimo escludendoci alla fine, senza che noi avessimo pensato comunque di organizzarci per eventualmente presentarci in maniera autonoma. Ma questa ipotesi era in realtà esclusa a priori dai nostri dirigenti, per cui si è cercato di elemosinare fino all’ultimo un posticino in lista pur sapendo che non saremmo andati da nessuna parte. Tutto ciò mi ha fatto sempre più convincere della distanza ideologica e politica che mi separava dal Pdci, ne ho preso coscienza in maniera netta fino a decidere di non riprendere la tessera del 2014. Di fatto ho notato l’opportunismo di molti compagni che hanno una concezione del Partito esclusivamente inteso come comitato elettorale, un partito che si mobilita solo in queste occasioni perchè solo con i rappresentanti all’interno delle istituzioni il nostro partito può sopravvivere. Altrimenti non essendoci mezzi finanziari si chiude. Quindi non un partito comunista che esiste per cambiare questa società, autonomo e di classe, autosufficiente dal punto di vista economico, con una linea politica e teorica consapevole e condivisa con entusiasmo dai propri militanti, ma un Partito comunista solo di nome, che si può anche abbandonare un giorno insieme ai propri simboli se questo serve a far parte di una lista che ci faccia entrare in Parlamento, perchè il momento elettorale e la conquista di seggi, per motivi economici e di sopravvivenza, sono gli obiettivi primari. Non posso concepire e accettare siffatta concezione del Partito. Ho notato come questa sia la concezione prevalente all’interno del partito mascherata da “far politica”: si fa politica solo se si è presenti nelle istituzioni. NON E’ VERO, si fa politica ANCHE nelle istituzioni ma non solo lì; e soprattutto i finanziamenti pubblici non devono essere lo scopo a cui svendere la nostra autonomia e la nostra identità, i nostri obiettivi strategici, che rimangono quelli della costruzione di una nuova società dopo AVER ABBATTUTO il sistema capitalista. Altrimenti tanto vale entrare in SEL o meglio nel PD. La vittoria del PD in realtà non è stata una vittoria in quanto a vincere sono stati il 35% di cittadini che non si sono recati alle urne più tutti coloro che hanno votato scheda bianca o nulla. Il pd di fatto ha preso solo il 24% dei consensi…e questo la dice lunga sul fatto che i cittadini sono sfiduciati e sempre più il qualunquismo prende piede, mentre l’unica opposizione presente oggi in parlamento, quella di grillo, raccoglie una parte del malcontento. Dovevamo essere noi Comunisti a raccogliere quel malcontento se fossimo percepiti realmente per quello che dovremmo essere cioè un partito rivoluzionario nel senso più genuino del termine. Invece siamo percepiti come gli altri partiti del sistema dominante. Dal congresso è uscita la parola d’ordine della ricostruzione del Partito Comunista. In realtà queste elezioni europee hanno dimostrato che quell’obiettivo è solo una enunciazione sulla carta mentre di fatto si continua a vivacchiare fino alle prossime elezioni (le regionali del 2015?)quando andremo ad elemosinare a rifondazione o altri la presenza in una lista dai colori smorti pur di superare un ics sbarramento per poter finalmente (forse) ritornare a “fare politica”nelle istituzionie a percepire le indennità degli eletti così da poter dire di esistere per conquistare il sol dell’avvenire (!)

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Roberto Galtieri

Il tipo di risposta di classe alla crisi che investe il proletariato europeo è dovuto all’egemonia dal capitale sul proletariato.
La risposta di classe in Europa alla crisi, in assenza di un’alternativa comunista, come negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, va a destra, all’estrema destra. L”egemonia del Capitale sul proletariato è quasi totale. Ideologia e valori borghesi sono predominanti senza contrasto. Anche i partiti comunisti più all’avanguardia e radicati fra le masse non presentano ideologia e valori rivoluzionari e alternativi a quelli borghesi ma sono costretti nel ridotto dell’azione di risposta al continuo deterioramento delle condizioni materiali.
Molto meno della metà degli aventi diritti ha votato, a illustrare il distacco dei popoli europei dalla costruzione istituzionale del capitale; “epidermicamente” distante quanto nemico indicato dall’avversario di classe quale entità quasi metafisica responsabile del pauperismo dilagante.
Il voto dei restanti cittadini dell’Ue riporta questo dato. Ottengono enormi consensi sia la destra “liberista classica”, per usare la terminologia corrente che quella “liberista fascitoide” e quella apertamente fascista: quella dei cosiddetti euroscettici o populisti e quella dei partiti dichiaratamente nazifascisti. Sommati percentualmente ottengono oltre il 60%. A questi vanno aggiunte le forze liberiste di origine socialdemocratica, oltre 35%. Forze la cui presenza socialdemocratica classica è sempre più minore.
In ogni caso ha trionfato la “cultura” dell’uomo forte, dell’uomo della provvidenza (sottommissione all’egemonia anche cattolica) nelle proposte delle candidature alla presidenza della Commissione (anche se c’è l’inganno poiché le politiche della Commissione le decide il Consiglio).
La progressione dei partiti nel Gue/Ngl, il gruppo dove siedono i partiti comunisti e nuovi socialdemocratici di per sé non va ascritta alla crescita dell’influenza di classe sul proletariato. Se da una parte i partiti comunisti di Portogallo, Francia, Grecia, Cipro, Repubblica Ceca e Spagna crescono, la verifica degli eletti è altrettanto importante che per gli eletti delle nuove forze socialdemocratiche come, per esempio, il SP olandese che invia un deputato supplementare a Bruxelles. Nella scorsa legislatura, sui due deputati di questo partito, uno era schiacciato sulla socialdemocrazia europea, l’altro con la cosiddetta sinistra radicale. Di fatto separati in casa. “Chi” sarà inviato nel PE dai partiti comunisti farà la differenza. Lo stesso vale per gli altri partiti del Gue che guardano, come nella scorsa legislatura i Die LInke, al “faro” socialdemocratico. Degli eletti di Tsipras vedremo più avanti.
Ovunque è trionfata la logica del vendere lucciole per lanterne.
Il fatto che tutti i partiti comunisti d’Europa della zona euro abbiano inserito la parola d’ordine dell’uscita dall’euro del loro paese la dice lunga sulla scarsezza ideologica e scientifica dei loro gruppi dirigenti.
La parola d’ordine contro l’euro è sbagliata sia da un punto di vista teorico che politico. Questo punto merita chiarezza poiché è sintomatico dello stato di arretratezza teorica, e quindi di prassi dei comunisti europei.
La funzione della moneta è il permettere di misurare i valori di scambio; la moneta è dunque uno strumento della circolazione delle merci. Euro, lira, dracma, marco o dollaro sono strumenti. Il dollaro è lo strumento di controllo imperiale dello scambio delle merci. Potrebbe denominarsi lira, non muterebbe il suo carattere di strumento dell’imperialismo.
Proclamare l’uscita dall’euro quale soluzione della crisi è trarre in inganno il proletariato, deviare la lotta al Capitale verso una sudditanza ideologica, teorica, e culturale alle logiche del sistema capitalista. Es: tornare alla lira di per sé non risolve alcunché, per esempio, per quanto attiene alle legislazioni nazionale ed Ue contro i diritti dei lavoratori, etc.
Due, inoltre, i temi assenti dalla campagna di propaganda: l’avanzata nazista della NATO in Ucraina (a parte i solo partiti comunisti) e il ruolo dell’Europa nello scontro interimperialistico.

Italia
L’alto risultato della lista PD riassume:
-) la ricostruzione di un partito interclassista del capitale (come la vecchia DC);
-) un ritrovato uomo della provvidenza dopo l’eclissamento di Berlusconi;
-) l’affidamento della propria disperazione alle promesse (come un milione di posti di lavoro del solito B.);
-) la paura della destra del cosiddetto giustizialismo grillino. Questo risultato azzera, inoltre, le velleità della corrente interna al PD più vicina alla liberal-socialdemocrazia in opposizione alla riedizione della DC.
Come ogni fenomeno populista, il grillismo va a ondate; il suo risultato continua comunque ad essere notevole e rappresenta in gran parte un motivato malcontento non raccolto dai comunisti.
La lista Tsipras è la lista di De Benedetti per la creazione di una (finta) opposizione socialdemocratica alla Dc renziana. L’esclusione dei comunisti è la cifra di questa operazione voluta dall’editorialista di De Benedetti-Caracciolo. Le recenti dichiarazioni della Spinelli circa un suo ripensamento in merito alle sue dimissioni lascia intendere che la sua decisione sul collegio meridionale colpisca la compagna Forenza a favore dell’ignobile Furfaro di Sel al centro. A differenza di quanto afferma la segreteria del Prc il superamento della soglia del 4% è dovuto all’allergia di molti elettori del PD a Renzi che non al fascino verso Tsipras.
Il Prc esce da questa tornata elettorale ulteriormente diviso. La corrente di Grassi ha apertamente, e fortunatamente inutilmente, sostenuto il candidato di Sel contro la compagna Forenza. Il passaggio della ex corrente denominata impropriamente “Essere comunista” a Sel è questione temporale. In quel che resta del Prc si rafforza l’ipotesi bertinottiana del partito movimento dentro il calderone di Tsipras per la creazione di una Syryza italiana. Il Prc, con questo gruppo dirigente, continua ad opporsi alla creazione di un partito comunista in Italia. Non a caso ha permesso l’esclusione del PdCI dalla lista
Il PdCI è politicamente ondivago e perso. Escluso dalle lista Tsipas non ha saputo e potuto esprimere altro che una proposta elettorale sulla quale c’è, peraltro, molto da dire. Si è passati dal gravissimo errore dell’appoggio del PdCI Abruzzo alla lista del PD alle regionali, al sostegno ai candidati del Prc nelle liste Tsipras, segnatamente a Roma a favore di Fabio Amato. L’elenco delle scelte dicotomiche potrebbe continuare. Si impone la creazione di un nuovo gruppo dirigente prendendo, in proposito, lezioni dal Pcp .
La soluzione per la Classe è ancora, e sempre, la costruzione di un partito comunista, con caratteristiche chiare e di cui il Pdci può/deve essere la base di partenza. Un partito leninista e di quadri che inizi in tal modo il lavoro di massa, relegando le elezioni a momenti di propaganda in attesa dell’accumulo delle forze. Abbiamo anche un riferimento da cui imparare: il PTB/PVDA (il Partito del Lavoro Belga).
Per quanto attiene la Fed Comunista Belgio, il comportamento “sparpagliato” dei compagni in merito alla tornata elettorale è sintomatico della obbligatorietà del cambiamento. Tutte le tipologie si sono avverate: iscrizione al voto in Belgio per non votare Tsipras, campagna per Tsipras, voto per Tsipras con preferenze ai compagni Prc, non voto, annullamento della scheda. Qualcuno ha votato Grillo.

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Mimmo Dieni, Pdci Fed. Civitavecchia

“Una ferita al Cuore”. Più o meno con queste parole tutti i media hanno commentato la vittoria al ballottaggio del sindaco grillino a Livorno. Gli stessi supporters del M5S, durante le interviste televisive di rito al neo-sindaco appena eletto, innalzavano in bella vista cartelli che recavano la scritta: “Livorno liberata dopo 70 anni” o qualcosa del genere. In effetti agli occhi di tanti elettori di sinistra e di molti compagni (ma anche agli occhi degli elettori di destra), la sconfitta del candidato sindaco del PD al ballottaggio per il comune di Livorno è apparsa come la sconfitta del comunismo italiano nella città più comunista d’Italia, proprio quella che nel 1921 aveva visto nascere quello che sarebbe diventato in seguito il più grande partito comunista dell’occidente capitalistico. A poco è servito, come qualcuno giustamente ha provato a fare, il tentativo di indicare come in realtà Livorno non sia stata governata ininterrottamente per 70 anni dai comunisti,ma negli ultimi anni i sindaci siano stati espressione dei Democratici di Sinistra e recentemente del PD. La storica frattura della Bolognina ed il congresso di Rimini che vide il cambio del nome e la divisione in due tronconi di quello che fu il PCI, sembrano essere cancellati dalla memoria collettiva. Per gli organi di stampa, le televisioni, la rete, la “grande politica” e persino per la maggioranza degli elettori di sinistra, sembra esserci una continuità diretta tra quello che fu il PCI, il PDS, i DS, il PD fino alla leadership di Renzi, dei nostri giorni. A nulla è valsa l’obiezione che proprio il presidente del consiglio ed ex sindaco di Firenze, non abbia mai militato nel PCI, ma addirittura nel partito avversario principe: la Democrazia Cristiana, o che l’attuale giovane gruppo dirigente del PD e lo stesso candidato sindaco di Livorno non siano mai stati comunisti in vita loro. La vittoria pentastellata a Livorno ha assunto una valenza simbolica ben precisa: IL PCI-PDS-PD E LA SUA “VECCHIA POLITICA” SONO STATI BATTUTI (in casa!) DAL RINNOVAMENTO GRILLINO.
Qualcosa del genere sembra accaduto anche a Civitavecchia, sebbene con qualche differenza che è giusto rimarcare. Qui non è stato un giovane renziano rampante ad essere sconfitto dal semi-sconosciuto grillino di turno, ma una vecchia volpe della politica consociativa (questo si, ex-comunista), amministratore navigato, ex deputato, sindaco al terzo mandato: Pietro Tidei, il sindaco uscente; aveva vinto le elezioni a passo di carica due anni fa, come cavallo di ritorno, in una Civitavecchia che non vedeva l’ora di liberarsi dalla precedente amministrazione di destra e da quello che molti definiscono come il peggior sindaco della storia di Civitavecchia: il forzaitalico (ex PSI) Moscherini. Tidei, dopo poco più di un anno di governo, durante il quale aveva già rotto con i comunisti, che pure facevano parte della coalizione e della maggioranza originaria, era caduto a causa di una fronda organizzata da SEL e da una delle liste civiche del sindaco stesso e che aveva visto, secondo una “vox populi” molto diffusa (nonostante le stizzite smentite dei protagonisti), anche la collaborazione del centrodestra locale e del sindaco sconfitto da Tidei. Il casus belli era stata l’acqua pubblica e, ad essere onesti, su questa questione, così come sull’altra spinosa questione che da sempre aveva diviso trasversalmente i civitavecchiesi, la centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord, il M5S si era sempre schierato con forza. Sul candidato grillino Cozzolino è piovuto al ballottaggio un vero diluvio “bi-partisan” di voti da Fratelli d’Italia fino a Sel e non pochi compagni e compagne della sinistra radicale, tanto da fargli raggiungere, dopo uno striminzito 18,33% al primo turno (aveva superato di soli 45 voti il candidato della destra Grasso), una percentuale esattamente doppia di quella del “vecchio” Pietro. La reazione dello sconfitto è stata rabbiosa e completamente priva di ogni accento autocritico. “C’è stato un complotto contro di me. Un agguato” ha affermato Tidei. Ufficialmente nessuno degli altri partiti si è dichiarato chiaramente per il voto al M5S al ballottaggio, ma in molti comunicati apparentemente equidistanti(così come è successo a Livorno), si segnalava, in diversi toni, la necessità di un cambio di rotta nella politica civitavecchiese. Nella città portuale, un tempo roccaforte dei comunisti e della sinistra di classe, tutto il centrosinistra e la sinistra stessa, con le sue beghe, i suoi tranelli, i suoi inguaribili personalismi, sembrano essere stati spazzati via dall’ondata di piena dell’antipolitica e a pagarne un caro prezzo è stata pure (senza colpe specifiche) anche la coraggiosa e comunque apprezzata, candidatura comunista unitaria della compagna Vanda Schiavi.
Il nostro compito più difficile inizia ora: FAR USCIRE INTERI STRATI POLARI E PROLETARI DAL FALSO DUALISMO RENZI – GRILLO. Far comprendere come l’interclassismo del PD e quello del M5S, siano in realtà due facce della stessa medaglia. La storia ci insegna che in momenti di crisi economica gravissima, se la sinistra di classe è debole e divisa (come lo è oggi in Italia), puntualmente, a far presa sulle masse è il POPULISMO qualunquista e trasversale alle classi sociali. In forme e modi diversi, a seconda del luogo o del periodo storico nel quale si manifesta e cresce. E’ sbagliato pensare che fenomeni come il fascismo in Italia o il nazismo tedesco non avessero una base di appoggio di massa. L’aveva Mussolini (e Gramsci ne analizzò lucidamente le cause) e Hitler andò al potere vincendo democratiche elezioni a fronte di una sinistra tedesca divisa (seppur con ampie giustificazioni da parte dei comunisti tedeschi, che avevano visto solo pochi anni prima il loro tentativo rivoluzionario schiacciato ed i loro leader Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht uccisi dai socialdemocratici). Un indiscusso seguito di massa lo ebbe Peròn in Argentina, con la sinistra ed i comunisti frazionati in mille rivoli e lo avevano anche le forze populiste antimarxiste prerivoluzionarie russe come Zemlija i Volja ed i socialrivoluzionari, ferocemente combattuti dai bolscevichi Ce l’ha indubitabilmente Grillo oggi. Tutti questi fenomeni politici e sociali hanno un comune filo rosso (anzi giallo) che li lega: il brandire parole d’ordine e programmatiche, addirittura pratiche politiche, di sinistra, miste ad atteggiamenti chiaramente di destra (così come gli ammiccamenti di Grillo a Farage e le strizzate d’occhio contro gli immigrati), tutti comunque impegnati a sviare le masse dalle vere cause della crisi economica: il capitalismo o l’imperialismo e la sua insaziabile voracità. Parole d’ordine in grado di attrarre i ceti medi e la piccola borghesia allo sbando e la perdita di fiducia (giustificata!) da parte della classe operaia nei confronti delle loro direzioni politiche e sindacali maggioritarie in quel momento. Il renzismo ed il grillismo sono quindi in modi diversi, ma in egual misura, confacenti al mantenimento dello status quo capitalista e del mantenimento del potere economico e dei mezzi di produzione nelle mani della grande borghesia imprenditoriale. Finchè non riusciremo a sgombrare il campo dall’ambigua illusione grillina, non riusciremo a costruire una sinistra di classe forte e credibile ed il suo strumento principale: un nuovo partito comunista unito e di massa. Ogni vittoria grillina, seppur temporanea, rende sempre più difficile, questo nostro, già di per sè duro, compito.