Intervista a Giacché sul libro: “Anschluss, L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”

Si parla molto del boom della Germania, come un modello da seguire: un paese che ha i conti a posto, una forte economia basata sull’export di alto livello, dove non ci sono i terribili problemi di burocrazia e corruzione che si vivono qui in Italia.
Da tempo mi chiedo se sia proprio così, cioè se davvero la Germania abbia fatto tutto giusto: sono più bravi, efficienti, ma, soprattutto, sono riusciti a mantenere quell’impronta sociale che in passato si contrapponeva al modello “anglosassone” del libero mercato?
Infatti, il cosiddetto modello renano è stato tanto criticato da chi promuoveva la deregulation e il dominio della finanza qualche anno fa.
Un giorno ad un convegno a Roma mi sono trovato seduto accanto a Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche. Dopo esserci scambiati qualche commento sugli interventi degli altri relatori, e i rispettivi biglietti da visita, ci siamo poi incontrati di nuovo qualche settimana dopo. Alla fine ho letto il suo libro sulla Germania: Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Imprimatur editore, Reggio Emilia 2013).
Nel libro Giacché smonta in modo dettagliato e documentato il mito del successo dell’unificazione, dimostrando come la politica economica della Germania dopo il 1989 ha avuto effetti devastanti per i nuovi Länder – le regioni dell’ex DDR – con una distruzione spaventosa della capacità produttiva e del tessuto sociale. Se si guardano i milioni di disoccupati creati e la produzione industriale che è scesa di oltre il 65%, diventa evidente non solo l’impossibilità di parlare dell’unificazione come un grande atto di generosità, e tantomeno come un pesante costo da riassorbire per la Germania federale, ma anche che occorre rivedere certi assunti sul modello di “economia sociale” in Europa, forse non presente da molti anni.
Giacché non scrive da un punto di vista anti-tedesco, o di chi vuole difendere il sistema precedente; piuttosto l’obiettivo è di puntare il dito contro certe politiche liberiste estreme e coloniali, con evidenti implicazioni per l’Italia e l’Europa oggi. Se anche il paese preso oggi come modello in realtà ha un forte squilibrio al suo interno, e il suo successo dipende anche da squilibri simili al livello europeo, si pongono molte domande sulla politica economica alla base dell’Unione europea stessa.
Si tratta di un altro tassello della storia degli anni Novanta, periodo di grande opportunità per la ricostruzione dei paesi dell’Est, in collaborazione con il mondo occidentale; purtroppo quegli anni sono diventati invece il momento della transizione verso il dominio della finanza globalizzata, fonte della crisi economica e strategica che viviamo oggi.
Nella lunga intervista con l’autore, presentata sotto, si approfondiscono i seguenti temi:
- La decisione di attuare una terapia choc per le regioni dell’Est, pur sapendo che si sarebbe provocato un forte aumento della disoccupazione. La scelta fideistica di affidarsi al mercato risulta in forte contrasto con le misure del periodo del dopoguerra, in un contesto ben diverso da quello attuale.
- L’assassinio di Detlev Rohwedder, presidente della Treuhandanstalt, l’ente fiduciario che ha gestito la privatizzazione del patrimonio dell’ex Germania dell’Est. Rohwedder pensava che non tutto fosse da privatizzare subito, a differenza del suo successore Birgit Breuel, che gestì un processo di colonizzazione caratterizzato dallo smantellamento delle industrie e da numerosi casi di frode.
- I cambiamenti al sistema di istruzione, portando alla situazione odierna in cui i ragazzi e le famiglie sono costretti a scegliere il percorso scolastico in giovane età, a differenza del precedente sistema humboldtiano.
- I paralleli tra le regioni dell’Est e il Mezzogiorno d’Italia. Come risultato del crollo economico, il 47% della popolazione nei nuovi Länder riceve assistenza statale.
- Il mito del pesante “costo” dell’unificazione. In realtà i soldi spesi hanno rappresentato un fortissimo stimolo per l’industria della Germania Ovest, che ha conquistato milioni di nuovi consumatori e anche subfornitori a basso costo nei paesi limitrofi.
- La politica dei bassi salari in Germania, che ha permesso al paese di competere meglio all’interno dell’Europa. Negli ultimi 15 anni i guadagni della produttività del lavoro non sono stati per nulla trasferiti ai lavoratori.
- La politica dell’austerità e gli squilibri all’interno dell’Europa, e il rischio di “un’implosione incontrollata e distruttiva” dell’unione monetaria in assenza di un cambiamento dell’indirizzo economico attuale.
Andrew Spannaus
Si dice che la riunificazione è stata fatta per motivi politici, cioè non economici. Però parlare di motivi politici fa pensare alla pianificazione, ad un intervento statale. Eppure la linea è stata ben diversa: quella della terapia choc, del libero mercato.
Negli anni Ottanta e Novanta si parlava tanto del modello renano; la Germania veniva criticata – come anche l’Italia – per via della diffusione di imprese piccole e familiari. Questo modello sociale era sotto attacco da parte del mercatismo. Nel libro vediamo invece che in quegli stessi anni la Germania adotta internamente proprio la politica economica della terapia choc. La stessa delle scuole di Londra, di Harvard, di Jeffrey Sachs… quella che è stata attuata nei paesi dell’Est Europa. Una bella contradizione.
Sì, questo viene anche teorizzato tra il gruppo di esperti che si raccoglie all’interno del Ministero delle Finanze, vicino al Governo di Kohl a quell’epoca. Viene teorizzato che occorra questo tipo di terapia seguendo l’idea che poi il mercato riuscirà a ridare spinta all’economia, creando molte nuove imprese.
Per essere chiari, viene messo in conto che questo tipo di terapia provocherà milioni di disoccupati. Di questo ci sono i documenti che ho pubblicato nel mio libro e che non sono segreti, magari non sono noti ma esistono e ci sono testimonianze dirette dei principali protagonisti.
Ma si ritiene che questa sia la strada che consentirà lo sviluppo, si parla di miracolo economico. Kohl, all’atto dell’unione monetaria, parla di Länder fiorenti e addirittura di un boom che avrebbe avuto luogo in quel paese nei due anni successivi. Si pensa a ritmi di sviluppo enormi nell’arco di 2-3 anni.
Ci credevano davvero o c’era qualcosa di intenzionale dietro a quello che in realtà è successo?
Io credo che qui l’elemento ideologico sia stato molto importante. C’era probabilmente una fiducia fideistica in un concetto di economia sociale di mercato, in un mito di economia sociale di mercato, che era un mito due volte: primo perché proprio il governo tedesco non si dimostrava conforme alla teoria e alla prassi dell’economia sociale di mercato; e in secondo luogo, si parlava di questa economia sociale di mercato senza pensare alle condizioni concrete in cui essa ha potuto fiorire.
L’economia sociale di mercato tedesca nasce in un contesto fortemente improntato da tre fattori: il primo, che la Germania dell’Ovest smette prestissimo di pagare all’Unione Sovietica le riparazioni di guerra, mentre invece tutte le riparazioni sono pagate dalla Germania Est; il secondo – fondamentale – è il piano Marshall, che con un enorme afflusso di credito e di vere e proprie donazioni da parte del governo americano, consente all’economia tedesca di ripartire con ritmi molto forti nei primi anni del dopoguerra; e il terzo punto – e non dico che è l’elemento decisivo ma è un elemento di cui si sarebbe dovuto tenere conto – il fatto che la moneta della Germania Ovest, per dieci anni dopo essere nata nel 1948, non è convertibile. Il marco tedesco costruisce la sua forza, anche economica, in un contesto di non convertibilità delle valute.
In questo caso [l'unificazione] si pretende che una moneta non convertibile sia convertita in un’altra da un giorno ad un altro, e per di più ad un tasso estremamente penalizzante.
Per ribadire ancora una volta questo concetto: basti pensare che normalmente si ritiene che un apprezzamento di una valuta del 5% possa danneggiare l’export, e già il 10% possa essere abbastanza preoccupante. Immagini cosa significa da un giorno all’altro apprezzare una valuta del 350%.
Pare che non tutti fossero completamente d’accordo con questa politica. Nel libro parla di Detlev Rohwedder, uno dei presidenti della Treuhand che era un po’ meno ligio ai principi di mercato, non intenzionato a liquidare tutta la capacità economica delle regioni dell”Est, che viene assassinato.
L’assassinio di Rohwedder segue quello del capo della Deutsche Bank Alfred Herrhausen, consigliere di Kohl che stilò un progetto per lo sviluppo industriale della Polonia e parlava spesso di riduzione del debito estero dei paesi poveri. Due delitti eccellenti che hanno rafforzato sicuramente la linea della terapia choc.
In Italia è ben dimostrato che i gruppi terroristici sia di destra che di sinistra erano infiltrati dai servizi segreti. In Germania si parla di scenari simili? Quali interessi potevano beneficiare da questi delitti?
In Germania l’assassinio Rohwedder non è mai stato chiarito sino in fondo. Il delitto è stato attribuito alla Rote Armee Fraktion, ma sulla base di prove così poco concludenti che la stessa sentenza non ha potuto attribuire con esattezza una responsabilità. La responsabilità dell’omicidio è stata attribuita a posteriori ad un terrorista che era già morto da una decina d’anni quando si concluse il giudizio, pochi anni dopo l’omicidio di Rohwedder, e sulla base di prove estremamente parziali.
Sicuramente questi due omicidi sono abbastanza singolari perché in entrambi i casi si trattava di persone che, pur condividendo evidentemente la linea del governo della Germania Ovest dell’epoca, cercavano in qualche modo di cambiare – su Rohwedder il discorso è abbastanza aperto, ma senz’altro alcune delle sue dichiarazioni vanno nella direzione in cui si dice che non tutto deve essere privatizzato; alcune imprese devono essere prese in cura dallo stato, risanate e poi si vede.
Questo fu quello che si decise di non fare. La presidente successiva, Birgit Breuel, decise di privatizzare a tappe forzate. Addirittura diede agli allora funzionari degli incentivi monetari in funzione del numero di società che riuscivano a privatizzare. E questo consentì alla Treuhandanstalt di chiudere i battenti in pochi anni – venne formato nel luglio del 90 e chiuso nel 94 – ma contemporaneamente portò a delle perdite spaventose. Dei 600 miliardi di marchi tedeschi ci cui parlava Rohwedder all’inizio non solo non resta niente, ma c’è un buco nelle casse della Germania Ovest di 250 miliardi. Cioè soldi dati ad imprenditori, o spesso a faccendieri, come molti giudizi hanno poi dimostrato, ai quali veniva data un’impresa dell’Est che magari aveva migliaia di lavoratori, ad 1 marco, e a fianco si dava 50 milioni di marchi per rilanciarla. Spesso queste persone non rilanciavano un bel niente ma si limitavano a smantellare la fabbrica, vendere i terreni su cui era costruita e fare una speculazione immobiliare.
Queste non sono dicerie, sono fatti dimostrati. Come pure è dimostrato che in alcuni casi le privatizzazioni sono state un beneficio diretto per le imprese privatizzatrici [dell'Ovest].
I casi sono veramente molti ed eclatanti. Sono interessanti perché ci danno un’idea di come funzionano determinati meccanismi. Il caso della Germania Est è un esempio di come un sistema economico possa colonizzare un altro, in una parte avanzata del mondo e con una falange che è composta ovviamente dall’economia, dalla politica, e dall’amministrazione Antitrust e altre istituzioni, che lavorano di concerto per l’annessione economia integrale di un altro territorio. E come funziona in una situazione in cui non c’è un ostacolo a questo.

 

Dentro la Germania cosa si dice? La popolazione tedesca accetta la linea che la Germania Ovest stava salvando la Germania Est?

Si è assistito ad una ricostruzione sempre più demonizzatrice di quello che c’era dall’altra parte, che ha completamente obliterato anche le cose positive e anche lo stato sociale che in quel paese c’era, dando un’immagine abbastanza assurda storicamente in cui c’era un’industria che assolutamente non funzionava e cose del genere. Quello era un paese che esportava più del 50% del suo prodotto interno lordo. Non si può pensare che tante persone in giro per il mondo comprassero prodotti scadenti senza avere delle conseguenze. Per cui in realtà questa ricostruzione non funziona.
L’atteggiamento nei confronti dell’unificazione si può vedere molto plasticamente nelle intenzioni di voto in Germania. C’è il partito die Linke che è un partito ancora molto forte e radicato nella Germania Est, un partito che nasce addirittura come erede della SED, il partito del potere nell’Est. Il disagio c’è tuttora, e devo dire che i sondaggi che sono stati fatti fino a qualche anno fa sul livello di soddisfazione dei cittadini dell’Est per quello che hanno adesso, sono stati molto deludenti per chi li faceva.
Mi ha colpito il passaggio nel libro sull’istruzione, dove si parla del sistema di Humboldt che è stato tolto nelle regioni dell’Est. In America non si è costretti a scegliere a 13 anni tra diversi tipi di scuole. In Italia questo avviene, ma se ho capito bene nella Germania dell’Est non c’era questa distinzione.
In Italia sento molti che parlano bene del sistema d’istruzione professionale tedesco, che rappresenta un aiuto per il lavoro. Ma la mia impressione è che un sistema che divide così presto i percorsi scolastici crei un blocco della mobilità sociale. Lei cosa ne pensa?
Questo è sicuramente vero. Infatti la mobilità sociale anche in Germania non vive una stagione particolarmente felice. Il sistema d’istruzione della Germania Est era completamente differente. Intanto non era diviso per Land. Uno degli aspetti del sistema tedesco attuale è che ci sono delle distinzioni molto forti tra un Land è l’altro.
Prima era un sistema unificato con una scuola politecnica che appunto consentiva di non scegliere per molto tempo e che ovviamente aveva un aggancio al lavoro molto diverso. Oggigiorno i giornali tedeschi pubblicano lettere di persone che dicono: io ho potuto studiare pur essendo figlio di un operaio, di un contadino, negli anni Cinquanta, invece mio figlio non se lo può permettere perché con questo sistema scolastico sarebbe troppo costoso farlo, ecc.
Questo era uno dei diritti insieme agli asili nido che erano assolutamente garantiti in Germania Est. Dal punto di vista metodologico quel sistema dell’istruzione è stato preso a modello dalla Finlandia, che poi è risultato il primo quando si sono fatte le graduatoria cosiddette PISA sulla validità dei sistemi in Europa. Anche in questo caso – è stato riconosciuto anche da un Ministro dell’Istruzione della Germania unificata – si è raso a suolo invece qualcosa che valeva la pena conservare.
Nel libro fa riferimento all’Ostalgia, il fenomeno della nostalgia per la Germania Est. Che cosa altro si poteva salvare della Germania dell’Est? L’Ostalgia è presente anche per motivi ideologici, o riguarda soprattutto il livello di vita?
C’è un aspetto ideologico sicuramente in alcune fasce presente. Però secondo me il punto fondamentale è la sicurezza delle condizioni di esistenza. Quello era un mondo molto diverso da quello a cui siamo abituati noi. Era un mondo in cui per norma costituzionale era proibito licenziare le persone – cosa che creava anche qualche difficoltà in certi casi, di assoluta mancanza di voglia di lavorare da parte di qualcuno.
Di colpo si passa ad un sistema in cui la gente viene licenziata nel modo più brutale. Un banchiere tedesco dell’Est che poi ha fatto carriera nella Deutsche Bank ha scritto un libro di memorie in cui ricorda il caso di sua sorella: un giorno sono arrivati e hanno schierato tutti i lavoratori nel piazzale e hanno detto “quelli di cui non facciamo i nomi possono andare a casa perché da oggi non lavorano più per noi”.
Ci sono state all’inizio degli anni Novanta veramente cose di questo genere che non avevano niente a che fare con le protezioni che siamo abituati ad attribuire al sistema economico tedesco.
Questo ovviamente ha creato dei traumi; dei traumi che sono ancora dolenti, perché il punto molto importante da tenere presente in questo caso è che quando si distrugge capacità produttiva, quando si distrugge l’industria, non è facile ricostruirla. Non si può dire ‘distruggo quest’azienda di 10 mila persone e domani ne costruisco altre due di 5 mila’. Non funziona così.
La distruzione creatrice non è così creatrice….
Il risultato qual è? Il 47% della popolazione dell’Est tuttora viene assistito. I famosi flussi di finanziamenti che senz’altro ci sono dall’Ovest all’Est in realtà vanno a finanziare i consumi.
Infatti nel libro c’è scritto che c’è un forte gap tra le diverse zone della Germania – maggiore di quello che c’è in Italia tra Nord e Sud.
Quello che devono comprare i nuovi Länder “dall’estero”, cioè che rappresenta uno squilibrio della bilancia commerciale all’interno del paese, è maggiore di quello tra Sud e Nord in Italia.
Quali sono i paralleli tra il Sud Italia e la Germania dell’Est?
Secondo alcuni autori, secondo l’opinione prevalente, la Germania dell’Est è un esempio di come funziona bene l’unificazione. Secondo la mia opinione non è così. Secondo altri esperti tedeschi addirittura ha funzionato peggio dell’unità d’Italia, il che è tutto dire. Ma al di là di questa graduatoria il concetto da tenere presente, che è molto importante oggi in Europa, è che non esiste alcuna garanzia che un’unione monetaria avvicini le economie che decidono di abbracciare questa unione.
L’esempio più clamoroso è proprio quello del Mezzogiorno d’Italia dove la differenza di reddito all’inizio del 1861 era tra il 15 e il 25%, e questa differenza è arrivata all’80% alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Quindi non soltanto una moneta unica non garantisce che le economie convergano, ma in qualche caso può anche favorire una divergenza.
L’unione monetaria nel caso della Germania aiuta le imprese dell’Ovest, perché i consumi aumentano per via dei trasferimenti ai cittadini dell’Est, che comprano prodotti dalle imprese dell’Ovest. La produzione delle regioni dell’Est viene meno. In realtà quindi non è stato un costo per la Germania…
Assolutamente no. Non è stato un costo, soprattutto nell’immediato. Ha provocato quello che addirittura il presidente della Siemens qualche anno fa ha definito il “boom della riunificazione”. E’ stato stimato tutto questo, nel senso che la riunificazione tedesca ha consentito alla Germania Ovest di avere 1 milione 800 mila occupati in più in pochissimi anni.
Ma il vero vantaggio che ha avuto la Germania Ovest è stata la conquista dell’Est. Ma non della Germania Est, l’Est intesa come i paesi centro europei. Questi paesi avevano dei rapporti commerciali molto forti con la Germania Est. Questo export viene preso dalle imprese dell’Ovest, cui con l’Est della Germania era già stato aperto un mercato di 16 milioni di consumatori in più. Pensiamo cosa potrebbe significare questo in Italia o in Francia, se da un giorno all’altro ci sono 16 milioni di consumatori in più che possono comprare i miei prodotti. Che hanno bisogno di tanto, che parlano la stessa lingua, che hanno dei gusti magari simili.
Questo è il primo passaggio. Il secondo passaggio è il rapporto tra le imprese tedesche dell’Ovest e le imprese dei paesi dell’Europea centrorientale. E’ in quegli anni che si pongono le basi per la formazione intorno alla Germania di una sorte di cintura fordista, una serie di paesi satelliti che forniscono beni intermedi all’industria tedesca, e in questo modo contribuiscono all’abbassamento dei prezzi dei prodotti finiti della Germania.
Questo è stato rilevato anche da alcuni esperti francesi secondo i quali senza ombra di dubbio questo aspetto è stato molto più importante delle stesse riforme di Schröder negli anni 2000 come base per i successi per l’export tedesco in giro per il mondo.
Queste riforme e la politica di Schröder, fanno parte di una politica dei bassi costi in Germania? Da una parte abbiamo quasi la metà della popolazione nei Länder dell’Est che conta sull’assistenza statale. Nell’Ovest della Germania c’è molto lavoro precario, sottopagato, ci sono i minijobs. Cade un po’ il mito che in fondo i lavoratori tedeschi siano benestanti.
La Germania è davvero il success story dell’Europa, o no?
Io credo di no, per diversi motivi. Primo, quello che accennava Lei, il mercato che è stato creato con le riforme del lavoro di Schröder è un mercato dualistico, cioè da un lato abbiamo i garantiti, il lavoro come c’era prima; e dall’altro una fascia molto grande di lavoro precario. Quando diciamo che i minijobs sono 7-8 milioni, impieghi pagati 450 euro al mese, poi lo stato mette il resto come contributi e quant’altro, stiamo parlando di qualcosa che forse potrebbe essere esaminato dal punto di vista di aiuti di stato alle imprese. Ma che in ogni caso crea un’ampia fascia di lavoratori poveri che enfatizza la disuguaglianza e altri fenomeni simili che sono presenti in Germania.
L’altro motivo per cui questo modello secondo me ha dei problemi è che questa è la classica politica mercantilista, l’idea che io pago relativamente poco i miei salariati – e la Germania paga relativamente poco i suoi salariati, anche se questo può sembrare impossibile in un paese come il nostro dove la gente è pagata ancora di meno. Il calcolo va fatto tenendo conto dell’aumento di produttività. Dal 1999 al 2013 è aumentata la produttività del lavoro del 14%, ma non è stato trasferito nulla ai salari, i salari sono diminuiti in questo periodo di tempo del -1% all’incirca. In Francia la produttività è cresciuta del 12% e i guadagni sono stati maggiormente trasferiti ai salari. Per questo motivo la Francia ha una bilancia commerciale in perdita rispetto alla Germania.
Ma questo modello ha un presupposto fondamentale: che gli altri non facciano lo stesso. La verità è che il successo della Germania in Europa è stato fondato sulle cosiddette cicale del Sud Europa.
Se il modello si generalizza non funziona più per nessuno.
Quindi la Germania diventa forte non con l’economia sociale di mercato, ma con questo modello mercantilista. E questo succede anche a livello europeo. La politica della Treuhand, la politica che viene applicata in Europa per i paesi più in difficoltà per via del debito pubblico e privato è di abbassare i salari, privatizzare e tagliare la spesa, attuando delle svalutazioni interne; alla fine è la politica del Fondo Monetario Internazionale che abbiamo visto per decenni. L’Europa si basa su questa politica ormai?
Purtroppo in questi ultimi anni si è basata su questa politica e i risultati sono molto negativi. Cos’è successo? E’ successo che questa forzatura di svalutazioni interne ha comportato per alcuni paesi il crollo della domanda interna. In realtà già in Germania la stessa domanda interna è diminuita in proporzione al Pil tedesco; negli ultimi anni è diminuita del 10%, una cifra molto significativa. Però finché questo processo è sostenuto dalle esportazioni le cose possono ancora andare decentemente. In paesi che già sono in crisi, che hanno dei problemi di finanza pubblica, di riduzione dei salari e delle entrate nette per la popolazione anche a causa dell’aumento delle tasse, ha comportato invece un vero crollo della domanda interna. Questo ha colpito severamente alcune economie, tra cui la nostra.
Questa è la realtà. Se uno va a vedere l’andamento del Pil dallo scoppio della crisi vediamo il crollo nel 2008-2009, per l’Italia una ripresa nel 2010 e nel primo semestre del 2011, e poi si torna a crollare. Il risultato è stato una perdita di prodotto dall’inizio della crisi intorno al 9% del Pil. Sono dati peggiori di quelli che si sono potuti riscontare a distanza di 6 anni dopo la crisi del ’29.
Pensando a questo cambiamento in Germania, con l’abbandono del modello di economia sociale di mercato, il cosiddetto modello renano, la domanda che mi viene è questa: la Germania guida questa politica, o ne è prigioniera?
Sicuramente la politica che è stata fatta negli ultimi anni dalla Germania, ha favorito alcuni ceti all’interno della Germania e ne ha sfavoriti altri. I profitti sono saliti enormemente in questi anni, sono saliti di circa il 40%. Le banche sono state tutelate. Tutta la vicenda greca è stata gestita in modo da minimizzare le perdite che le banche tedesche avrebbero dovuto sopportare. Lo stesso vale anche per l’Irlanda. Il contribuente irlandese si è assunto il peso di banche da salvare anche perché non si sono voluti far pagare gli obbligazionisti stranieri.
Se c’è uno sfruttamento così importante di zone più deboli, cosa vuol dire per il futuro dell’Europa, e dell’Euro?
Questa è una domanda molto complicata. Sicuramente se noi guardiamo alle nude cifre, senza fare tifo calcistico per una soluzione o per l’altra, quello che possiamo vedere è che la moneta unica ha giovato molto alla Germania e ha giovato molto meno ad altri paesi. Il problema in prospettiva è se tutto questo sia sostenibile, perché è evidente che io posso permettermi, come è successo nel caso della Germania dell’Est, di radere al suolo l’industria di un paese e poi fare dei trasferimenti che finanziano i consumi dei cittadini che abitano in questo paese, ma non lo posso fare su una scala continentale. E questo è uno dei problemi.
Un altro problema evidentemente è che la stessa moneta unica significa tassi d’interesse unici, essenzialmente. I tassi unici non sono sostenibili nel caso di economie che divergono radicalmente, e che continuano a divergere. Perché ad un certo punto questi tassi d’interesse non andranno bene né per chi va bene né per chi va male, saranno inadeguati a tutti.
Questo è un punto molto importante. Se non si interrompe questa divergenza tra le economie europee io credo che anche la moneta unica in prospettiva sia condannata, così come – e questo forse interessa di più le persone – molti paesi saranno condannati ad uno sottosviluppo.
Quindi ci vuole più Europa come dicono molti? Oppure bisogna recuperare spazi di sovranità?
Io credo che ci vorrebbe un’Europa diversa, ossia un’Europa che fa delle politiche molte diverse da quelle attuali. Credo che se non si avrà questa Europa sarà inevitabile e molto dolorosa l’implosione dell’Eurozona. L’implosione incontrollata e distruttiva è uno scenario che oggi sembra più lontano che due anni fa. Ma in realtà se uno guarda l’andamento di alcuni paesi – ci sono paesi in Europa che hanno la disoccupazione al 25% e quella giovanile oltre il 50% – non sono situazioni sostenibili nel lungo periodo. Per questo occorre un ripensamento di un modello economico. Se questo ripensamento non ci sarà io penso che prima o poi l’area valutaria stessa sarà sottoposta a tensioni non controllabili.
In questo contesto credo che sarebbe sensato che il livello decisionale, quello più prossimo ai cittadini, quello dello Stato, recuperasse parte delle sue prerogative. Dire questo non significa essere contrario all’integrazione europea. Significa pensare che l’Unione monetaria per come è stata costruita oggi è diventata essa stessa una dei principali ostacoli ad una integrazione europea equilibrata e ben funzionante.

 

Leave a Reply