La Regione Emilia-Romagna che vogliamo ( documento programmatico del PdCI per le elezioni regionali 2014)

Premessa -

Le elezioni anticipate per il rinnovo del Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna, previste per il prossimo mese di Novembre, costituiscono una scadenza di assoluto rilievo, una sorta di banco di prova per l’insieme delle forze politiche regionali, segnatamente per quelle che hanno dato vita in questi anni all’esperienza di Governo Regionale guidata dal Presidente Vasco Errani.
Un’esperienza importante, largamente positiva, alla quale il Partito dei Comunisti Italiani ha con convinzione ed impegno concorso.
L’obbiettivo che ci prefiggiamo è quello di contribuire a determinare le condizioni per affermare un programma di governo della Regione in grado di rispondere alle molteplici questioni impostesi all’attenzione generale a seguito dei profondi cambiamenti che hanno interessato nel tempo l’Emilia-Romagna, inizialmente in relazione ai processi connessi alla globalizzazione, oggi, anche e soprattutto a seguito della grave crisi finanziaria ed economica che ha investito ed investe il Paese, con tutte le relative drammatiche ripercussioni sociali.
Le caratteristiche del sistema produttivo regionale, che tante volte in passato hanno consentito di reggere a fronte di ricorrenti crisi cicliche, si sono evidenziate largamente insufficienti, inadeguate a fronte dell’attuale crisi di sistema.
I dati quantitativi e qualitativi a disposizione sono emblematici degli effetti prodotti sul piano dell’occupazione, dei diritti e della sicurezza del lavoro, del reddito, e la condizione di debolezza economica, di povertà è andata estendendosi.
Ciò che si è determinato in questi anni è una trasformazione profonda dell’assetto economico, produttivo, sociale conosciuto, il progressivo arretramento della realtà regionale.
L’Emilia-Romagna, oggi, risulta fortemente scossa e necessita di un cambio di passo.
La politica regionale che pur con indubbi rilevanti risultati ha caratterizzato gli anni scorsi non è più sufficiente.
Occorre proporsi una rinnovata azione riformista, espressione di un nuovo regionalismo quale quello imposto dai cambiamenti inerenti il riassetto istituzionale definito e/o in via di definizione, dalla stessa affermazione di sistemi macro economici assai diversi da quelli affermatisi.
Rispondere alla crisi in atto, continuando a governarne l’impatto, come ben testimoniano le opportune scelte compiute in questi ultimi anni dalla Regione, anche attraverso il pieno coinvolgimento delle stesse Parti Sociali, è assolutamente necessario, ma non basta.
Così come non bastano le scelte operate ad oggi per uscirne.
Serve una nuova fase di programmazione, in un adeguato rapporto tra continuità- discontinuità- innovazione, che rivaluti e potenzi l’azione del soggetto pubblico, senza la quale il sistema territoriale regionale, la sua economia, rischiano di esporsi ulteriormente alle mere dinamiche di mercato e di attestarsi ad un Iivello qualitativamente e quantitativamente assai inferiore al presente.
Ciò rappresenta anche la necessaria risposta politica a chi, in questi anni, rifiutando tale scelta e mettendo in discussione la funzione dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, ha spinto Ia società e l’economia italiana verso il declino strutturale.
La stagione di programmazione alla quale occorre tendere va letta come una esigenza strategica, che richiede risposte di lungo periodo, e non può che fondarsi su un’ampia partecipazione dei diversi soggetti istituzionali e sociali interessati.
Ciò che serve è una programmazione regionale sempre più intrecciata con la programmazione territoriale, volta a dare sempre più corpo al “sistema Regione”.
Il carattere democratico della costruzione dei processi decisionali che attengono al sistema regionale deve essere sempre più un elemento distintivo dell’azione di governo della Regione
Emilia-Romagna, ciò anche per arrestare Ia deriva populista e neoautoritaria che ha investito da tempo anche il nostro Paese.
In questa direzione occorre pertanto rafforzare il ruolo e la funzione delle assemblee elettive, promuovere le sinergie tra i diversi livelli istituzionali, valorizzare il ruolo di rappresentanza dei soggetti associativi.
E’ in relazione a ciò che occorre affrontare la stessa questione delle risorse.
L’esito delle politiche finanziarie operate dai Governi che si sono succeduti in questi anni alla guida del Paese è noto ed all’orizzonte non si prospettano, per diverse ragioni, cambiamenti sostanziali.
I vincoli crescenti del patto di stabilità interno, la politica dei tagli lineari, hanno fortemente inciso sulla capacità di spesa delle Autonomie Locali, imposto alla Regione interventi straordinari, ridotto fortemente i suoi margini di manovra.
Se a ciò si aggiunge la forte depressione dei redditi da lavoro (nelle sue diverse articolazioni) e da pensione, e la conseguente forte contrazione dei consumi, la complessiva negativa incidenza della crisi sul tessuto economico e conseguentemente sulle relative entrate fiscali e tributarie, non vi è dubbio che il quadro di riferimento è assai problematico.
Occorre pertanto grande attenzione sul piano della spesa, serve determinare le necessarie priorità ed operare scelte coerenti.
Per quanto ci riguarda, relativamente al mandato 2014-2019, occorre proporsi di governare la crisi e I‘uscita dalla stessa nella direzione di un nuovo assetto del “sistema-regione”, improntato a politiche che affrontino adeguatamente innanzitutto la questione del modello di sviluppo e delle relative compatibilità, i temi del governo del territorio e della sua infrastrutturazione, della tutela e della valorizzazione del lavoro ( pubblico e privato), del sistema di welfare e della sua articolazione, della redistribuzione del reddito, dei diritti di cittadinanza, della partecipazione delle cittadine e dei cittadini, politiche volte ad incentivare, qualificandola, la stessa domanda di beni e servizi.
Non una “politica dei due tempi” quindi, ma scelte forti, politiche di spesa pubblica e di investimento volte ai nodi strutturali del sistema economico regionale, che individuino nella capacità di favorire la crescita la discriminante per l’accesso alle risorse.
Per i Comunisti Italiani è necessario quindi, relativamente alle questioni richiamate, mettere in
campo precise proposte che, qualora condivise, si traducano in programma di mandato da sottoporre al vaglio del corpo elettorale e divengano vincolanti per l’azione di governo.
In considerazione di ciò proponiamo quanto segue.
Governare la crisi
Reiterare e sviluppare i contenuti del “patto regionaIe” a suo tempo intervenuto tra Regione Emilia-Romagna e Parti Sociali, segnatamente per quanto riguarda il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, e confermare il protagonismo della stessa, anche nell’ambito della Conferenza Stato—Regioni, per una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali in grado di garantire Ie diverse articolazioni del mondo del lavoro, che ridefinendo casistiche, tempi e percentuali di copertura, consenta di raccordare adeguatamente periodi di Iavoro e di non lavoro, di sostenere Ia disoccupazione.
Subordinare ogni forma di sostegno pubblico alla difesa dei livelli occupazionali ed alla salvaguardia dell’apparato produttivo, ponendo all’attenzione generale la stessa questione della revisione del consistente sistema di aiuti alle imprese vigente nel Paese, che in gran parte risulta da ciò svincolato.
Si colloca in tale contesto la stessa questione del contrasto alla politica, largamente speculativa, della delocalizzazione degli apparati produttivi.
Al riguardo la Regione deve dotarsi di un quadro legislativo adeguato, che imponga, ad esempio, vincoli di natura economica alle aziende che hanno avuto accesso a risorse pubbliche e che fanno tale scelta, nonché vincoli relativi alla destinazione d’uso delle aree industriali interessate.
Mettere a disposizione risorse per lavori di pubblica utilità, predisponendo progetti in capo agli Enti Locali, definendo forme innovative a ciò funzionali.
ln questa chiave si pone Ia stessa questione del “reddito minimo garantito” ed al riguardo la Regione Emilia-Romagna deve proporsi come punto di riferimento, anche definendo soluzioni concrete.
Consolidare le politiche in atto a sostegno dei soggetti colpiti dalla crisi, con particolare riferimento alle famiglie, nell’accezione più ampia del termine, attraverso maggiori risorse da
riconoscere ai soggetti pubblici coinvolti e volte in particolare al sostegno delle funzioni educative ed assistenziali, dell’affitto.
Uscire dalla crisi
Come noto anche la nostra Regione è stata investita dal crescente processo di finanziarizzazione dell’economia.
Ciò ha portato tanti soggetti privati a non investire in competitività ed innovazione, sullo sviluppo della capacità produttiva, a disinteressarsi del “cosa produrre” in funzione di più facili guadagni che, molto spesso, si sono rivelati di corto respiro, e tanta parte dell’assetto produttivo della regione consolidatosi nel tempo è venuto meno.
Il rilancio della dimensione manifatturiera dell’Emilia-Romagna è cruciale, dalla sua centralità nel sistema economico regionale passa la possibilità di ripresa.
Essa, infatti, come tanti dati a disposizione evidenziano, non può essere sostituita dalla mera terziarizzazione dell’economia, verso la quale, come noto, molti interessi si sono orientati nel tempo.
E’ pertanto necessario porsi la questione del rilancio delle attività produttive puntando ad ancorare il sistema regionale alla qualità, all’innovazione, che portano con sé il bisogno di servizi qualificati, evidenziano la centralità dei comparti legati alla scuola, alla conoscenza, alla formazione, alla ricerca, spingono in direzione della qualificazione dell’intero sistema.
A tale riguardo occorre che la Regione promuova sempre più e meglio, in un ottica di sistema, la relazione tra l’insieme dei soggetti interessati.
L’Emilia-Romagna deve misurarsi sempre più con il tema di un diverso e sostenibile sviluppo, di uno sviluppo qualitativo e non meramente quantitativo, fare di ciò, soprattutto nelle condizioni date, un elemento distintivo.
Serve un modello che consideri non solo la propensione all’export ma anche la domanda interna e si proponga di sostenerla.
E’ parte di ciò, ad esempio, la ricerca di prodotti che nel loro intero ciclo di vita evidenzino un sempre minore impatto ambientale, la scelta di sistemi di movimentazione delle merci e di mobilità delle persone con ciò coerenti, una maggiore responsabilità sociale, sia sul versante dell’offerta che della domanda, nella progettazione e nell’uso dei cicli energetici.
In questa direzione ciò che serve, ad esempio, è dare vita a politiche di sistematica riconversione ecologica dell’economia.
Serve dire no alla politica delle grandi opere, sovente inutili e dannose, sostenuta da settori economici e finanziari mossi da intenti speculativi, riconsiderare opere preventivate di dubbia utilità, dannose, ad esempio il People Mover ed il Passante Nord, in favore di interventi finalizzati al recupero ed al riequilibrio territoriale, alla sua cura e valorizzazione, che peraltro si dimostrano essere gli unici in grado di sostenere l’economia locale e dare risposte non contingenti al problema occupazionale.
E’ necessario definire un piano per la messa in sicurezza di tutti gli edifici pubblici e privati della Regione, dotandoli anche di impianti ad energia rinnovabile, porre al riguardo particolare attenzione alle realtà produttive ( l’esito drammatico del sisma che ha recentemente colpito il nostro territorio dovrebbe costituire al riguardo un monito), vincolare a ciò il sostegno ai privati. Serve compiere un reale salto di qualità in direzione del trasporto delle merci su ferro, e perché no su acqua, fare perno sull’intermodalità, proporsi di rispondere alle esigenze di spostamento delle persone facendo leva sul trasporto ferroviario metropolitano, potenziandolo e qualificandolo, con particolare attenzione al pendolarismo.
L’uscita dalla crisi passa anche attraverso il rilancio ed il sostegno dell’agricoltura, di un sistema agricolo volto ad un basso impatto ambientale, ad esempio attraverso la drastica riduzione dell’uso dei fertilizzanti e dei pesticidi, capace di fare leva sulla tutela della biodiversità, sull’eccellenza di prodotto.
Serve rafforzare il legame delI’attività agricola con il territorio, ridurre drasticamente le
attività agricole intensive a favore di una agricoltura maggiormente compatibile con una Iogica di sostenibilità ambientale e volta al miglioramento della qualità delle produzioni.
E’ importante favorire lo sviluppo della pratica del “Kilometro zero”, che consente di migliorare il reddito agricolo senza penalizzare il consumo, sostenere l’agricoltura biologica.
ln un’ottica di salvaguardia e qualificazione del territorio va accentuato il sostegno alla permanenza dei giovani nell’attività agricola nelle aree interne, in particolare della montagna.
La realtà evidenzia che la qualità complessiva del territorio fa la differenza, la stessa filiera agroalimentare dimostra che essa finisce con l’essere un valore aggiunto al prodotto vero e proprio e come tale interessante per i consumatori.
In coerenza con ciò, nel quadro del rilancio dell’economia regionale, così duramente provata, va posta grande attenzione allo sviluppo ed alla qualificazione dei sistemi turistici locali, che debbono sapersi misurare, anche incentivandola, con la crescente richiesta di turismo responsabile, compatibile, in grado di valorizzare le eccellenze, le tante risorse presenti, di porsi fuori dalla logica dell’omologazione dell’offerta.
Il governo e la qualificazione del territorio
Anche in Emilia-Romagna è necessario porre un limite all’uso del territorio ed occorre che l’azione amministrativa si orienti sempre più alla salvaguardia dello stesso, assumendo il concetto di suolo come bene finito, di bene pubblico.
Occorre ridurre drasticamente il consumo di territorio.
Ciò impone Ia necessità di una ridefinizione degli strumenti di pianificazione in capo ai
diversi soggetti istituzionali, finalizzata a superare l’eccessiva frammentazione oggi presente
in favore di un governo di area vasta del territorio.
Ciò comporta la necessità di una pianificazione partecipata dalle istituzioni Iocali, in
rappresentanza delle collettività, che si proponga la piena salvaguardia del territorio e del
suo equilibrio ambientale e sociale, la lotta ad ogni possibile forma speculativa, anche
attraverso il vincolo delle aree disponibili e l’uso di misure prescrittive non negoziabili, anche ripensando criticamente ad alcune politiche di programmazione urbanistica e territoriale assunte.
In quest’ottica va posta una particolare attenzione alla salvaguardia delle zone maggiormente fragili ed esposte a rischi di dissesto, quali la montagna, la costa e Ia collina.
Serve limitare drasticamente le costruzioni ex-novo, impedirle nelle realtà ambientalmente sensibili e non dotate delle necessarie infrastrutture per la mobilita collettiva, recuperare e qualificare il patrimonio edilizio esistente, anche in funzione del risparmio energetico, offrendo, per questa via, una importante prospettiva di sviluppo all’industria delle costruzioni.
E’ necessario giungere entro il mandato alla chiusura di tutti gli inceneritori presenti, operare affinché il sistema produttivo e distributivo assuma l’obbiettivo della drastica riduzione dei rifiuti, incrementare considerevolmente la raccolta differenziata, anche attraverso la definizione di sempre più adeguati meccanismi di incentivazione/disincentivazione.
Occorre ampliare, entro il mandato, di almeno tre punti percentuali Ie aree verdi protette,
promuovere un piano straordinario di forestazione di pianura tra la Via Emilia ed il Po, e una
politica che ampli giardini, parchi pubblici, aree pedonali, funzionali anche allo sviluppo
degli spazi di socializzazione ed aggregazione, rilanciando anche forme qualificate di
autogestione.
Tutela e valorizzazione del lavoro, ruolo del Pubblico
La condizione del lavoro, pubblico e privato, ha subito, anche in Emilia-Romagna, un pesante arretramento.
Le ragioni di ciò stanno nelle politiche che si sono affermate nel tempo nel Paese, riconducibili alla imperante cultura liberista, e che hanno prodotto una vera e propria controriforma in materia di governo del mercato del lavoro, nella crisi in atto, soprattutto nella sua gestione.
Il lavoro, oggi, manca, e quando c’è è assai lontano dall’essere quel fattore di realizzazione dell’essere umano che la stessa Carta Costituzionale gli assegna.
Un nuovo modello di sviluppo per l’Emilia-Romagna, ancorato alla qualità, all’innovazione di prodotto e di processo, quale necessaria risposta per uscire in positivo dalla crisi, necessita di un approccio al tema lavoro radicalmente diverso.
E’ fondamentale rispondere alla crescente spinta alla deregolamentazione che si registra nel Paese.
Occorre un progetto occupazionale che escluda ogni forma di lavoro nero, sommerso, non tutelato, insicuro, anche attraverso una profonda qualificazione delle stesse forme di prevenzione, di controllo, di sanzione in capo alla Pubblica Amministrazione.
Per questo è necessario, ad esempio, proporsi di raddoppiare, entro il mandato, la capacità ispettiva in capo al sistema locale, a partire dalle AUSL, sviluppare sempre più l’integrazione con Ie funzioni statali decentrate, anche attraverso lo sviluppo di accordi di programma per Ia costituzione di uffici provinciali a ciò deputati, affermare un più incisivo sistema sanzionatorio.
Decisivo è qualificare ulteriormente il sistema degli appalti, della assegnazione della gestione
di lavori, di servizi, della fornitura di merci, rifiutando la logica del massimo ribasso, che impedisce la qualificazione del sistema ed ha portato interi settori, ad esempio quello del trasporto e della movimentazione delle merci, ad assumere connotati che rimandano a situazioni ritenute superate da molto tempo.
Una rinnovata attenzione e disciplina delle procedure di appalto di opere e servizi si impone anche in considerazione della crescente infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto produttivo della nostra Regione, un fenomeno sul quale occorre elevare l’allarme sociale.
E’ necessario garantire in caso di appalto l’applicazione della clausola sociale (rispetto dei contratti di lavoro, delle norme relative alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro , etc.).
A tal fine si pone, in rapporto ai riferimenti comunitari e nazionali in materia, Ia questione della definizione di una specifica disciplina legislativa regionale, che deve proporsi di ridurre anche il ricorso al sub appalto promuovendo la riorganizzazione e la qualificazione del sistema d’impresa.
La Regione deve proporsi come punto di riferimento a livello nazionale, anche assumendo l’obiettivo della lotta alla precarietà e promuovendo al riguardo un’azione volta a superare i vincoli che ad oggi si frappongono alla stabilizzazione di tutti coloro che hanno un rapporto di lavoro con Ia Pubblica Amministrazione.
Valorizzare il lavoro pubblico è infatti necessario per garantire i cittadini rispetto alla qualità della Ioro vita ed aII’esercizio di tanti loro diritti, per lo sviluppo qualificato del sistema territoriale.
La scelta da fare è quindi quella di un soggetto pubblico che non si limita a qualificare il proprio ruolo di programmazione, di governo, di controllo in ordine ai servizi, ma che in molti casi si propone di gestirli direttamente.
Nell’ottica di un nuovo modello di sviluppo regionale si sottolinea la stessa questione del ruolo e del governo delle grandi aziende di servizio pubblico locale, che hanno nel tempo raggiunto forti economie di scala di dimensione regionale o sovra regionale.
Il processo che ha portato le municipalizzate a divenire prima SPA e poi partecipate dai privati è noto, così come la spinta alla privatizzazione totale delle stesse da parte di ampi settori della finanza, dell’economia, della politica, etc.
E’ un dato di fatto che tale processo ha reso il ruolo della componente pubblica locale, ancorché formalmente maggioritaria, sempre più problematico, sempre meno incisivo, in molti casi si sono evidenziate crescenti inefficienze nei servizi erogati, frustrato le aspettative dei cittadini, spesso indotte, circa ripercussioni positive sui costi degli stessi.
Per quanto ci riguarda tali realtà devono perseguire la finalità di rispondere al bisogno di gestione di beni comuni, che in quanto tali debbono essere di tutti, nell’interesse della collettività.
Non è quindi in discussione la questione di una ulteriore cessione di spazi al privato, bensì la questione del come rispondere alla forte spinta che, anche sul territorio regionale, si registra in direzione della ripubblicizzazione dei servizi essenziali, a partire dall’acqua, di un rilancio del senso di appartenenza alla comunità che, anche attraverso il ruolo svolto dalle aziende municipalizzate ha in passato caratterizzato la nostra realtà.
E’ necessaria anche un‘azione volta al riequilibrio dell’assetto gestionale pubblico-privato esistente, con particolare riferimento all‘ambito dei servizi alla persona, e relativamente a quelli di carattere sanitario, socio-sanitario, sociale, si pone l’esigenza di determinare, entro il mandato, condizioni di equivalenza della convenienza economica in capo agli Enti Locali ed alle AUSL tra Ia gestione diretta e quella esternalizzata dei servizi accreditati, rompendo con la logica imperante del risparmio, peraltro tutto da dimostrare, che finisce con l’essere scaricata sulle condizioni lavorative.
Politiche educative, scolastiche, di welfare
E’ parte integrante della scelta di un nuovo modello di sviluppo regionale la qualificazione delle politiche educative, scolastiche, di welfare in aderenza ai profondi cambiamenti che hanno investito, affermando nuovi bisogni, la realtà regionale e Ie diverse realtà territoriali.
Ciò implica un coerente ed organico intervento in ordine agli stessi dettati normativi regionali definiti.
Nel merito, in particolare, si sottolinea l’esigenza di qualificare il sistema educativo e scolastico regionale, nelle sue diverse articolazioni, nel senso di sviluppare la capacita di integrare Ia complessità, soprattutto sociale, oggi presente, e di determinare Ie condizioni affinché non si disperdano I’approccio organico ed il progetto pedagogico affermatisi nel tempo sino a divenire, in tanti casi, un punto di riferimento a livello nazionale.
Occorre garantire, attraverso un’adeguata programmazione, il superamento delle liste di attesa al nido per l’infanzia ed il sistema-regione deve proporsi, entro il mandato, di orientare a ciò Ie necessarie risorse.
In tale ottica deve essere prevalente l’intervento diretto del soggetto pubblico.
E’ necessario garantire il diritto alla scuola per l’infanzia investendo su quella pubblica, azzerando, in coerenza con il Dettato Costituzionale, il finanziamento a quella privata.
E’necessario sostenere la lotta al disagio ed alla dispersione scolastica, non casualmente in crescita anche nella nostra Regione, nonché Ia piena integrazione scolastica e formativa degli alunni disabili.
Occorre sviluppare progetti finalizzati a contrastare i disordini alimentari, il bullismo, l’omofobia, la transfobia, gli stereotipi in genere.
Sviluppare e qualificare le politiche giovanili, con particolare riferimento alla tutela della
salute, all’integrazione, alla socializzazione, alla partecipazione consapevole, promuovendo e sostenendo spazi e progetti a ciò funzionali, anche favorendo l’autogestione.
Sostenere le famiglie in difficoltà, promuovere e qualificare Ia lotta alla povertà ed all‘esclusione sociale, questioni sempre più evidenti anche nella nostra realtà territoriale.
In tale direzione è necessario, accanto a una forte azione volta a contrastarne e rimuoverne le cause, determinare risposte oltre la logica emergenziale, favorendo gli interventi degli Enti Locali anche attraverso sempre più mirati interventi economici di sostegno.
Promuovere e favorire l’integrazione dei migranti attraverso politiche rivolte all’ambito scolastico, dei servizi, residenziale, della partecipazione e della rappresentanza politico/amministrativa, sulla base di una logica interculturale.
Favorire la partecipazione alla vita pubblica degli anziani e l’invecchiamento attivo mediante progetti atti a sostenerne I’azione.
Può costituire un’utiIe risposta in tale direzione la realizzazione di forme di “impresa sociale” promosse e gestite da anziani in rapporto alla Pubblica Amministrazione per attività di pubblica utilità.
Consolidare il sostegno agli anziani ed alle loro famiglie nel lavoro di cura, ed in considerazione del fatto che il 70% dello stesso è svolto dalle donne, proporsi il superamento di tale discriminazione anche attraverso una migliore conciliazione tra vita lavorativa e vita famigliare.
Si colloca in tale contesto Ia necessità della messa in rete delle assistenti familiari o badanti, la cui
funzione, ancorché da articolare in direzione di un approccio sempre più personalizzato ai
bisogni deII’anziano, va assunta come ineludibile nell’ambito del sistema dei servizi.
La loro formazione, I’incrocio tra domanda ed offerta, Ia gestione del rapporto di lavoro, il
tutoraggio, costituiscono questioni che devono trovare, entro Ia prima parte del mandato, un più adeguato governo da parte del soggetto pubblico, anche attraverso la valorizzazione di alcune esperienze territoriali realizzate e la rivisitazione del quadro normativo regionale vigente.
Serve sviluppare progetti assistenziali mirati per Ie persone disabili volti a favorirne la massima
autonomia possibile nel diversi momenti di vita (casa, lavoro, tempo libero, ecc.) e I’utilizzo
delle diverse opportunità offerte dal territorio.
Occorre darsi come obiettivo di mandato l’abbattimento di tutte le barriere architettoniche, ed il sostegno, sulla base di specifici e partecipati progetti, della domotica.
E’ necessario agire concretamente per il contrasto alla violenza di genere ed operare al fine della piena applicazione della Convenzione di Istanbul, e destinare i fondi affidati dal Governo alle Regioni con tale scopo ai Centri Antiviolenza storicamente radicati nel territorio.
Anche il nostro Sistema Sanitario Regionale evidenzia crescenti difficoltà a seguito delle ricadute delle politiche sanitarie e fiscali messe in atto nel tempo dai diversi Governi succedutisi alla guida del Paese.
Le scelte compiute nel tempo dalla Regione per rispondere alla situazione determinatasi sono importanti, ma le difficoltà del sistema risultano evidenti e necessitano di un intervento ancor più incisivo, fortemente ancorato ai principi di universalità, solidarietà, equità del sistema.
Relativamente alle politiche sanitarie occorre proporsi di fare sempre più sistema, richiamando a questa logica, nel rispetto delle peculiarità che gli sono proprie, tutti i soggetti coinvolti, a partire dalle Università e dagli Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico.
Occorre valorizzare in misura sempre maggiore il ruolo delle Conferenze Territoriali Sociali e Sanitarie e del Distretto ed in tale ambito Ie funzioni in capo agli Enti Locali.
Occorre riaffermare la centralità del sistema pubblico e del suo operare attraverso i criteri di efficacia, di efficienza, di economicità, occorre una adeguata lettura della domanda e la razionalizzazione dell’offerta di prestazioni che ne evidenzi l’appropriatezza e l’essenzialità.
La sanità pubblica va difesa, qualificata, sviluppata, e ciò è possibile oltre che necessario.
Occorre porre particolare attenzione alla articolata realtà sanitaria che si colloca a monte ed a valle di quella ospedaliera.
Parliamo delle cure erogate vicino ai luoghi di vita delle persone, identificabili nell’assistenza offerta dalla medicina generale e dalla pediatria di libera scelta, presso i consultori, nei servizi rivolti alle fasce deboli (anziani, disabili, adolescenti, famiglie multi problematiche, immigrati), nell’assistenza specialistica ambulatoriale ed in quella farmaceutica.
I Piani vigenti sottolineano la centralità dei Nuclei di Cure Primarie quale unità operativa fondamentale dell’assistenza territoriale.
In relazione a ciò si impone una riflessione circa i limiti odierni degli stessi, sia sul piano della articolazione territoriale che su quello delle caratteristiche operative.
Le “Case della Salute” debbono rapidamente affermarsi nei diversi contesti territoriali e strutturarsi adeguatamente al fine di garantire alla cittadinanza le risposte attese.
Per noi, a partire da ciò, è possibile dare allo stesso Servizio di Continuità Assistenziale le necessarie risposte in direzione di una maggiore qualificazione e sviluppo .
Come sottolineato, i medici di medicina generale ed i pediatri di libera scelta hanno un ruolo cardine nel contesto delle cure primarie, dei NCP , ed è sicuramente necessario valorizzare l’apporto di tali figure.
E’ necessario un salto di qualità, se del caso prospettando un sistema di convenzionamento più vincolante dell’attuale, con chiari e misurabili indicatori circa le funzioni svolte, i risultati acquisiti.
Un altro tema che attiene alle cure primarie e che deve e può trovare una più incisiva risposta nella programmazione futura è rappresentato dai Consultori.
Essi debbono tornare ad essere un punto di riferimento tra le realtà di promozione e tutela della salute, della sessualità e della procreazione responsabile, per la promozione della molteplicità di azioni volte a fornire il necessario sostegno durante la gravidanza, la nascita, il puerperio.
E’ indubbio il rischio che i Consultori siano “piegati” sempre più a logiche altre, ad esempio alla messa in discussione degli stessi contenuti della Legge 194 del 1978 e successive integrazioni e/o modificazioni, ed è pertanto necessario tenere alta la guardia e fare del loro rilancio e della loro qualificazione un punto rilevante della azione di governo regionale.
Un’ulteriore questione da affrontare con maggiore determinazione è rappresentata da quanto attiene al Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche.
Focalizziamo l’attenzione sui problemi di salute mentale, che costituiscono una quota rilevante del carico di sofferenza e disabilità della popolazione generale in tutte le fasce di età.
Poniamo l’accento sul fatto che la salute mentale della popolazione è un concetto ben più vasto della semplice assenza di malattia e la sua tutela abbisogna di una molteplicità di soggetti, istituzionali e non, volti ad affermare un ampio sistema di relazioni ed una molteplicità di azioni a ciò funzionali.
Analizzando quanto affermatosi nel tempo è indubbio che molto è stato fatto, tuttavia la realtà ci consegna evidenti limiti, innanzitutto nella relazione tra dimensione sanitaria e dimensione sociale, sia sul piano della prevenzione che su quello del sostegno, della integrazione (sempre più famiglie lamentano l’essere lasciate sole).
Molto resta quindi da fare al riguardo ed a ciò debbono essere chiamati i diversi livelli preposti.
Quanto sin qui schematicamente e non esaustivamente evidenziato attiene in gran parte alla dimensione sanitaria “pre ospedaliera”.
Come sottolineato la nostra attenzione è rivolta anche alla dimensione sanitaria“post ospedaliera” e rimarchiamo pertanto, in relazione all’area della lungodegenza, la questione specifica delle dimissioni protette.
L’efficacia del servizio offerto passa attraverso la capacità di completare il percorso di cura, ma anche dalla capacità di saper valutare la complessità dei bisogni socio-famigliari e di accompagnare il paziente verso la collocazione (struttura residenziale o domiciliare) più appropriata, con risposte flessibili e personalizzate.
In relazione a ciò molte sono le segnalazioni di crescenti difficoltà in capo ai pazienti, ai loro famigliari , spesso costretti a misurarsi in solitudine con la riduzione dei propri livelli di autonomia, a cercare direttamente soluzioni.
Occorre superare tale situazione, serve una rete certa ed articolata di strutture e servizi in grado di dare le necessarie risposte.
Il pesante attacco al quale è da tempo sottoposto il lavoro in sanità ( parte di quello più generale che ha investito il settore pubblico e quello privato nelle sue diverse articolazioni) in particolare attraverso i limiti imposti al turnover, il blocco del rinnovo contrattuale, il progressivo venire meno della sua tutela e valorizzazione, rappresenta una questione in ordine alla quale la Regione deve proporsi un’azione forte nei confronti del Governo, nella consapevolezza che da ciò passa in larga parte la tenuta del proprio sistema sanitario.
Nei mesi scorsi più di un organo di stampa e/o di informazione ha dato conto di una drastica diminuzione delle visite e degli esami diagnostici e di laboratorio erogati dalla sanità pubblica e/o privata convenzionata sull’intero territorio nazionale ( oltre 7 milioni in meno nella sola Emilia-Romagna).
Essa è accompagnata da un calo della spesa farmaceutica, del numero di ricoveri nelle strutture ospedaliere, degli assegni a favore degli anziani e dei disabili non autosufficienti, dalla difficoltà crescente delle famiglie a trovare una risposta al bisogno, dall’essere le stesse sempre più lasciate sole ad affrontarlo.
Ciò è indice di quanto la crisi in atto, la sua gestione, incidano anche relativamente al tema della tutela della salute, di quanto pesino in rapporto alla sanità le scelte operate nel tempo dai Governi, in particolare relativamente alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza.
E’ sicuramente possibile affermare che essa è in tanti casi giunta alla soglia della sostenibilità, sicuramente ad un livello tale di onerosità da spingere tanti, soprattutto tra le fasce più disagiate della popolazione, a rinunciare alle prestazioni, a fare prevenzione, a curarsi, ed è un fatto, questo, che finirà un domani con lo scaricare sul sistema i costi dell’inevitabile peggioramento delle loro condizioni, che sicuramente mina il concetto stesso di universalità del sistema.
Occorre al riguardo una azione forte della Regione Emilia-Romagna, anche nei confronti del Governo.
Noi chiediamo che si rispetti il dettato costituzionale, diciamo basta alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, diciamo basta ad un sistema che finisce con il fare pagare due volte i cittadini per avere accesso alle prestazioni delle quali abbisognano.
E’ un dato di fatto che quote sempre più consistenti di utenza sono spinte, a causa di quanto loro richiesto per le prestazioni presso le strutture sanitarie pubbliche e/o private accreditate, a rivolgersi alle strutture private, al mercato, che almeno, a fronte di un costo in tanti casi equivalente, è in grado di garantirle in tempi assai più celeri.
È evidente che tra la popolazione crescono l’insoddisfazione e l’insofferenza, l’idea di una maggiore efficienza del privato, e questo porta con sé rischi rilevanti circa la percezione della centralità del servizio pubblico, la necessità della sua difesa.
Qui si colloca la questione delle liste di attesa, che costituiscono sempre più, per tanti, una sorta di cartina di tornasole del funzionamento del Servizio Sanitario.
Occorre quindi agire con determinazione sul sistema, proporsi di abbattere le liste di attesa, ad esempio puntando, in accordo con le Organizzazioni Sindacali, alla massima utilizzazione degli impianti, affrontando in sede interistituzionale la stessa questione della disciplina legislativa dell’attività libero professionale.
L’emergenza casa è sotto gli occhi di tutti.
Le scelte degli ultimi Governi si sono evidenziate assolutamente insufficienti, in gran parte orientate a favorire le mere dinamiche di mercato, quelle che si prospettano appaiono del tutto inadeguate a rispondervi.
Occorre rilanciare il ruolo del soggetto pubblico in materia, e la Regione Emilia-Romagna deve proporsi di concretizzare, entro il mandato, un piano di rilancio dell’edilizia residenziale pubblica.
Serve anche che la stessa ed i Comuni determinino, attraverso gli ACER, un piano straordinario di qualificazione e riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico esistente, volto innanzitutto alla messa in sicurezza ed al risparmio energetico, nonché ad una migliore fruizione dello stesso da parte degli inquilini.
Occorre inoltre orientare, anche attraverso sostegni di carattere finanziario e/o tributario, la scelta del mercato privato in direzione dell’affitto residenziale a canone calmierato e/o concordato.
Conclusioni
Quanto pur schematicamente sottolineato costituisce, per i Comunisti Italiani, il programma relativo al quinquennio 2014-2019 verso il quale orientare le politiche della Regione.
Le risorse a ciò funzionali, nella consapevolezza dell’incidenza del trend economico, stanno in una oltremodo oculata e selettiva gestione del bilancio regionale, nell’uso delle leve fiscali e tributarie in capo alla Regione ed alle Autonomie Locali al fine del loro incremento, se del caso nella loro riallocazione.
Al riguardo serve sviluppare ulteriormente la lotta alla evasione fiscale e tributaria, ridefinire in parte l’articolazione delle imposte regionali ( ad esempio superando lo scarto esistente tra l’IRAP richiesta alla Cooperazione Sociale e quella in capo alle ASP), riconsiderare il complesso dei sostegni garantiti ai soggetti privati,etc.
La Regione Emilia-Romagna può e deve proporsi di uscire dalla situazione data attraverso quella politica che un tempo ne decretò il successo, le consentì di proporsi come una sorta di modello, ossia assumendo come proprio obbiettivo la qualità dello sviluppo, i diritti, la partecipazione.
Per quanto ci riguarda in tale direzione ci sentiamo impegnati, ed è sulla base delle convergenze programmatiche che verificheremo la possibilità di dare vita ad alleanze per il governo della stessa.
Bologna, Agosto 2014

Pdci – Emilia Romagna

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