E’ morto Luciano Rapotez

rapotezAll’età di 95 anni, senza aver ottenuto giustizia, è morto all’ospedale di Udine il partigiano Luciano Rapotez. Era dirigente dell’ANPI e militante del Partito comunista d’Italia.

Sul “caso Rapotez” sono stati scritti libri e prodotti documentari televisivi. Al suo caso è stata dedicata la proposta di legge contro la tortura. Perché proprio di un caso di tortura si trattò, a Trieste, negli anni della “guerra fredda”.

È la sera del 28 gennaio 1955. Luciano Rapotez, muratore, ex partigiano friulano di 35 anni, tornando a casa, trova la polizia ad attenderlo davanti al portone. Nessuna spiegazione: gli agenti lo caricano su una camionetta e lo portano in questura, dove l’uomo viene a sapere di essere accusato di omicidio. La polizia è convinta di aver catturato una delle cinque persone che nove anni prima hanno rapinato e ucciso, vicino Trieste, l’orefice Giulio Trevisan, la sua fidanzata Lidia Ravasini e una cameriera. Negare non serve a nulla. Per tre giorni, l’ex partigiano viene sottoposto a torture di ogni genere: bastonate su tutto il corpo, soffocamento, scosse elettriche, digiuno forzato. Il commissario Giovanni Grappone, capo della squadra mobile, lo costringe con la violenza a firmare una confessione “prefabbricata”: un’ammissione che avrebbe consentito di chiudere le indagini sulla strage, dopo nove anni senza risultati, ma soprattutto di infliggere un duro colpo al Partito comunista locale, di cui Rapotez era militante. Il muratore friulano viene rinchiuso in regime di isolamento: vi resterà per tre mesi, ben oltre i 52 giorni previsti dalla legge come massimo.
Durante il processo, Rapotez ritratta e racconta delle torture. E il 30 agosto 1957, dopo 34 mesi di carcerazione preventiva, l’ex partigiano viene assolto per insufficienza di prove e rimesso in libertà. Con lui, gli altri quattro uomini accusati del triplice omicidio del ’46. Intanto la moglie lo ha abbandonato, il tribunale gli nega l’affidamento dei figli (che la donna ha fatto andare in collegio) e Rapotez – che ha perso anche il lavoro – emigra in Germania.
Che contro l’ex partigiano non ci fosse nulla da poter far pensare a un suo coinvolgimento nella strage di San Bartolomeo, si rende conto anche la Corte d’Assise d’Appello di Venezia. Il 2 marzo 1961, i giudici prosciolgono Rapotez con formula piena dall’imputazione di strage. Nella sentenza viene dato pieno credito alla sua ritrattazione: “Sono stati mostrati – si legge nella motivazione – i segni al fianco e alla mano prodotti, oltre a tanti altri invisibili, per portare il Rapotez a confessare un fatto mai commesso”.
L’assoluzione viene poi confermata definitivamente nel 1962 dalla Cassazione. Da questo momento, l’unico obiettivo di Luciano Rapotez diventa il risarcimento: lo Stato deve pagare per averlo costretto a un’ingiusta detenzione, per le torture subite, per gli incalcolabili danni morali e materiali che ha dovuto sopportare.

Il suo caso è stato ripetutamente dibattuto nei tribunali ed in Cassazione, ma dopo più di mezzo secolo ed una serie di cavilli giudiziari e di prescrizioni Rapotez non è riuscito ad ottenere nemmeno le scuse dello Stato italiano che gli aveva rovinato la vita. Una vita ricca ed intensa di un uomo coraggioso che si è speso per gli altri, incitando i giovani a seguire la via della lotta sociale per la giustizia e la democrazia.

Pdci – Segreteria regionale del Friuli Venezia Giulia