Un esercito di lavoratori senza diritti

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) esiste dal 1919 ed è un’importante agenzia delle Nazioni Unite. Si occupa di elaborare e supervisionare le norme internazionali del lavoro. E’ composta da rappresentanti dei governi, delle imprese e dei lavoratori e, almeno una volta l’anno, presenta una valutazione sulle condizioni di lavoro nel mondo. Ebbene questa organizzazione – che nulla ha di radicale o di estremista – ha scritto che il lavoro “vive oggi una situazione intollerabile, segnata dalla disoccupazione, dalla precarietà e dalle diseguaglianze”. Alla denuncia ha allegato dati impressionanti. Nel mondo  ci sono più di 200 milioni di disoccupati, quasi 1.770 milioni di lavoratori poveri (meno di due dollari al giorno di salario), un’incalcolabile e sconosciuta marea di persone che lavorano nell’economia sommersa ed almeno  21 milioni di schiavi, la cifra più alta mai raggiunta nella storia dell’umanità.

In Europa si è insediata la dittatura di un’ideologia, il liberismo, che ha i suoi fondamentali nell’impresa e nel mercato. Qui l’attacco al lavoro si gioca contro i diritti e il salario. L’Ilo ne dà un giudizio molto severo. Il primo male, dice, è il forte indebolimento delle protezioni garantite dalle leggi e dai contratti (costati ai lavoratori decenni di lotte sindacali) a seguito dell’aumento globale della precarietà. Uno ad uno  i diritti vengono smantellati: contrattazione, licenziamento, organizzazione del lavoro, salario, tempo di lavoro, scioperi, contrattazione collettiva, rappresentanza sindacale… ne emerge una vera e propria offensiva di classe messa in atto dai governi, dalle istituzioni neoliberiste e dalle grandi multinazionali. L’obiettivo è la massima libertà per le imprese di sfruttare, disciplinare, dividere ed indebolire la classe lavoratrice rendendola sempre più precaria, esposta sul lavoro a rischi che ne danneggiano la salute e in alcuni casi la vita, e a cui viene addossata buona parte del rischio economico delle imprese. Man mano che il potere delle imprese aumenta, i lavoratori – isolati, divisi in un mare di contratti e sottocontratti, frammentati – perdono il controllo del proprio lavoro e si appanna, fino a venir meno,  la coscienza collettiva e solidale, quella che in altri anni ha permesso di organizzarsi, lottare, migliorare le condizioni di lavoro e di vita.

Prendiamo due esempi: l’Italia e l’Inghilterra.

In Italia è arrivato il jobs act, affiancato da un’indecente campagna mediatica che l’ha presentato come occasione per superare la miriade di contratti precari e dare stabilità ai lavoratori. In realtà è vero il contrario. Con il jobs act si è cancellato il contratto a tempo indeterminato. Tutti i nuovi assunti sono precari. Possono essere licenziati in ogni momento, ogni lavoratore è solo davanti all’impresa, le sue mansioni vengono monitorate e controllate a distanze, i salari sono bassi, la rappresentanza sindacale diventa praticamente nulla. Un esercito di lavoratrici e lavoratori senza diritti, la cui capacità di autorganizzazione e di sindacalizzazione è annullata dall’incertezza del lavoro.

In Inghilterra ci sono circa 700 mila lavoratori con contratti a zero ore. Si tratta di contratti che non pongono nessun vincolo alle imprese e nulla garantiscono ai lavoratori, né un salario né un numero minimo di ore di lavoro. L’impresa chiama i lavoratori solo e quando ne ha bisogno. Anche qui fu usata un’intensa campagna mediatica. Le “zero ore” vennero presentate come un’opportunità da non perdere perché, superando le rigidità del mercato del lavoro, avrebbero permesso di coniugare studio e lavoro, vita familiare e lavoro. Una felice occasione per studenti e donne. Ovviamente le cose non sono andate così. I contratti a zero ore si vanno vorticosamente espandendo e coinvolgono tutte le lavoratrici e i lavoratori, senza eccezione alcuna.

Non c’è nulla che renda i lavoratori vulnerabili ed aumenti le condizioni di sfruttamento come la precarietà, perché significa essere disoccupato, avere un lavoro intermittente, essere sottoccupato, avere un contratto a termine o a tempo parziale o inferiore alle proprie capacità, essere un falso lavoratore autonomo, lavorare in nero. Significa non avere alcuna sicurezza contrattuale, un salario basso, mansioni incerte e mutabili e nessun controllo del tempo e degli orari.

Le forme di  precarietà sono molte, individuarle non è semplice. Contrariamente a quanto s’è creduto nel passato, non riguardano il solo lavoro giovanile, ma investono tutte le classi di età. La precarietà è affollata di immigrati, di donne, di anziani, di ragazze e ragazzi che hanno studiato. Inizialmente la si presentava quasi con esaltazione, prefigurando l’emergere di una nuova classe sociale, interessata e disponibile a vivere sempre nuove esperienze.

In realtà siamo di fronte ad un processo di dominazione e in questo processo le lavoratrici e i lavoratori vengono dominati e costretti ad accettare lo sfruttamento e addirittura l’autosfruttamento. E’ un processo economico e sociale che si basa sul potere diseguale e sul secolare conflitto tra capitale e lavoro, dove milioni di persone hanno da vendere solo il proprio cervello o le proprie braccia.

Il processo di dominazione vive di elementi come la paura e il ricatto, riuscendo a trasferirli anche tra coloro che hanno un lavoro stabile. Perché c’è scarsità di lavoro e contemporaneamente tanta forza lavoro e “se il lavoro non lo fai tu, lo farà un altro”.

La precarietà è oggi un fenomeno strutturale, endemico. Esiste in tutti i settori e, in maggiore o minor misura, colpisce la stragrande maggioranza dei lavoratori, sia nel settore privato che pubblico, sia nell’industria che nell’agricoltura che nei servizi. E’ praticamente generalizzata nei lavori non contrattualizzati, molti dei quali occulti, com’è il caso dell’enorme numero di donne e di immigrati nel lavoro domestico. La distrazione con cui anche da settori sindacali e di sinistra si guarda al lavoro riproduttivo e di cura, invisibile e non remunerato, è politicamente miope perché esso costituisce un fattore chiave nell’organizzazione della produzione e nel processo di accumulazione capitalistica.

In Europa l’offensiva contro i lavoratori è senza precedenti, e in quest’offensiva vale tutto: guerre, disoccupazione, aumento dei prezzi e delle tasse, mancanza di libertà e riduzione dei diritti, povertà, insicurezza. Tutto in nome della libertà assoluta per le imprese e i mercati, e cioè per chi possiede potere ed enormi ricchezze.

In un mondo del lavoro dove la diversificazione produttiva e dei mercati, le nuove tecniche di gestione ed organizzazione della mano d’opera e le innovazioni tecnologiche continuano velocemente a proletarizzare il lavoro nell’industria e nei servizi, la battaglia politica per un’organizzazione del lavoro democratica si propone in tutta la sua urgente crudezza. La precarizzazione del lavoro non è un destino né una fatalità. E’ il risultato di un sistema politico e di un modello economico. Sono questi che occorre rovesciare. Difficile anche pensarlo se non si inizia a ricostruire un filo che riporti a unità il destino dei lavoratori e spezzi le mille divisioni in cui sono oggi costretti. Non sarà facile. C’è da ricostruire il destino di intere generazioni.

Manuela Palermi, presidente del CC del Pcdi

 

 

 

 

 

 

 

 

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