Due temi essenziali per una credibile identità comunista

falcemartelloIl cammino dei comunisti da sempre è stato orientato da due stelle polari: il no allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (il conflitto capitale/lavoro) e il no alla guerra (l’impegno antimperialista). Su questi due fronti politici e ideali si sono tracciate le discriminanti per la definizione di una linea d’azione e per l’individuazione di alleanze politiche possibili. Oggi in Italia i comunisti e la sinistra di classe non se la passano affatto bene, ma le priorità imposte dal contesto non sono mutate; e l’impressione è che, su entrambi i suddetti fronti, la strada si sia fatta sempre più stretta.

  1. A) Vediamo il primo versante, lo sfruttamento capitalistico, così come si configura nello specifico europeo e, quindi, del nostro Paese. È fuor di dubbio che la vicenda greca o, per meglio dire, il dramma sociale imposto alla maggioranza della popolazione greca esemplifichi significativamente la natura regressiva dell’Unione Europea, il carattere di classe delle sue politiche. Mentre scriviamo queste note è ancora in corso un braccio di ferro tra la tolda di comando dell’Ue e il governo di Alexis Tsipras, avente come posta le condizioni di permanenza della Grecia nell’Eurozona: nonostante vi sia nei due schieramenti chi non teme più di tanto l’eventualità di una rottura, la trattativa prova a muovere verso un accordo che risulti “onorevole” per entrambe le parti, peraltro sollecitate in tal senso da Oltreoceano (dove ci si preoccupa di uno sganciamento della Grecia in direzione Brics). Sin qui, la cacofonia delle dichiarazioni ufficiali – che, da entrambe le parti, hanno alternato accentuazioni ottimistiche a toni ultimativi – ha fatto assomigliare il buon esito della trattativa ad una sorta di impossibile quadratura del cerchio. Oggi, sembra che le parti abbiano compiuto un passo importante, concordando su un’attenuazione del rigore di bilancio chiesto ad Atene dai creditori: i quali concederebbero, per quest’anno e i prossimi, un avanzo primario (differenza tra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi) inferiore rispetto a quello concordato dai precedenti governi; e dunque una maggior disponibilità di risorse per la spesa interna. Tuttavia, quale che possano essere il punto di caduta e la qualità della mediazione politica, resta comunque il carattere strutturale della contrapposizione.

Non a caso: poiché i crudi fatti lasciano poco margine al gioco delle interpretazioni. I cosiddetti ”aiuti” finanziari graziosamente concessi dalla Trojka (Bce, Commissione europea, Fmi) non hanno beneficiato il popolo ellenico ma sono serviti a ripianare i debiti contratti con il sistema bancario europeo: in sostanza, a trasformare un debito nei confronti di privati (le banche) in uno nei confronti di organismi che gestiscono soldi pubblici (provenienti cioè dalle tasche dei cittadini). Il prezzo richiesto per tali “aiuti” – prezzo che ovviamente si continua a esigere – è stato e continua ad essere l’applicazione interna di misure che determinano la regressione complessiva delle condizioni di vita del grosso della popolazione. Ciò vale per la Grecia in termini purtroppo eclatanti, ma vale pesantemente per tutti i Paesi Ue “periferici”, i cosiddetti Pigs, Italia compresa. Qui sta il cuore della trattativa, una trattativa che riguarda la Grecia ma che allude al destino prossimo dell’Unione. Syriza si è impegnata elettoralmente per una netta inversione di rotta; e, dunque, per destinare a tale inversione le risorse disponibili. Per converso, i suoi antagonisti Ue non possono permettersi cedimenti. Non solo e non tanto perché difendono nel caso specifico il proprio interesse di creditori: sulla ristrutturazione del debito greco non sono in effetti escluse soluzioni flessibili che agiscano sul quantum e sui termini di pagamento. Soprattutto, essi non possono consentire un effetto domino che capovolga la generale impronta ideologica delle relazioni che regolano la compagine dell’Eurozona: relazioni di classe, tra popoli e all’interno dei singoli popoli. Sulla contropartita richiesta per la prosecuzione degli aiuti finanziari, su questo è più complicato derogare: rigore fiscale e controllo sui bilanci, con nuovi interventi restrittivi sulla spesa pensionistica, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni. Dal canto loro, Tsipras e gli esponenti della sua delegazione trattante provano a rassicurare i loro interlocutori circa la volontà di rispettare gli impegni (a cominciare dal miliardo e 600 milioni di euro da restituire a giugno al Fondo monetario) ed escludono risolutamente l’attendibilità dei rumors su un possibile blocco dei capitali; ma, al contempo, dichiarano di voler dare priorità a pensioni, salari e spesa corrente, di puntare al ripristino della contrattazione collettiva (già caduta sotto la scure delle liberalizzazioni), di non pensare affatto ad ulteriori tagli dei trattamenti pensionistici (già fortemente penalizzati da ben tre interventi legislativi, coi quali è stata portata l’età pensionabile a 67 anni, si è passati dal sistema retributivo a quello contributivo riducendo progressivamente i trattamenti a meno del 50% dell’ultima retribuzione, si è congelata a partire dal 2011 l’indicizzazione delle pensioni). Le suddette dichiarazioni sono fumo negli occhi per questa Unione dell’austerity. In un passaggio così stretto, i cordiali colloqui del governo greco con la Russia di Putin e l’allusione/minaccia da parte di Tsipras circa la possibilità di sostituire gli “aiuti” Ue con i finanziamenti della neonata Banca dei Brics non sembrano innocui incidenti di percorso, ma piuttosto una spada di Damocle destinata a incombere ancora e che allude alla futura collocazione dell’intera “periferia” Ue.

La vicenda greca è in effetti la punta di lancia di un confronto più generale riguardante l’Unione nel suo complesso, che contrappone al suo interno capitale (finanziario) e lavoro, ma anche capitali (e Paesi) forti e capitali (e Paesi) deboli. Il riequilibrio tra questi ultimi – e quindi la stessa compattezza dell’Unione – è giocato sulla secca compressione del costo del lavoro e sul rigore dei conti statuali, perseguito attraverso il taglio della spesa pubblica e il ridimensionamento del welfare. È un modello economico-sociale che ha prodotto sin qui risultati fallimentari, oltre che socialmente pesanti, e che rischia di portare il Titanic-Europa sull’orlo del naufragio. Ma l’establishment di Bruxelles e Francoforte non demorde. Per quel che riguarda l’Italia, rientra in tale orientamento l’azione degli ultimi governi, da Berlusconi a Renzi, passando per Monti e Letta, fino all’ultimo prodotto di tale azione: il Jobs act. Purtroppo non è finita qui. È di questi giorni l’annuncio del prossimo passo da parte del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi: l’affossamento della contrattazione collettiva nazionale. Spiega Draghi: “La contrattazione aziendale delle retribuzioni è da preferire a quella nazionale perché secondo i dati della Bce le imprese, con la flessibilità offerta dalla contrattazione aziendale, agendo sui salari durante la crisi, hanno tagliato i posti di lavoro meno di quelle vincolate da accordi nazionali centralizzati, che non sono state più in grado di adattare i salari alle condizioni economiche” (La Repubblica, 23 maggio 2015). È in sostanza la generalizzazione del modello tedesco, in applicazione del precetto (ideologico e del tutto privo di riscontri fattuali) secondo cui per aumentare l’occupazione occorre tagliare i salari e abbattere o comunque contenere i diritti dei lavoratori. In questo modo il cerchio si chiude; e il sindacato va incontro all’ennesimo durissimo colpo. Ovviamente, plaude Confindustria: “Il capo della Bce ha ricordato che in un numero crescente di Paesi la contrattazione a livello aziendale invece che a livello nazionale ha consentito una minor riduzione di posti di lavoro nel corso della crisi, grazie a una maggior flessibilità dei salari” (Il Sole 24 Ore, 23 maggio2015). E ovviamente in molti si affrettano a rilasciare dichiarazioni di festante condivisione: dal presidente degli industriali Giorgio Squinzi a Sergio Marchionne, già uscito da Confindustria proprio per non sottostare agli impacci della contrattazione nazionale; e a Tiziano Treu, artefice del famigerato “pacchetto” precarizzante il lavoro.

È bene ribadire che una tale ostinazione neoliberista non va interpretata come frutto di un orientamento errato, dettato da teorie sbagliate o indotto da accecamento ideologico. L’accecamento ideologico è funzionale a determinati interessi materiali e di potere: l’ostinazione suddetta, lungi dall’essere un errore, è l’espressione di una consapevole e pianificata strategia di classe. Da questo punto di vista va fermamente respinta l’indicazione di fondo contenuta nella nota recentemente trasmessa da Matteo Renzi alla Commissione europea in vista del vertice Ue del prossimo 26 giugno: ove, al di là dei soliti auspici per una maggiore attenzione alla crescita in termini di investimenti e finanziamenti comunitari, si auspica “più Europa” e un passaggio organico dall’enunciazione di “regole” all’operare di “istituzioni”. Al contrario, la sinistra di classe e in essa i comunisti devono battersi frontalmente contro il consolidamento di questa irriformabile Unione del capitale finanziario, mettendo radicalmente in questione la lettera e lo spirito dei suoi Trattati nonchè il suo traino monetario, denunciandone il carattere di classe e antipopolare, costruendo alleanze con i movimenti e le forze politiche progressive dei Paesi della “periferia” Ue e in questo modo contrastando la crescente influenza dei populismi e delle destre (nazionali e continentali). Questa è oggi nel nostro Paese la frontiera del conflitto tra capitale e lavoro, da cui come sempre dipende la stessa tenuta degli assetti democratici.

  1. B) Se lo sviluppo delle contraddizioni in seno all’Unione Europea sta a quanto pare giungendo a un punto di non ritorno, anche l’intensificazione dei propositi di guerra da parte della Nato ha ormai superato il livello di guardia. In questi ultimi decenni gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di gendarme del mondo globalizzato, bombardando Paesi e massacrando popoli in nome della “guerra infinita al terrorismo” e dell’ “esportazione della democrazia”: nei fatti e al di là della retorica bellica, a difesa della propria supremazia geopolitica e dell’american way of life. Essi hanno dato luogo in tal modo a una sequela di conflitti considerati “locali” e “a bassa intensità”. Oggi il quadro è in fase di netto peggioramento, in quanto l’aggressività imperialistica di quella che resta la più grande potenza militare del pianeta entra sempre più direttamente in rotta di collisione con i due Paesi che documenti ufficiali del Pentagono continuano a considerare i principali antagonisti del mondo a dominante atlantica: segnatamente con Russia e Cina. Il caso della crisi ucraina è in tal senso pericolosamente emblematico. Nel cuore dell’Europa è stata accesa una miccia, col favore e i concreti preparativi in loco dei servizi occidentali, che il patto di Minsk tra Merkel, Hollande e Putin ha temporaneamente spento (sembrerebbe all’insaputa di Obama), prima che desse fuoco alle polveri. Si tratta di una tregua armata, che ha per ora evitato il peggio ma che non risolve una situazione che resta incandescente. E resta in tutta la sua dirompente gravità l’appoggio offerto da Usa e Ue ad un regime filo-nazista: un regime che copre l’operato di bande paramilitari capaci di eccidi efferati come quello di Odessa, che abolisce libertà elementari come quella di professare pensieri e opinioni (nella fattispecie, comuniste), che si appresta a erigere chilometri di muro alla frontiera con la Russia (metafora di un recente passato che non cessa di tornare). Non è difficile comprendere perché, davanti a tutto questo, una “carovana” di compagni italiani abbia sentito il dovere di varcare le frontiere per portare la solidarietà militante alla popolazione e ai combattenti del Donbass antifascista. Tuttavia l’aspetto più preoccupante di questa vicenda è costituito dai suoi riflessi sugli equilibri internazionali, in particolare sui rapporti tra Paesi Nato e Russia. Come è noto, il parlamento ucraino ha votato a dicembre dello scorso anno a favore dell’adesione all’Alleanza Atlantica. Con l’aggiunta di questo nuovo anello, si chiuderebbe il cerchio attorno ai confini russi: una catena di Paesi (e basi militari) Nato, messa a punto con fredda determinazione nel corso degli ultimi decenni, e debitamente fornita di relativi armamenti. Il Patto di Varsavia non esiste più; la Nato invece esiste eccome, passando tra l’altro da patto difensivo a organizzazione bellica autorizzata a proiettarsi sull’intero globo terraqueo. Non pare davvero una buona notizia per il nostro futuro prossimo.

A conferma del generale peggioramento del contesto internazionale e del ruolo pesantemente destabilizzante svolto dalla Nato e dagli Usa, che in essa esercitano un’incontrastata egemonia, assume oggi rilievo il particolare evolvere dei conflitti mediorientali e segnatamente quel che appare come un inasprimento della “guerra di civiltà” tra Occidente e Islam. In realtà, anche in tale contesto apparentemente eccentrico rispetto alla coppia imperialismo/antimperialismo, non si deve perdere di vista le relazioni che legano i protagonisti “locali” agli Usa e ai loro concorrenti globali. Nel merito, è emblematico il caso della finta guerra contro l’Isis. Di questi tempi, molti si saranno chiesti come sia possibile che un esercito di gente spuntato come un fungo dall’oggi al domani, che avanza in Iraq e Siria terrorizzando intere popolazioni, mozzando teste e violentando donne, distruggendo siti considerati patrimonio dell’umanità, si riveli un mostro inarrestabile e invincibile. Comprensibilmente, ci si chiede come sia possibile che l’offensiva denominata Inherent Resolve lanciata qualche mese fa dalle potenze militari più forti del pianeta sia costretta a segnare il passo per opera di una banda di tagliagole autoproclamatasi Stato. Come è stato già denunciato da più di un comitato pacifista, la risposta a tali interrogativi è molto semplice: la guerra al Califfato e alla sua barbarie, proclamata dalla coalizione promossa dagli Usa e dai loro alleati, è in realtà una finta guerra. L’evidenza dei fatti dice che, nonostante le lacrime di coccodrillo versate davanti a quotidiane efferatezze ed orrori, il “civile” Occidente capitalistico e i suoi alleati mediorientali hanno deciso di lasciar fare in vista di un risultato geopolitico da sempre perseguito: la caduta del regime siriano di Assad. In nome di tale risultato si finge di contrastare l’azione del cosiddetto mostro (peraltro, negli anni, creato e ampiamente foraggiato) e, di fatto, si lascia che esso avanzi in Iraq e in Siria. Come già per l’Iraq, per l’Afghanistan e per la Libia, l’imperialismo – lungi dal voler sventare ulteriori eccidi di gente inerme – ha in realtà di mira l’ennesimo “stato canaglia”. C’è chi ha fornito utilmente prove documentate di tutto questo. In proposito è bene riportare quanto scritto qualche giorno fa da Manlio Dinucci:

Se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo. Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012, desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa del gruppo conservatore «Judicial Watch» nella competizione per le presidenziali. Esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione che tentano di controllare le aree orientali, adiacenti alle province irachene occidentali», aiutandole a «creare rifugi sicuri sotto protezione internazionale».

C’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)». Il documento del 2012 conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times, da un rapporto di «Conflict Armament Research»).

(Il Manifesto, 26 maggio2015)

Il quadro è ora più chiaro. Anche nel contesto mediorientale, l’imperialismo strumentalizza i conflitti etnici e le contese a sfondo religioso per guadagnare posizioni rispetto ai suoi principali antagonisti. In questo senso, la stessa finta guerra all’Isis allude in realtà all’intensificazione di un altro conflitto, di ben più vasta portata strategica, che si esplica lungo la direttrice Siria/Iran/Russia/Cina. La prospettiva di una preoccupante escalation in questa direzione dovrebbe scuotere le dormienti coscienze democratiche e produrre un civile atto di insubordinazione nei confronti del “civile” Occidente e della Nato, suo braccio armato.

Concludendo. No a questa Europa del capitale finanziario e alle sue politiche antipopolari; no alla Nato e ai suoi percorsi di guerra. Quale che sia l’assetto politico-organizzativo che i comunisti e più in generale la sinistra di classe sapranno darsi, da qui si deve ripartire.

Bruno Steri (articolo ripreso da: http://www.ricostruirepc.it/due-temi-essenziali-per-una-credibile-identita-comunita/ )