L’astensionismo e la democrazia malata

vota antonioLe elezioni regionali del 31 maggio, caratterizzate dall’alta astensione, impongono a tutti serie riflessioni sulla stato di salute della nostra democrazia e sul grado di partecipazione dei cittadini alla vita politica. L’attenzione di molti autorevoli commentatori si è soffermata   prevalentemente sui risultati ottenuti dalle principali forze politiche, sull’affermazione della Lega, sulle palesi difficoltà del PD renziano, sulla discreta tenuta del Movimento 5 Stelle, sui segnali di resistenza di Forza Italia. Sulla crescente astensione, fenomeno che ha interessato tutte le regioni chiamate al voto, si sono lette, invece, analisi quasi sempre affrettate e superficiali, quasi come se la disaffezione politica fosse, tutto sommato, un mero dettaglio, un elemento secondario (usò, se ricordo bene, questa espressione Matteo Renzi di fronte all’impressionante calo di elettori in Emilia e Romagna). Credo che il grande esodo dalle urne, invece, meriti più accurate riflessioni ed un ampio dibattito che non sia limitato ai soliti addetti ai lavori, ma che coinvolga tutti coloro che continuano a credere nella rappresentanza politica. Vorrei soffermarmi, in particolare, sul dato di Napoli dove, come è noto, ha votato soltanto il 40,60% degli aventi diritto (319.921 cittadini su 787.871 elettori). Nella nostra città, negli ultimi 25 anni, ad ogni elezione regionale, il numero dei votanti si è progressivamente abbassato, pur in presenza di una sensibile riduzione del corpo elettorale attivo (passato dagli 891.252 aventi diritto del ’90 ai 787.871 dello scorso 31 maggio).  Nella primavera del 90 si votò, per l’ultima volta, con la vecchia legge elettorale proporzionale che non prevedeva premi di maggioranza e soglie di sbarramento. Il clima politico del Paese stava mutando, i grandi partiti di massa (DC e PCI) erano, per diverse ragioni, in crisi profonda (dalla quale non si sarebbero più ripresi), ma anche i partiti minori non sembravano godere ottima salute. Due anni dopo, infatti, il sistema politico sul quale si era retto il Paese per più di 4 decenni sarebbe crollato. Eppure, nonostante le evidenti difficoltà di tutte le forze politiche e la sempre più  diffusa intolleranza per la “partitocrazia”,  la partecipazione  al voto regionale a Napoli si attestò  intorno al 70%.Nelle successive consultazioni regionali la percentuale dei votanti scese continuamente, e dal 65,44% del ‘95(quando si votò con il famoso “Tatarellum” che introduceva il premio di maggioranza per la coalizione vincente) si passò  al 63% del 2000,  e poi al 60,56% del 2005,al 54,16% del 2010 sino a giungere all’ allarmante 40,60% del 31 maggio, quando ben 467.950 napoletani hanno disertato le urne.  Un  rifiuto di massa del voto, pur  avendo  gli elettori la possibilità di scegliere tra diverse proposte  politiche:5 candidati alla presidenza della regione e  ben 20 liste(nel ’90,con la proporzionale pura erano molte di meno).Certo  che circa 468.000 cittadini che rifiutano di recarsi alle urne sono tantissimi: dal punto di vista numerico un fenomeno imponente:  è come se quasi  tutti gli elettori di  Venezia (che sono 211.132) sommati a  quelli di Bari ( che sono 279.087) avessero deciso  domenica 31 maggio di  restare a casa. Se poi analizziamo il voto dei quartieri napoletani ci accorgiamo che parti importanti del centro storico hanno manifestato una quasi totale indifferenza al richiamo delle urne: Montecalvario, Pendino, Mercato, Porto, San Ferdinando hanno superato il 60% di astensione. Per concludere credo che in queste elezioni regionali, e lo dimostrano ampiamente le dimensioni del non voto nella città capoluogo di regione, non vi siano stati veri vincitori, ma soltanto una grande disfatta della democrazia e della partecipazione. Penso che soprattutto le forze di sinistra che hanno dato vita a “Sinistra al Lavoro” debbano fare qualche riflessione sull’argomento, e ritengo che anche Luigi de Magistris, sindaco di una città che diserta le urne, debba   interrogarsi  seriamente sulle ragioni della disaffezione politica dei napoletani.

Antonio Frattasi, Segretario PCdI Napoli