Da Livorno 1921 a oggi. Una lezione sempre attuale

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di Alexander Höbel, direzione nazionale PCdI

Novantacinque anni sono passati dalla fondazione del Partito comunista d’Italia, eppure l’esperienza storica di quello che diventerà poi il partito comunista più forte dell’intero Occidente conserva una sua notevole attualità. Non perché il contesto generale non sia completamente cambiato, non solo rispetto al 1921 ma anche al mondo e all’Italia degli anni ’60 e ’70; né perché i problemi e le sfide con cui oggi i comunisti devono misurarsi siano gli stessi di allora. Ma perché è l’ispirazione di fondo di quella esperienza che rimane valida e conserva una grande utilità per l’oggi; l’ambizione di trasformare radicalmente questo paese nel quadro di una lotta mondiale per l’emancipazione, ma anche alcune specifiche linee guida di tipo strategico.

Limitiamoci a due esempi. Primo, la politica di massa, o meglio l’ispirazione di massa della politica del partito, che il Pcd’I, eccettuati alcuni momenti ben determinati, seppe conservare per quasi tutta la sua storia. È la politica di Gramsci e del gruppo ordinovista già prima della fondazione del partito, allorché seguono e dirigono la lotta degli operai torinesi e l’esperienza dei Consigli di fabbrica, ponendosi al fianco dei lavoratori, all’interno della classe operaia e dei suoi organismi; è la politica tratteggiata dalle Tesi di Lione, allorché Gramsci si preoccupa in primo luogo di individuare le forze motrici della rivoluzione italiana, le classi sociali e gli spezzoni di classi sociali con i quali il proletariato industriale avrebbe potuto e dovuto allearsi per rovesciare lo stato di cose presente: un’analisi, questa delle forze sociali del cambiamento, che dovremmo tornare a fare con rinnovata attenzione. E ancora: è la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, prima con la difesa delle organizzazioni di classe – cellule di partito e sindacali, organismi di mutuo soccorso ecc. -, ancorché clandestine; poi affiancando a tale prezioso lavoro quello altrettanto importante all’interno delle organizzazioni di massa del regime – sindacati e dopolavoro in primis -, appunto per non isolarsi, per non perdere il legame con quei lavoratori che il fascismo tentava di irreggimentare e organizzare anche nel tempo libero, ma che – facendo leva sulle contraddizioni materiali e il conflitto insopprimibile degli interessi di classe – i comunisti potevano ancora mobilitare, facendo seguire alle lotte rivendicative un’azione di chiarificazione politica e ideologica che consentisse di acquisire al partito stesso gli elementi più vivaci del proletariato. È questa la politica – elaborata e guidata da uomini come Gramsci, Togliatti, Longo e tanti altri – che consente al Pcd’I di rimanere una forza viva e radicata persino nelle condizioni difficilissime imposte dal fascismo; è questa la politica di Camilla Ravera, Teresa Noce e di tante altre donne, dirigenti comuniste di primo piano, che tennero vivo il legame con le masse femminili. Ed è grazie a questo lavoro che i comunisti giungono alla Resistenza come una forza non estranea alla parte più cosciente delle masse popolari, il che consente loro di porsi alla testa della lotta di liberazione, con uomini come Longo, Secchia, Amendola e molti altri, giovani come Eugenio Curiel che nel fuoco della lotta riflettevano sulla democrazia progressiva e su come trasformare il Paese quando la guerra fosse finita.

La stessa ispirazione legata alla politica di massa è rilanciata dal “partito nuovo” a partire dal 1944, è anzi forse il cuore stesso del progetto togliattiano: un partito di masse, fortemente radicato nella classe operaia e nel mondo del lavoro salariato in genere, che con le sue cellule nei luoghi di lavoro, con le sue sezioni e Case del popolo nei territori, tenesse sempre vivo il legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di educazione politica di massa ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti, che a quelle masse, ai loro problemi e alle loro esigenze dovevano rapportarsi quotidianamente. Questa ispirazione sopravvisse alla morte di Togliatti, fu portata avanti dal Pci di Luigi Longo, nella trasformazione tumultuosa vissuta dal Paese negli anni ’60, con la capacità di cogliere i segnali nuovi, usare i nuovi strumenti comunicativi, dirigere o quanto meno avere una presenza organica in lotte essenziali di quegli anni come le grandi lotte operaie del 1966-70 o la mobilitazione contro la guerra del Vietnam, riuscendo stabilire un dialogo non settario né subalterno con lo stesso movimento studentesco. Questa politica di massa giunge fino al Pci di Berlinguer, sebbene in diversi passaggi la dialettica tra mobilitazione dal basso e azione politica “dall’alto” (vertici tra partiti, incontri tra dirigenti ecc.) vide prevalere in modo eccessivo il secondo termine; e tuttavia quel Pci era ancora un partito profondamente radicato tra i lavoratori e nelle masse popolari, in grado di mobilitare masse enormi sul terreno antifascista, nelle lotte per la pace e nel conflitto sociale, fino ad aggregare attorno a sé più del 40% della popolazione italiana in difesa della scala mobile.

Il secondo esempio è quello della politica culturale, ossia di come il Pci sia riuscito pazientemente a costruire le linee guida e gli strumenti concreti per incidere nella cultura e anche nel senso comune del Paese, il che costituiva uno degli elementi centrali – anche se certo non il solo – della strategia dell’egemonia. La formidabile operazione di politica culturale condotta attorno al pensiero di Gramsci, per la sua popolarizzazione più vasta possibile; la creazione di strumenti essenziali come l’Istituto Gramsci, con le sue sezioni di lavoro, e di una serie di riviste, in grado di portare avanti un’elaborazione alta, frutto di specifiche competenze, che poi serviva anche alla politica del partito, alla elaborazione della sua strategia e delle sue proposte programmatiche. E ancora, il rapporto fecondo con larga parte dell’intellettualità progressista italiana, non solo marxista o comunista (si pensi alle relazioni ai convegni gramsciani affidate a Eugenio Garin), e al tempo stesso il confronto continuo con quanto il marxismo e il movimento comunista e antimperialista producevano sul terreno culturale; la consapevolezza che il campo della ricerca ha un’autonomia e la necessità di strumenti propri che sono diversi da quelli strettamente politici; e che tuttavia alla politica sono essenziali proprio in quanto quel lavoro di elaborazione e ricerca viene condotto in modo rigoroso, andando al di là della contingenza politica quotidiana.

Politica di massa e politica culturale di alto livello erano dunque aspetti complementari nell’esperienza del Pci, due facce della stessa medaglia, due componenti indispensabili della strategia dell’egemonia. L’elaborazione e le competenze si legavano al programma e alle proposte politiche e legislative del partito – un partito che, seguendo l’indicazione togliattiana, proponeva sempre le proprie soluzioni ai problemi, anziché limitarsi a un’azione di mera propaganda – e al tempo stesso contribuivano alla costruzione di un nuovo senso comune di massa, formavano in modo innovativo milioni di persone.

Si tratta di due momenti essenziali dell’azione politica che oggi abbiamo l’urgente necessità di rilanciare nelle forme e con gli strumenti opportuni. Anche per questo, riflettere sull’esperienza del Pci e applicare il meglio di quegli insegnamenti al mutato contesto è qualcosa che serve moltissimo ai comunisti di oggi, a quelli che vogliono cambiare questo paese e il mondo nel XXI secolo.