Una memoria antifascista. Per non dimenticare… Mai!

giornata memoria

di Maurizio Musolino

Non mi capita spesso, ma oggi voglio parlare di me e della difficoltà che provo ogni anno quando a fine gennaio si celebra il giorno della memoria, una difficoltà ahimè che vedo condivisa da tante compagne e compagni.
Sono cresciuto in un ambiente di sinistra, mio padre, comunista, ma prima di tutto antifascista e figlio della gloriosa stagione della Resistenza, mi ha sempre insegnato al rispetto per quei valori che avevano impregnato la lotta partigiana: antirazzismo, libertà, diritti, antimperialismo, ripudio dell’antisemitismo… Un elenco lunghissimo.
Fra questi valori combattere l’antisemitismo ha sempre occupato un posto importante. Il dramma di milioni di ebrei, che insieme a tanti comunisti, antifascisti, zingari, omosessuali e oppositori al nazismo, sono stati massacrati all’interno dei campi di sterminio è sempre stato base del mio sentimento civico, del mio essere di sinistra, della mia scelta comunista. Ho sempre pensato che il crimine che oltre settanta anni fa si è compiuto nei campi di sterminio non fosse solo responsabilità della bestia nazista e dei suoi alleati fascisti. Quei fatti richiamano una responsabilità molto più ampia, a partire dal silenzio di tanti intellettuali dell’epoca e dall’indifferenza di tanta gente che pensava con il proprio girarsi dall’altra parte di salvare i propri piccoli privilegi. L’idea stessa che nel nome di una razza “eletta” si potessero annientare donne e uomini colpevoli di essere altro era terribile, criminale.
Una responsabilità diffusa, quindi, che meritava e merita di essere ricordata.
Ritornando alla mia infanzia ricordo che le mie letture, c’erano le avventure di Salgari e i libri su paesi lontani e vari fumetti, comprendevano inoltre libri sui ragazzi che combatterono nel quartiere ebraico di Varsavia contro l’invasore nazista, e, primo fra tutti, il Diario di Anna Frank. Tanto che quando pochi anni fa mi recai ad Amsterdam la prima cosa che volli visitare fu proprio la casa museo della ragazza ebrea vittima delle leggi razziali naziste.
Combattere il sentimento antisemita ha significato sempre essere contro le ingiustizie, dalla parte degli oppressi. Ricordo che sempre negli anni della mia infanzia una volta chiesi alla mia maestra se in Sud Africa erano ebrei. Per me bambino, infatti, era automatica l’equazione: ingiustizia razziale uguale essere ebreo.
Poi in età più adulta ho apprezzato i libri di Primo Levi e non potevo che provare ammirazione per quel ostinato ebreo, Simon Wiesenthal, che a distanza di decenni continuava a dare la caccia ai criminali nazisti in tutto il mondo. Non si poteva essere antifascisti senza essere convintamente contro l’antisemitismo.
Ad un certo punto però qualcosa dentro di me si è rotto. In modo forse semplicistico nella mia testa si proponeva la vecchia equazione: se combattere l’antisemitismo, essere dalla parte degli ebrei, voleva dire essere contro il razzismo e dalla parte degli oppressi, come non riconoscere che oggi i palestinesi sono oppressi, umiliati e sterminati proprio in nome di una razza “eletta” altra da loro. Eppure a questa semplice equazione si opponeva una realtà ben diversa che mi mostrava come proprio l’oppressore del popolo palestinese cercava la legittimazione del proprio crimine nel dramma dei milioni di ebrei sterminati dal nazismo. Uno schifo!
Ancora una volta, ricordo, erano i tempi nei quali lavoravo a Liberazione, fu proprio un ebreo, una persona straordinaria, ad aiutarmi a capire. Durante una intervista sui movimenti di destra in Europa Moni Ovadia rispose ad una mia domanda chiedendomi se dopo pochi decenni dalla fine del crimine del nazismo gli europei, i civili e progrediti europei, avevano appreso la lezione? Quanto accadeva in Austria allora, e in seguito il successo in Francia, Grecia, Olanda e Germania dei movimenti neonazisti rispondevano da solo. Il rischio di antisemitismo era ed è vivissimo, dentro di noi. Tanto più in un paese come l’Italia, ancora profondamente impregnato nella cultura cattolico-papalina. Ma sempre Ovadia mi spiegò come questa paura aveva portato tanti ebrei a cercare rifugio in uno “stato”, senza capire che proprio questo poteva significare la nuova gabbia dentro la quale gli ebrei si chiudevano. Capovolgendo la storia. Parole profonde, piene di verità.
Ed allora conservare la memoria è un qualcosa di utile, di necessario. Però…
Già perché c’è un però. Il però riguarda all’operazione vergognosa e estremamente dannosa che si sta facendo, complici tutti i principali media, attraverso un’altra equazione: memoria uguale memoria dell’olocausto ebreo (i non ebrei diventano così vittime di serie B), uguale sostegno allo stato di Israele oggi.
Una equazione non solo vergognosa e sbagliata, ma estremamente dannosa proprio per il popolo ebreo.
E’ giusto ricordare, ricordare i delitti del passato, le stragi naziste, lo sterminio degli zingari, degli omosessuali, dei comunisti, degli slavi e anche degli ebrei, anzi forse proprio a partire dallo sterminio del popolo ebraico. Ma ricordare e tenere viva quella memoria oggi non può che sostanziarsi con l’essere dalla parte degli oppressi di questi giorni, a partire dal popolo di Palestina. Non può non significare ricordare i nostri crimini e i nostri silenzi: penso alle donne e agli uomini che trovano la morte nel nostro mediterraneo per i nostri egoismi e le nostre responsabilità nei conflitti che distruggono i loro paesi.
Allora ben venga una giornata della memoria, ma ripulita da squallide speculazioni e da vergognose strumentalizzazioni. Una giornata della memoria che recuperi a pieno il suo significato antifascista.