Referendum: ciò che di politico dicono i numeri

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di Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista

In politica i numeri contano:  13.334.764 di elettori, pari all’87% dei voti espressi, ha detto sì, su una platea complessiva del 31,2% degli aventi diritto (15.533.569 su 50.676.889).

Poiché nel nostro Paese vige l’obbligo del raggiungimento del quorum, il 50% più uno dei consensi, tale pronunciamento non sortirà  l’effetto atteso.

Che per tale ragione molti sostenitori del no abbiano invitato all’astensione  è un dato di fatto, che l’abbia fatto il Presidente del Consiglio è indice della scarsa considerazione nella quale egli tiene, unitamente all’ex Presidente della Repubblica,  la partecipazione democratica.

Del resto sia l’uno che l’altro, unitamente alle tante amministrazioni locali che a tale blocco politico fanno riferimento, hanno disatteso il risultato relativo al referendum  sull’acqua bene comune”, che pure ha largamente superato il quorum e registrato un consenso superiore al 75% dei voti espressi.

La domanda  alla quale occorre rispondere  in ambito politico non è tanto chi ha vinto e chi ha perso, piuttosto che significato ha tale risultato per gli opposti concorrenti, ovvero per chi, anche sostenendo il sì ha messo in moto da qualche anno un processo di trasformazione radicale dell’assetto istituzionale ed economico del paese, e chi, anche sostenendo il no sta cercando, da lungo tempo, di fermare questa corsa,  che noi comunisti definiamo di ristrutturazione capitalistica, favorendo chi più ha e più vuole avere.

Crediamo che il grosso del lavoro al riguardo  l’abbia fatto la lettura data “a caldo” dal Presidente del Consiglio ieri sera;  se ne evince, infatti, che questi oltre 15.500.000 elettori rappresentano una nuova minaccia per le garanzie che la nuova compagine governativa ha dato ai veri padroni del nostro destino.

Certamente quest’affermazione può essere assolutamente strumentalizzata e relegata negli annali del complottismo, delle fumose affermazioni del tipo: “lor signori hanno deciso”, “loro tramano nell’ombra”, “qualcuno altrove ha già scritto il futuro”, etc.

Tutto vero, come del resto è vero che l’attuale Presidente del Repubblica ha accolto nei giorni scorsi la Commissione Trilaterale con un discorso sconcertante se pensiamo al significato di quell’organismo ([1]), com’è vero che da oltre due decadi la progressiva cessione di sovranità del nostro parlamento ha collocato il nostro paese in un ruolo marginale,  subalterno alle decisioni della cosiddetta Troika.

Potremo andare avanti, ma tanto basta per comprendere la preoccupazione di Matteo Renzi, e la rabbia con la quale si è scagliato, unitamente a tanta  parte del proprio partito, a leggere il risultato referendario, finendo con il fare di un astensionista il vincitore.

Tutto ciò sottolinea che questo risultato  segna, di fatto, un’inversione di tendenza.

Se pensiamo che il suo famoso risultato del 40% (Europee 2014) fu raggiunto con una percentuale di votanti del 58,7% degli aventi diritto (poco più di 1 italiano su 2 andò a votare) il 31,2% rappresenta per Renzi  più di un campanello d’allarme sul gradimento del suo governo, e getta un’ombra sul referendum costituzionale d’autunno, sul quale si giocherà davvero tanto per la vita democratica di questo paese,  e, per lo stesso Presidente, la vita di questo esecutivo.

Noi, che ci apprestiamo a ricostruire un Partito Comunista in questo paese lanciamo con molti altri l’assalto a quel tentativo e proponiamo di assumere questo risultato come un pezzo importante della battaglia in difesa della Costituzione.

Sosterremo pertanto con forza tutti i comitati referendari e le iniziative già lanciate e/o in corso di programmazione dei Comitati per il No!

 Lo facciamo all’alba dei festeggiamenti del 25 Aprile,  per trasformare la ricorrenza della liberazione dal nazismo e dal fascismo nella rinascita di un ampio fronte  democratico di tutti quelli che credono che quella bandiera appartenga al popolo e non a gruppi d’interesse o tecnocrati che puntano a trasformare la nostra democrazia  in un qualcosa di autoritario, al servizio  del capitale transnazionale, del nuovo imperialismo.

Come dicevano nel maggio francese, “ce n’est qu’un dèbut, continuons le combat!”

[1]Ciò che sottende la trilaterale è la definizione che ne da Brzezinski, ideatore e co-fondatore della Commissione Trilaterale: “La Nazione-Stato come unità fondamentale della vita dell’uomo organizzata ha cessato di essere la principale forza creativa: Le banche internazionali e le corporazioni transnazionali sono ‘ora’ attori e pianificatori nei termini in cui un tempo erano attribuiti i concetti politici di stato-nazione”[ Tra due età: il ruolo degli Stati Uniti nell’era tecnotronica, Brzezinski 1971] .