Aylan è morto

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di Manuela Palermi

Nel 2011 ci chiedevamo cosa stesse succedendo in Siria. Nel 2013 Acnur comunicava che il numero degli sfollati e dei profughi nel mondo era di 45 milioni. Nel giugno del 2014 venivano superati, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, i 50 milioni. Più di 6 milioni, solo nel 2013, abbandonavano le loro case, o quel che ne restava. Nel gennaio del 2015 Acnur annunciava che i profughi siriani avevano superato il numero degli afgani, erano più di un milione e dovevano affrontare un inverno gelido.

Fino a quel momento eravamo tutti più o meno interessati ai profughi. Lo eravamo allo stesso modo in cui lo si è rispetto allo sfruttamento dei lavoratori da parte di grandi multinazionali in paesi come il Bangladesh o il Marocco. Anche se poi quel che producono costa così poco che lo si compra. Colpa della crisi, certo. Avveniva lo stesso con i profughi. Indignazione, orrore, impotenza. E dietro l’impotenza si cancellavano le responsabilità e si nascondeva la cattiva coscienza dell’occidente.

E’ stato allora che è arrivato Aylan e la foto del suo cadavere. Alla vista di quel corpicino, l’orrore e la commozione attraversarono il mondo come una frustata. Si scoprì che quel bambino e la sua gente ci somigliavano, erano fatti come noi. Un movimento di solidarietà che poneva l’urgenza di un soccorso, ma anche e soprattutto di capire le ragioni di quell’esodo senza fine.

I media, quegli stessi che giorno dopo giorno dimenticano l’esistenza delle guerre, di chi le fa, perché e contro chi, cominciarono a battersi il petto, criticarono la Ue e gli Usa, raccontarono quel che accadeva nei campi profughi, raccontarono la distruzione dell’Irak, dell’Afghanistan, della Siria… Una reazione che fece della notizia della morte di Aylan quel che i media potrebbero e dovrebbero fare per l’umanità e da molto tempo.

Già si sapeva che lo Stato Islamico si finanziava grazie al petrolio che vendeva a noi e ai signori delle monarchie del Golfo, tutti amici  dei nostri governi, tutti ottimi investitori nei nostri paesi. La si poteva finire con tutto questo e, tutto sommato, sarebbe stato relativamente semplice, bastava volerlo: blocco economico e militare, dure sanzioni a chi commerciava con lo Stato Islamico e, se fosse stato necessario, non bombe ma un intervento militare terrestre.

Lo Stato Islamico si trova in un territorio praticamente indifendibile: piano, desertico e interno. Non può nascondersi. Non ha le montagne afgane, non ha libertà di movimento, ha infrastrutture scarse e di bassa qualità, è costretto a controllare tutti i luoghi dove c’è acqua. Non ha vie d’uscita che non possano essere facilmente controllate. 50, 60mila mercenari potrebbero sopportare a lungo  l’assedio di eserciti che hanno più di 4 milioni di militari, con una superiorità in armi e telecomunicazioni insultante per quantità e qualità? C’è qualcuno che lo crede?

L’Occidente sa perfettamente che i bombardamenti non sono una soluzione. Al contrario sono l’unica cosa utile ad aggravare il problema. I bombardamenti aumentano l’odio delle popolazioni che li subiscono. E quell’odio non si dirige contro  lo Stato Islamico, anzi quell’odio lo rafforza fino a renderne giustificabili le azioni.

Il 27 settembre, lo stesso mese della morte di Aylan, gli europei vengono contagiati da un virus chiamato solidarietà. La Francia va in guerra e per la prima volta bombarda lo Stato Islamico. Lo fa, dice, per legittima difesa. Difesa da quale attacco? L’attacco non è la guerra alla Siria che dura da più di quattro anni, non è la catastrofe che sta producendo. Il vero attacco, la vera aggressione è dover accogliere più di due milioni di profughi. Quel giorno la Francia sostiene che deve difendersi e difendere Aylan. Da quel momento inizia la fine della solidarietà che la foto di quel bambino riverso sulla spiaggia ha generato. L’attacco aereo – che non serve a finirla con lo Stato Islamico – ha un solo fine: ottenere una risposta. Carlos Enrique Bayo, direttore di Pubblico, scrive il 31 ottobre un lungo editoriale in cui elenca le guerre dell’occidente e conclude che c’è la possibilità che in Francia avvenga un attentato  “tipo 11 settembre”.

Il 13 novembre del 2015, a Parigi, lo Stato islamico sferra sei attacchi che provocano la morte di 129 persone e più di 350 feriti.  Si avvera la predizione del direttore di Pubblico. E, come se non fosse sufficiente, due giorni dopo c’è il più grande bombardamento francese contro lo Stato Islamico. Altra benzina sul fuoco.

Ma il sistema comincia ad incassare (o continua, per meglio dire). Un giorno dopo gli attacchi di Parigi la notizia che le azioni dell’industria delle armi volano è sulla prima pagina dei giornali.

Gli attacchi dell’occidente  non sono solo militari, ma anche mediatici. Sono diversi i personaggi – intellettuali, politici, persino cardinali e vescovi – che dopo gli attentati identificano i profughi con i terroristi.

A Natale vengono arrestate 58 persone per aggressioni sessuali. Vengono  rapidamente identificati come profughi. Poco dopo si scopre che solo tre di loro lo sono, ma il danno è fatto. A quel punto agli occhi dell’occidente i profughi sono terroristi e violentatori. La battaglia è quasi vinta, serve solo qualcosa in più, giusto qualche bomba. Nato ed Europa sono pronti per commettere un nuovo genocidio.

I bombardamenti continuano, cosa che naturalmente non serve a sconfiggere lo Stato Islamico, ma a provocare nuove risposte assassine. Avvengono gli attentati di Bruxelles. Il 22 marzo muoiono 31 persone. Il bombardamento mediatico è micidiale. L’Islam ha dichiarato guerra e l’occidente deve farsene una ragione, basta indugi.

Lo Stato Islamico ha fatto molte vittime, ma se ci si scomoda a guardare i dati si scopre che l’87% di esse sono musulmani. Lo Stato Islamico ha distrutto molti luoghi di preghiera e di culto, è vero: una chiesa, una sinagoga e 18 (diciotto) moschee.

Siamo al punto in cui i profughi potrebbero essere sterminati senza troppi problemi perché l’occidente che con le sue guerre ha provocato la migrazione dei poveri, è riuscito a legittimare, una volta ancora, la morte e l’abbandono di 4 milioni di persone..

Lo Stato islamico è un mostro. Un mostro creato dagli Usa e alimentato dall’Europa. E’ una pedina di una partita a scacchi globale e coincide con una serie di obiettivi. Nella guerra alla Siria è stato utilizzato dalla Nato per un obiettivo perseguito da tempo, cercare di abbattere il governo siriano e indebolire la Russia. Ha un ruolo fondamentale perché il potere globale possa determinare il tipo di sviluppo e il modello di società. Favorisce l’invasione di stati a cui rapinare petrolio e materie prima, favorisce gli investimenti in armi e sicurezza, l’ascesa dell’industria di armamenti, i tagli ai diritti e alle libertà, il grande affare degli stati falliti, giustifica la mancanza di civiltà dell’occidente.