Cultura di classe e blocco storico organico

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di Erman Dovis e Danilo Sarra,  Pcd’I Federazione provinciale Teramo

Articolo tratto dal n.28 della Rivista Gramsci, dell’Aprile 2016

In seno alla società europea, la classe operaia resta il gruppo sociale più numeroso. Per farsene un’idea, restando nel settore automobilistico, solo il gruppo Fca conta 81 stabilimenti produttivi e 92 centri di ricerca in Europa.  Sono passati dodici anni da quando i lavoratori della Fiat-Sata e dell’indotto, con il coinvolgimento di vaste forze sociali e istituzionali, hanno fatto tremare i lussuosi palazzi della famiglia Agnelli, arginando momentaneamente i loro piani di ristrutturazione. Negli stessi anni, l’Europa è stata scossa da lotte profonde, come nel prolungato e partecipato sciopero Contro i ricchi in Norvegia nel 2000, che hanno mostrato la vivacità e la forza materiale dei lavoratori, capaci di smuovere le fondamenta dell’intero continente, perché nessuna società può funzionare senza coloro che producono i mezzi necessari per la sua sussistenza. Anche oggi, la coscienza delle masse viene inevitabilmente toccata dalle grandi lotte dei lavoratori dell’acciaieria di Terni o dalla partecipazione dei minatori del Donbass, in Ucraina, nella battaglia contro il governo fascista di Kiev. I lavoratori di tutto il mondo sono dunque vivi e vegeti e hanno i numeri, la forza e la coscienza per costruire le giuste alleanze. In Francia si verificano imponenti manifestazioni popolari di massa per contrastare la controriforma del lavoro ratificata da Hollande.  In Italia, gli operai Carrefour lottano contro i licenziamenti speculativi che la proprietà effettua per ottenere gli incentivi del renziano Jobs Act. A Vicenza, dopo una lotta di due mesi, i facchini della Prix hanno fermato i tentativi aziendali miranti a sostituire chi lavorava da tanti anni con nuova manodopera, per prendersi gli sgravi fiscali regalati dal governo per le nuove assunzioni e utilizzando il Jobs Act per contratti senza tutele e senza diritti.

Ma è proprio per queste ragioni, in virtù della loro forza, che i lavoratori vengono costantemente attaccati, divisi e confusi. 1

Intanto patron Squinzi si lamenta sulle colonne del Sole 24 Ore, affermando che il governo deve fare di più per far ripartire il paese: le regalie elargite da Renzi non sono abbastanza per costoro. Lo stesso Squinzi affida al giornale della Confindustria la diffusione del nuovo verbo che la borghesia pretende di affermare sui lavoratori, con la benedizione vaticana: “Fede e impresa centrali in una società incerta”. 2

 In una intervista del 1970 Gianni Agnelli aveva annunciato che la ripresa delle lotte operaie del 1969/70  aveva insegnato alla Fiat che era finito il tempo delle grosse concentrazioni operaie, a dimostrazione del fatto che da un certo punto in poi la volontà padronale è stata ed è quella di spacchettare sempre di più il processo produttivo al fine di segmentare i lavoratori e quindi la loro coscienza unitaria. 3 I lavoratori vengono poi deprivati della loro identità culturale e della loro storia, fatta di grandi sforzi collettivi e di conquiste teoriche nate nel fuoco delle lotte, attraverso la diffusione capillare di riferimenti culturali devianti e la costante denigrazione del movimento operaio e comunista.  Se ci rifacciamo alle dichiarazioni sopracitate di Squinzi, risalta immediatamente come si stia lavorando ad inoculare nel tessuto della società una falsa coscienza che, col pretesto di affermare la centralità dell’impresa e del profitto a discapito del lavoro, rende inappellabili le espulsioni in massa di forza-lavoro e  legittima una politica che tende alla formazione ed alla concentrazione di monopoli. Nel libro del Maresciallo dell’Unione Sovietica, Georgij Zukov, “Memorie e battaglie”, (Rizzoli, 1970), apprendiamo che tra i primissimi provvedimenti politici deliberati dall’Armata Rossa che governava una Berlino appena liberata dal nazismo, c’era l’immediato scioglimento dei grandi cartelli monopolistici e della Confindustria locale, la  ricostruzione di scuole ed asili e la formazione di autorità politiche comunali unitarie sulla base della coalizione antifascista,  con una consistente quota di presenza fisica assegnata a operai e lavoratori.  In questo sta il succo dell’attacco frontale scatenato contro l’Unione Sovietica, in questo consiste nel concreto il revisionismo moderno, ovvero l’impianto teorico attraverso il quale giustificare l’emarginazione della classe operaia dalle sue strutture politiche e sindacali, per impedire il procedere della sua affermazione storica nella società.

Questo lo affermiamo con assoluta fermezza di classe: l’allontanamento della classe operaia dalle sue strutture e l’annullamento della sua cultura, inevitabilmente depotenziano ed annullano l’azione dei partiti comunisti e di sinistra, non c’è via di fuga possibile. Alla classe operaia divisa ed emarginata, si offre un quadro di afflizione e sconfitta, dove il nemico di classe ti sconfigge con le televendite, le scommesse sul calcio e le telepromozioni, in un clima di ovattato e finto consenso di plastica, mentre la lettura di classe delle vicende del mondo viene espunta da ogni contesto.  Ed infatti, se guardiamo la realtà, cosa vediamo? La stessa forza materiale dei lavoratori viene spesso inficiata e frenata da messaggi culturali basati sulla rassegnazione, che hanno radici profonde specialmente nella storia italiana. Tutto ciò permette alle cosiddette classi dominanti di creare il terreno fertile necessario per imporre governi compiacenti, che hanno il mandato di demolire quei diritti e quelle condizioni di vita che decenni di lotte hanno imposto e garantito. Nello stesso tempo, intere realtà produttive vengono smantellate o pesantemente ristrutturate e ai lavoratori vengono imposte condizioni di lavoro e di vita sempre più denigranti. Ad essere colpite, però, sono anche altre classi sociali, come i piccoli  imprenditori, gli artigiani e i professionisti, costrette spesso a chiudere i battenti, a sprofondare nella miseria o nel migliore dei casi ad essere riassorbite dai grandi gruppi.  Infatti, ormai sono molteplici le organizzazioni internazionali, anche non politicamente esposte come nel caso dell’Oxfam, che denunciano un progressivo e diffuso impoverimento dell’intera società, accompagnato da uno spaventoso accentramento della ricchezza in poche mani. La produzione si concentra sempre di più in poche mani e con essa la ricchezza prodotta, mentre le masse vengono in molti casi private persino dei più elementari mezzi di sussistenza. In questo meccanismo riposa il nucleo delle grandi crisi che sconvolgono il capitalismo nella sua fase monopolista.  Questa realtà, qui descritta a grandi linee ma sviscerata in profondità anche grazie alle varie pubblicazioni del Centro Gramsci di Educazione, alle quali rimandiamo, ci offre una fondamentale prospettiva di lotta. I nemici da estirpare oggi, per il bene dei lavoratori e delle masse, sono quelle elites economico-finanziarie, in concorrenza tra loro ma unite contro i popoli, che affamano il mondo intero. Però solo la classe operaia, avanguardia cosciente dei lavoratori di tutto il mondo, ha la capacità e la forza di unire e guidare le più svariate classi sociali contro il mostro monopolista: perché solo la classe operaia, parte avanzata di chi garantisce la vita stessa della società e forte della sua teoria rivoluzionaria, può avere chiara coscienza dei fini e, quindi, dei modi adeguati per raggiungerli. Cacciare dalla società i circoli monopolistici, impedendo loro di riaffermarsi, è dunque il fine immediato che spetta alla classe operaia. Ma per condurre la battaglia, conducendo a sè le classi potenzialmente alleate, la classe operaia deve prima rafforzare se stessa, costruendo un legame organico con la realtà viva della lotta di classe e riaffermando, in sè e fuori di sè, la cultura che la contraddistingue.

La riscossa della classe operaia parte dai luoghi del lavoro e della ricerca, dalle fabbriche e dalle università, dalle sedi sindacali e dai centri di ricerca, dove assemblee e grandi iniziative pubbliche devono porsi  l’obiettivo di riaffermare la storia e la cultura della classe operaia, centrata sul lavoro, sulla pace e sullo sviluppo. La battaglia culturale è oggi una necessità imprescindibile, per dare una solida base ad un reale e radicale processo di trasformazione della società.  Il senso della pubblicazione de “La classe operaia”, antologia degli scritti di Antonio Gramsci, è proprio questo: dotare la classe operaia che milita nei diversi partiti comunisti e di sinistra di uno strumento sia educativo che di lavoro. Questo testo sarà dunque uno strumento da porre in dialogo costante con la realtà pulsante e quotidiana della lotta di classe, per condurla nel migliore dei modi. Anzi, crediamo che questo sia il modo più giusto e fedele di avvicinarsi agli scritti di Antonio Gramsci, superando approcci intellettualistici e avulsi dal percorso storico del movimento operaio e comunista che da troppi anni rallenta ed impedisce alla classe operaia di sviluppare la sua cultura, di contrastare efficacemente la Restaurazione monopolista per procedere verso la democrazia popolare ed il socialismo. L’insegnamento di Gramsci sul Blocco storico, la centralità della classe operaia e lo sviluppo continentale della produzione esigono una funzione più organica e unitaria delle classi contro la restaurazione monopolista, per la democrazia e il socialismo: le forze produttive,  settori progressisti della borghesia, proletariato, sotto la guida della classe operaia, le loro espressioni istituzionali, culturali, sociali e politiche lottano più unite e coscienti contro le casematte del capitalismo monopolista. Solo riappropriandosi dei suoi strumenti di studio e di lotta, la classe operaia saprà porsi alla testa di una Nuova Alleanza antimonopolista antifascista, guidando un vasto fronte politico economico culturale per strappare ai monopolisti la proprietà dei grandi complessi apicali, minando il loro potere politico.

1) Karl Marx, Lavoro salariato e capitale: “Noi vediamo dunque che, se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e nonostante ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato”

2)http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-02-27/oggi-7mila-imprenditori-papa-guidati-squinzi102222.shtml?uuid=ACQ8APdC   

3) Ennio Antonini – Pietro Scavo, Decentramento produttivo e partito comunista, Quaderni di Nuova Unità, numero 14 del gennaio 1999.