Resistenza, Repubblica e Costituzione

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Nel dibattito in corso su riforme costituzionali, Resistenza partigiana e democrazia, il sito del PCdI pubblica un articolo estratto dalle schede allegate al documento politico dell’Assemblea costituente nazionale del PCI. Contro revisionismo e strumentalizzazioni indegne, come contributo alla battaglia per la democrazia costituzionale e contro le “deforme” costituzionali.

di  Umberto Lorenzoni*

*partigiano combattente;  presidente ANPI di Treviso; nome di battaglia “Eros”. Ha combattuto nelle Alpi trevigiane; fu Commissario di battaglione nella Divisione partigiana “Nino Nannetti”. Fu proposto  per una decorazione al valore, alla quale rinunciò  affinché fosse data ad un partigiano caduto.

A settant’uno anni di distanza dalla Liberazione,  per capire il profondo significato della Resistenza, non si può fare riferimento soltanto al suo periodo finale, quello della guerra partigiana, che fu la logica e tragica conclusione del ventennio mussoliniano. La Resistenza iniziò quando la monarchia sabauda, abdicando alla violenza fascista della marcia su Roma, segnò l’epilogo del triste destino della classe dirigente risorgimentale. Il fasciamo fu l’ultimo tentativo del blocco sociale conservatore di fermare l’ascesa politica delle classi popolari, che reclamavano migliori condizioni di vita e arrivò al potere con il connivente assenso della monarchia e con la violenza.

In vent’anni di dittatura, sotto la finzione di un ordine di cartapesta, il fascismo ha regalato al popolo italiano: autarchia, guerre di aggressione, leggi razziali contro i propri cittadini di religione ebraica, la perversa alleanza con il nazismo che lo trascinò nella fornace della seconda guerra mondiale ed infine la catastrofe.

Il 25 luglio 1943 questo regime si accasciò sotto il peso delle sconfitte militari e, nei quarantacinque giorni seguenti, il governo Badoglio con i suoi smarrimenti, i suoi tentennamenti, le sue ambiguità, dimostrò a quale punto di squallore politico il fascismo e la monarchia sabauda avessero portato l’Italia. Si arrivò pertanto all’armistizio dell’8 settembre, con il Paese moralmente fiaccato e materialmente distrutto e con il Sud già in parte occupato dagli angloamericani.

Questo fu l’avvio di una immensa catastrofe che si consumò con il collasso delle istituzioni politiche, militari e sociali dello Stato, ben evidenziato dalla ignobile fuga del Re e di Badoglio, dall’abbandono della Capitale a se stessa, dal tracollo degli alti comandi militari che non avevano predisposto nessun piano per contrastare la prevedibile reazione tedesca e che infine si materializzò con la liberazione di Mussolini e la nascita della repubblica fascista di Salò, i cui aderenti si misero subito al servizio degli invasori.

Così tutta l’Italia a nord di Salerno finisce in mano alle truppe tedesche e le forze armate italiane si dissolvono o si arrendono. In questa difficilissima situazione, i partiti antifascisti danno subito vita il 9 settembre al Comitato di Liberazione Nazionale “per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza, per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni”.Comunque unità del nostro esercito in tante località del territorio metropolitano si oppongono spontaneamente all’invasione: a Roma. a porta San Paolo, molti popolani si uniscono ai nostri militari in una disperata difesa della Capitale; i tedeschi vengono cacciati dalla Sardegna e,  in tutte le isole dell’Egeo si resiste pervicacemente alla pressione tedesca, fino a culminare nell’epopea di Cefalonia dove la Divisione Acqui, con scelta plebiscitaria, combatte fino all’estremo sacrificio, fulgido episodio della nostra Resistenza all’estero. In Grecia e in tutti i Balcani, migliaia di nostri militari scelgono la strada della guerriglia e unendosi alle locali formazioni partigiane, da truppa di occupazione diventano combattenti per la libertà di quei popoli. Una importante pagina di Resistenza viene scritta dai militari italiani catturati e portati in Germania in vagoni piombati. Quando viene offerta loro la possibilità di tornare a casa solo se avessero aderito alla repubblica fascista di Salò, rifiutano l’adesione al nuovo fascismo e non scelgono la collaborazione con i nazisti, ma la libertà e la dignità del sacrificio. Molto più grave sarebbe stata in Italia la situazione per la Resistenza se non ci fosse stato questo esempio di tenacia, di coraggio di amor di Patria.

Tutti questi avvenimenti trovano origine nell’armistizio e testimoniano la volontà di riscossa degli italiani dal nuovo fascismo di Salò e dall’occupazione tedesca e anticipano una Resistenza molto più vasta e decisa: la guerra partigiana di liberazione.

Il Movimento Partigiano è figlio di questa volontà e nasce dall’incontro di tanti giovani con l’antifascismo dei loro fratelli maggiori reduci dai fronti, che nel crogiuolo della guerra, avevano capito la follia della politica fascista e avevano maturato la loro scelta antimperialista e con l’antifascismo dei vecchi militanti usciti dal carcere o ritornati dal confino di polizia, che si erano opposti per lungo tempo alla dittatura di mussoliniana e molti di loro erano accorsi in Spagna, a combattere nelle Brigate internazionali, in difesa di quella giovane Repubblica democratica che veniva strozzata dai nazifascisti in una prova di forza che preludeva all’aggressione dell’Europa.

E se il primo Risorgimento ebbe per protagonisti molti uomini illuminati della nobiltà e della borghesia di allora, protagoniste della guerra partigiana sono le classi popolari, le prime interessate a battere i presupposti stessi del fascismo. Esse avevano intuito come la Resistenza fosse la strada non solo per conquistare la libertà e la democrazia e non doverle ricevere dalle mani di un vincitore straniero, ma anche per poter realizzare una nuova idea di Patria, meno elementare, meno fisica e geograficamente delimitata, nella quale riconoscersi non soltanto per una comune origine ma per un tipo di società basata sui valori dell’eguaglianza, della giustizia sociale e della solidarietà.

I motivi dello scontro erano chiari: da una parte i miliziani di Salò, illusi di poter far rivivere il regime fascista, ormai stabilmente ancorato al terzo Reich che si batteva per Hitler e per il suo progetto di dominio sull’Europa e sul Mondo, dall’altra i Partigiani, animati dalla volontà concorde di realizzare uno Stato nuovo, aperto alle classi popolari e alle moderne istituzioni di una democrazia basata su una piattaforma costituzionale antifascista.

Lo scontro si giocò, per venti lunghi mesi, su questa netta contrapposizione e a ritmo sostenuto crebbe il Corpo Volontari della Libertà, un esercito popolare di uomini e donne, organizzato in Brigate e Divisioni Partigiane, rappresentato politicamente dai partiti antifascisti nei Comitati di Liberazione Nazionale, sostenuto dai nuovi alleati Angloamericani e che poteva contare sull’aiuto coraggioso e generoso delle popolazioni. E fu aspra guerriglia, contrassegnata da grandi sacrifici, continui atti di sabotaggio, da scontri a fuoco, da rastrellamenti, fucilazioni, impiccagioni, dall’uso da parte dei fascisti e dei nazisti di torture inumane sulle partigiane e sui partigiani catturati e di feroci rappresaglie sulle popolazioni civili, con massacri di vecchi, di donne e di bambini. Il prezzo di sangue pagato dal Movimento Partigiano nella guerra di liberazione fu altissimo.

Il 25 aprile di settant’uno anni fa il C.L.N.A.I. con il messaggio in codice “Aldo dice 26×1”, chiama finalmente all’insurrezione generale tutte le formazioni del Corpo Volontari della LibertĂ  e, dopo una decina giorni di accaniti e sanguinosi combattimenti, la disfatta tedesca trascina con se gli ultimi miliziani di Salò. Così tutto il Nord Italia viene liberato dai Partigiani prima dell’arrivo delle truppe Alleate e di quelle del Corpo Italiano di Liberazione, il ricostituito esercito italiano che aveva risalito la penisola combattendo aspre battaglie a fianco degli Angloamericani.

I Partigiani vengono accolti, nelle città e nei paesi liberati, da folle entusiaste, tra lo sventolio di bandiere rosse, azzurre, verdi, bianche, tricolori e dal suono a distesa delle campane; c’era in tutti la certezza che l’Italia avesse voltato pagina e che fosse finito per sempre l’incubo della guerra e dell’occupazione tedesca. E in quella primavera piena di speranze le componenti più avanzate del Movimento Partigiano andavano avanti interpretando la profonda volontà di riscatto del popolo italiano, non solo dal fascismo ma anche dalle condizioni di arretratezza e di oppressione che erano insite nelle istituzioni dello Stato e nella struttura della società di allora.

Con gli scontri quotidiani, con la partecipazione volontaria di ogni ceto, conquistando finalmente il diritto di voto per le donne, la Resistenza ha aperto la strada alla politica nel senso modernodella democrazia e ha raggiunto l’obiettivo politico dell’inclusione delle classi popolari nello Stato che era sfuggito ai protagonisti del primo Risorgimento. E saranno proprio le classi popolari, con la scelta repubblicana del 2 giugno 1946, a determinare la rottura definitiva con il passato e a seppellire per sempre, assieme allo Statuto Albertino, la monarchia sabauda.

Ma quelle stagioni di lotta popolare avevano radicato nel nostro popolo, oltre a quello della libertà, i valori dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della solidarietà e della pace e su di essi l’Assemblea  Costituente elaborò la Costituzione repubblicana e antifascista del 1948, nella quale confluirono, le istanze popolari del solidarismo cristiano e i valori di eguaglianza e giustizia sociale mutuati dal movimento operaio e contadino, intrecciati con i principi cardine del liberalismo democratico.

Nel suo primo articolo, la nostra Carta fondamentale chiude con il passato e sancisce; “L’Italia èuna Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo” e nel secondo articolo “….riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” a tutti i suoi cittadini. Nel terzo articolo dopo aver ribadito la parità sociale e l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ribadisce la necessità dell’indipendenza economica, senza la quale la democrazia è una scatola vuota e afferma: “E’ compitodella Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…….” E nel quarto articolo precisa: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Indicare questi obiettivi tra i principi fondamentali della Costituzione, prefigurò un forte impegno riformista e l’incontro, sulla materia economica, delle culture social-comunista e cristiano-popolare individuò nella funzione sociale della proprietà privata la leva capace di larghe intese unitarie. Conseguentemente i Costituenti, pur salvaguardandola, subordinarono l’iniziativa privata all’esigenza di tutelare i diritti inalienabili della persona umana e, come strumento per raggiungere gli obiettivi fissati, indicarono la natura mista dell’economia italiana, un tipo di capitalismo sociale nel quale i settori industriali, pubblici e privati, dovevano avere pari importanza e dignità. Accettata questa scelta di fondo, le forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente diedero il meglio di se nella formulazione degli articoli della Costituzione relativi ai problemi economici. La visione riformista si evidenzia negli articoli dal 35 al 47 dai quali traspare chiaramente come “La Repubblicademocratica fondata sul lavoro” sia nettamente schierata a tutela della parte debole nei rapporti di produzione e di lavoro e la sua visione solidaristica informi i rapporti etico-sociali dall’articolo 29 all’articolo34. E’ questa la parte più significativa del grande progetto riformista per la costruzione di una società fondata sull’uguaglianza sostanziale.

Fino alla fine degli anni settanta, l’Italia ha rispettato questo vero e proprio patto sociale e perseguendo il modello di economia mista, coerente con i dettami della Costituzione, ha realizzato profonde riforme di struttura e assicurato per lungo tempo al suo popolo un graduale sviluppo economico e un significativo welfare capace di assicurare un’equa redistribuzione della ricchezza prodotta. Alla fine degli anni settanta il nostro Paese aveva raggiunto il quinto posto fra le potenze economiche più avanzate del mondo. Purtroppo negli anni ottanta il tema dominante divenne la modernizzazione e, causa la degenerazione morale che aveva investito principalmente le forze di governo, arrivò con tangentopoli la cosi detta seconda repubblica e con essa la svolta liberista che ha avviato un imponente processo di dismissione del patrimonio e delle attività pubbliche e privatizzato eccellenze industriali e finanziarie strategiche per il nostro sistema economico. Inoltre, gli alfieri del capitalismo non si sono accorti che il mondo entrava in una fase di economia della conoscenza e invece di promuovere nelle aziende, ricerca, innovazioni di prodotto e di processo, specializzazione produttivae puntare sulla qualificazione dei lavoratori, hanno ritenuto di poter farle competere sul costo della manodopera comprimendone il salario e aggredendone i diritti acquisiti. La crisi si è così abbattuta su un Paese privo di strumenti pubblici indispensabili per contrastarla efficacemente e il progressivo smantellamento del settore pubblico ha fatto emergere una costituzione materiale radicalmente opposta al progetto tracciato dai Costituenti.

Dopo quasi trent’anni di gestione capitalistica dell’economia, ci ritroviamo con un debito pubblico che continua a lievitare, una pesante disoccupazione a due cifre con quella giovanile che si consolida attorno al 40%, la presenza di milioni di lavoratori precari, mentre al Sud, gestite dal caporalato, persistono forme orribili di sfruttamento su uomini e soprattutto su donne assoggettate ad un vero e proprio schiavismo. A forza di gridare “basta con le ideologie” siamo rimasti con l’ideologia più vecchia del mondo: lo sfruttamento del lavoro. Cancellato l’articolo 18 non si parla più della dignità del lavoro, eppure se non si riparte da lì, dal diritto ad un lavoro dignitoso non si andrà da nessuna parte e ogni nuovo provvedimento elettoralistico avrà il sapore di un premio di consolazione, un regalo in nome per profitto. Il nostro Paese è, inoltre, nuovamente pervaso da una incontenibile degenerazione morale, da una enorme evasione fiscale e da una devastante corruzione, causa prima del disgusto per la politica che serpeggia nel corpo elettorale, mentre le entrate tributarie dello Stato sono assicurate per circa l’80% dalle tasse pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. Non è certo questa l’Italia che sognavano i Partigiani.

Per uscire da questa pesante situazione economica sono necessarie scelte forti e coraggiose in grado di agire sulla domanda aggregata e di riportare al centro dell’agenda politica il lavoro e la sua dignità. E’ urgente rilanciare investimenti pubblici, ricerca e innovazioni, per allargare la nostra base produttiva, aumentare i livelli di occupazione, incrementare i consumi, far ripartire l’economia reale e aggredire l’enorme debito pubblico che minaccia di travolgerci. Lo stravolgimento della Costituzione che oggi viene perseguito con determinata insipienza deve essere bloccato e non deve distogliere la nostra attenzione dalla situazione nella quale si dibatte il Paese. La nostra democrazia potrà vincere questa sfida solo se potrà contare su una forte partecipazione popolare e quindi è urgente recuperare l’evidente distacco dei cittadini dalla politica restituendo agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

Dalla crisi attuale che non è solo economica ma anche morale, l’Italia uscirà solo ritornando alla Costituzione e all’etica della buona politica, che è sempre stata l’obiettivo, l’impegno e le speranze della Resistenza. Va salvaguardato l’equilibrio dei poteri sul quale si regge il nostro sistema democratico, equilibrio oggi reso precario dalla presenza di un Parlamento azzoppato, in quanto eletto con una legge dichiarata incostituzionale da una sentenza della Consulta e di un governo che per questo, a colpi di fiducia, si ritiene legittimato a surrogarlo nella funzione legislativa.

Dobbiamo ritornare quanto prima alla normalità democratica, con un Parlamento, che sarà espressione della sovranità popolare e pilastro portante della nostra architettura costituzionale, solo se sarà eletto nel rispetto dell’articolo 48 della nostra Carta Fondamentale, che, con buona pace delle fattucchiere dell’Italicum”, sancisce: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.

Tutti i sinceri democratici devono uscire dal rassegnato silenzio, dalla indifferenza, dal conformismo, per far sentire alta e forte la propria voce in difesa dei caratteri essenziali della nostra Repubblica parlamentare e ricordare sempre che la libertà è partecipazione, non è delega incontrollata della soluzione dei propri problemi ad un uomo solo al comando che la Provvidenza pare voglia regalarci di tanto in tanto.