Quando in ballo c’è l’Impero: la democrazia su misura

cuba

di Enzo Pescatori, Segreteria Nazionale – ANAIC

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

L’articolo 3 della nostra Costituzione coglie l’essenza del concetto di “democrazia” laddove  sottolinea l’importanza di un’eguaglianza di tipo formale (primo comma)  e una di tipo sostanziale (secondo comma). Quello che è maggiormente rimarchevole è l’enfasi posta dai padri costituenti nel far risaltare il dovere della Repubblica di rendere effettiva, reale, pratica, l’uguaglianza sostanziale attraverso l’eliminazione di ostacoli di ordine economico e sociale.

Possiamo affermare in tutta onestà che lo Stato italiano abbia operato per l’effettivo realizzarsi di una realtà sociale democratica? oppure può sorgere qualche dubbio.

La parte di mondo che si rifà al modello di società cosiddetta liberal-capitalista pretende di far coincidere la democrazia con il proprio sistema, ponendosi in contrapposizione con ogni altra possibile alternativa, che quindi diventa automaticamente un “regime”. Si tratta di una concezione distorta e da guerra fredda, portata avanti dai cosiddetti “fondamentalisti democratici” (come dice G. G. Marquez), che pur in assenza di un qualsiasi fondamento teorico, pretendono di stigmatizzare qualunque sistema si discosti dai classici canoni liberali, come autoritario, antidemocratico e dittatoriale.

C’è da chiedersi se l’umanità possa ancora permettersi il lusso di accettare che un’elite decida cosa sia o non sia democratico. Infatti, basterebbe guardare cosa accade nei paesi che più di altri si ergono a paladini della democrazia, per capire la perversione del loro sistema. Laddove non passa un solo giorno senza che non siano calpestati i diritti e bisogni delle persone, vengono lanciate le più feroci accuse contro chi ha semplicemente una diversa visione di società, più rispettosa e più umana.

La nostra vecchia Europa, ben allineata all’ideologia dell’esclusione e sopraffazione, offre lezioni di democrazia riconducendone il significato a un unico meschino gioco elettorale. Poco importa il rispetto dei diritti all’educazione, alla casa, al lavoro, alla salute, alla felicità, basta ci siano i partiti,  votare ogni tanto e il gioco è fatto.

Se non fosse che il voto è una farsa per occultare il vero obiettivo e cioè la riproduzione perpetua del sistema capitalista, con tutto il suo corollario di sfruttamento e di dominio di pochi sul resto della popolazione. In tal senso minacce, violenze, accordi con settori malavitosi della società, compravendita di consenso, brogli, diventano ammissibili se non leciti.

Parole come governabilità, pluralismo, diritti, libertà, meritocrazia, democrazia, rappresentano il quotidiano bombardamento mediatico con il quale cercano di convincere la popolazione di quanto sia provvidenziale vivere in un siffatto modello politico.

La democrazia formale rappresenta quindi l’ambiente migliore per lo sviluppo del capitalismo con tutte le sue contraddizioni irrisolte (disuguaglianza crescente, esclusione sociale, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, imbarbarimento delle relazioni sociali), che in assenza di un blocco antagonista ha potuto accelerare la sua corsa distruttiva, dando libero sfogo ai suoi peggiori istinti.

In pratica il regime liberale autoproclamatosi democratico tout court, si struttura idealmente attraverso norme democratiche che vengono, però, svuotate dalla prassi politica. «Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato – scrive il politologo britannico Colin  Crounch nel suo libro «Postdemocrazia – condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».

L’ingranaggio (quasi) perfetto

A governare la globalizzazione del sopruso troviamo naturalmente gli Stati Uniti d’America, divenuti gli indiscutibili custodi della democrazia nonché i difensori universali dei diritti umani.

Patria della liberal-democrazia (considerata dal politologo statunitense Francis Fukuyama la massima evoluzione: sociale, politica ed economica raggiungibile dall’uomo), gli Stati Uniti d’America, tra colpi di stato, invasioni militari e rappresaglie economiche, svolgono la propria missione di divulgatori delle prodezze del capitalismo.

La più poderosa economia mondiale rappresenta per il mondo capitalista la roccaforte di tutte le virtù nonché la patria delle libertà individuali. Tuttavia, l’immagine che ci consegna un’analisi della sua realtà, parla di disuguaglianze crescenti (1% della popolazione possiede il 30% della ricchezza del paese e il 20% l’ottanta), di scarsissime garanzie sociali (scuola, salute, lavoro, casa, previdenza, sicurezza…), di una permanente discriminazione nei confronti delle popolazioni nera, ispanica ecc.,. Per non parlare dei mezzi di informazione, felici di essere una “proprietà” asservita al potere incontrastato delle lobby.

Può un siffatto modello politico, che fa scempio dei più elementari diritti delle persone, promulgare diktat sul rispetto dei diritti umani in altri paesi? E cosa rimane, a conti fatti, dei capisaldi della democrazia, quella autentica?

Il granello di sabbia

Fortunatamente, ad una concezione di società tipica dei sistemi rappresentativi della dottrina liberale (democrazia formale), si contrappongono quei paesi che non considerano tale dottrina ineluttabile.

Tra questi, Cuba rappresenta indubbiamente la dimostrazione di come una società possa organizzarsi e realizzarsi secondo un modello socialista antitetico a quello liberale dominante.

Afferma Fidel Castro nel libro Elecciones en Cuba: farsa o democracia? «La democrazia per me significa che innanzitutto i governi operino intimamente vincolati con il popolo, nascano dal popolo, abbiano l’appoggio del popolo, e si consacrino interamente a lavorare e a lottare per il popolo e per gli interessi del popolo. Per me democrazia implica la difesa di tutti i diritti dei cittadini, fra essi il diritto all’indipendenza, il diritto alla libertà, il diritto alla dignità nazionale, il diritto all’onore; per me democrazia significa la fraternità fra gli uomini, l’uguaglianza vera fra gli uomini, l’uguaglianza delle opportunità per tutti gli uomini, per ogni essere umano che nasce, per ogni intelligenza che esiste».

Democrazia sociale, base popolare, uguaglianza di opportunità, solidarietà, dignità, felicità, quanta qualità umana e che altezza morale in queste affermazioni, presupposti essenziali nel percorso verso una forma superiore di democrazia. Tuttavia, nonostante la realtà confermi la validità del sistema cubano, quantomeno nel contesto latinoamericano, la propaganda anticubana lo attacca definendolo una “dittatura”, un paese senza elezioni e senza partiti.

Il voto

Per quanto riguarda le votazioni sorprenderà sapere che a Cuba ci sono addirittura due tipi di elezioni. Infatti ogni due anni e mezzo si eleggono i delegati alle assemblee municipali e ogni cinque anni ci sono le elezioni provinciali e generali, cioè l’elezione dei deputati al parlamento nazionale. Il voto a cuba è universale, segreto e a differenza di molti paesi dell’America Latina è volontario e non obbligatorio. L’età minima per votare è 16 anni e tutti gli elettori, di almeno 18 anni, hanno il diritto di candidarsi come delegati o come deputati al parlamento nazionale. Le candidature sono proposte durante le assemblee di “vicinato” (zone abitative simili al quartiere), nelle quali si espongono, meriti e qualità dei delegati e che alla data prevista potranno essere votati.

Quando si dice che tutti possono candidarsi si includono anche coloro che vengono definiti dissidenti dai grandi mezzi di comunicazione internazionali. Fino ad oggi tuttavia non hanno mai ottenuto il minimo necessario nelle votazioni di quartiere.

Per garantire la massima uguaglianza di opportunità tra i diversi candidati la propaganda consiste nell’esporne la biografia nei luoghi di maggiore affluenza della popolazione. Lo scrutinio è pubblico e chiunque, anche straniero può essere osservatore.

Nessun deputato o delegato riceve un salario legato al suo ruolo di rappresentante pubblico. Di norma non si tratta di politici di professione, ma per dedicarsi completamente a questa attività possono sospendere il lavoro abituale ricevendo in cambio lo stesso salario. A livello di quartiere viene eletto un delegato che farà parte dell’assemblea municipale. Questi delegati devono rendere conto ai loro elettori due volte all’anno in assemblee di comunità le quali possono anche mettere in discussione la continuazione del loro mandato. L’esperienza di delegazioni di quartiere, pressoché unica al mondo, é uno dei grandi fattori della partecipazione democratica e uno dei pilastri del sistema della democrazia socialista cubana

La rappresentanza politica

A Cuba esiste un partito unico, il Partito Comunista di Cuba, per decisione del popolo attraverso il referendum di approvazione della Costituzione del 1976. Il Partito Comunista svolge un ruolo di indirizzo, di coesione a difesa delle conquiste della Rivoluzione e “non partecipa alla contesa elettorale”.

Contrariamente al partito Comunista di Cuba, il partito unico delle democrazie formali ovvero il “partito del capitale”, interviene eccome nelle elezioni di quei paesi. In gergo calcistico potremmo dire che il suo intervento è “a gamba tesa”, tanto è violento e subdolo.

Ad esempio, negli Stati Uniti d’America la stucchevole contesa tra repubblicani e democratici è talmente ambigua e indistinta, che considerarli tra loro alternativi è un esercizio di pura fantasia. In Europa, pur con piccole differenze, la sostanza non cambia.

In Italia dalla nascita della Repubblica ha sempre governato il partito unico dell’oligarchia, mascherato a seconda delle necessità da pentapartito, quadripartito, con il proporzionale, con il maggioritario e altre alchimie. In ogni caso la traiettoria che da oltre 50 anni ci caratterizza, punta diritta verso l’orizzonte del sistema statunitense. Allo scopo il nostro paese continua ad attrezzarsi sfornando riforme elettorali l’una peggiore dell’altra, in conseguenza delle quali il voto popolare sembra essere sempre più una variabile indipendente del sistema (Monti e Renzi insegnano).

Detto del ruolo dei partiti, ritorniamo al voto e vediamo come si svolge nel paese statunitense.

Gli Stati Uniti d’America sono una Repubblica federale presidenziale, composta da 50 stati più un distretto federale (Columbia). La capitale è Washington città dove si svolgono le funzioni pubbliche di livello federale e statale.

Il presidente è capo di stato e gestisce il potere esecutivo federale, mentre il potere legislativo è delle camere del congresso: camera dei rappresentanti e senato.

Una delle caratteristiche per noi più sorprendenti del sistema americano è la selezione degli elettori. Può votare chi ha compiuto i 18 anni e si iscrive nelle liste elettorali. L’iscrizione deve essere fatta ad ogni elezione con  parecchi mesi di anticipo sulla data del voto. Il cittadino nell’iscriversi, oltre a dover pagare una quota,  deve dichiarare anche la sua appartenenza politica (con buona pace della segretezza del voto): democratica, repubblicana o indipendente. Queste liste vengono controllate da apposite commissioni presenti in ogni stato e hanno il compito di cancellare le persone con precedenti penali (anche piccoli), quelle interdette dai pubblici uffici o ritenute per una serie di altri motivi non idonee a esercitare il diritto di voto. Per questa loro peculiare attività le commissioni sono state varie volte accusate di parzialità. Come accadde nel 2000 in Florida dove la commissione cancellò dalle liste quasi 58.000 elettori, per la maggior parte neri e ispanici iscritti come elettori democratici. George W. Bush, dopo numerose contestazioni e manomissioni, si accaparrò per poco più di 500 voti i grandi elettori della Florida e ottenne la presidenza. I democratici accusarono l’allora segretario di Stato della Florida, la repubblicana Katherine Harris, di faziosità nella “pulizia” delle liste.

Stiamo parlando di un sistema elettorale indiretto in quanto il Presidente viene eletto da 538 “grandi elettori” riuniti in Collegio Elettorale a Washington. Infatti, Durante l’election day cittadini americani non votano il Presidente, ma esprimono la loro preferenza verso uno dei candidati alla presidenza eleggendo in realtà i grandi elettori del proprio stato. Il candidato vincitore, anche di un solo voto (sistema maggioritario),  si assicura tutti i grandi elettori (winner takes all).

Il candidato che riesce ad ottenere 270 voti del Collegio Elettorale, diventa Presidente. Lo scarto, anche importante tra voti dei cittadini e grandi elettori è uno dei molti punti deboli del sistema: un candidato può diventare Presidente anche senza la maggioranza dei voti degli americani.

Sul campo, due candidati e due partiti. Chi vince governa. Il sogno bipolarista diventa realtà. Molto semplice, quasi troppo e con l’illusione retorica che si tratti di un sistema che consente a chiunque di farsi eleggere e diventare l’uomo più potente del mondo.

Un equivoco che deriva dal dettato costituzionale il quale prevede che ogni cittadino nato negli stati uniti e residente da almeno 14 possa candidarsi.

In realtà il cittadino può competere solo se ha alle spalle un’organizzazione ricca e potente, come solo il partito democratico e quello repubblicano possono avere. A loro volta i partiti sono infarciti di lobbisti, intrallazzatori che si comportano come efficienti agenti al servizio dei potentati economici. Ogni presidente eletto dovrà, nel suo mandato, restituire con gli interessi quanto ha ricevuto da petrolieri, armatori, produttori di armi, potenti gruppi finanziari, religiosi ecc.

Un sistema che decide le regole del gioco, che modifica le modalità di voto ogni qualvolta lo ritenga necessario è un sistema blindato. L’illusione che votando in un tale contesto si possano modificare in maniera sostanziale gli assetti politici e con loro modificare nel profondo i rapporti tra classi sociali,  tramonta ancora prima di cominciare.

Quel che resta è pura volontà di potenza, parodia di lotta democratica, ricondotta all’interno di un’elite molto ristretta per censo e classe politica.

Per quanto detto, que viva Cuba