Alcune riflessioni sulle elezioni amministrative

elezioni

di Maurizio Musolino, segreteria nazionale PCdI e responsabile Enti locali

Provo a fare alcune considerazioni sulla tornata elettorale di domenica scorsa, ben sapendo la parzialità della mia analisi, sia per limiti personali che per i tempi troppo vicini al voto che impediscono una lettura approfondita e scientifica. Prego pertanto a quanti hanno la pazienza di leggere queste poche righe di prendere quello che dico con benevola comprensione. Poche parole sul centrodestra. E’ evidente che questo schieramento è all’anno zero, le elezioni di domenica hanno evidenziato una litigiosità e una competitività interna che non riesce a trovare un punto di equlibrio. Ma sarebbe un errore ridurre il tutto a uno scontro per la leadership. La mossa di Berlusconi di rompere la coalizione a Roma, nei fatti aiutando il candidato del Pd a raggiungere il ballottaggio, è comprensibile solo ricercando quello che a mio avviso è il vero motivo della crisi della destra italiana: ovvero il dover fare i conti con un competitore fuori dalle regole, ovvero Renzi. La principale forza di quello che nel passato è stato il cardine del centrosinistra, oggi al governo, mette infatti in atto politiche di destra a tutto campo, dal taglio dei diritti nel mondo del lavoro, ai tagli alla sanità pubblica e all’attacco alla Costituzione. La destra ha quindi un problema grande come una casa: trovare la sua vocazione e le sue classi di riferimento. I ceti medio alti guardano al Pd e Forza Italia non riesce più a parlare a donne e uomini alla ricerca di parole incoraggianti. Resta non è un caso il buon risultati di Fratelli d’Italia, specie nelle periferie delle città del centro sud. Il partito della Meloni, giocando su parole d’ordine populiste e fascistegianti, cerca di rivolgersi alla pancia di quel proletariato urbano abbandonato a se stesso e deluso dalle promesse mancate della sinistra, a volte riuscendoci. La Lega nonostante la mutazione operata dalla gestione Salvini non riesce ad aprirsi varchi al centro sud e si conferma come forza settentrionale. Un limite non da poco per future elezioni nazionali.

Il partito di Renzi ha subito una discreta batosta. I numeri, crudi parlano chiaro: il tracollo in voti assoluti e in percentuale è notevole e se i ballottaggi non segneranno una improbabile inversione di tendenza sarà estromesso da alcune fra le più importanti città italiane. Roma in testa. Per ora Renzi minimizza, ma è probabile che se fra quindici giorni il voto di domenica sarà confermato, si assisterà ad una velocizzazione verso la completa mutazione del Pd in “partito della nazione” capace di pescare voti con disinvoltura sia a destra che a sinistra. Del resto il voto romano dà indicazioni ben precise: il Pd si conferma primo partito solo nei quartieri più ricchi lasciando la rappresentanza delle periferie alla destra della Meloni e a 5 Stelle. Uno voto di classe, che purtroppo vede fuori dal tavolo in troppe realtà la sinistra. Tanti i voti in uscita dal Pd, che però restano nel limbo del non voto quando non vanno ad ingrossare le file dei grillini che per molti elettori rappresentano la solo forza di rottura con l’attuale sistema. Cagliari in questo senso è una anomalia che seppur positiva non è spendibile in un contesto nazionale, come lo è per motivi opposti quello di Napoli. Arriviamo così al vero vincitore di questa tornata elettorale, i Cinque Stelle. Vincitori, ma non trionfatori. Non bisogna farsi ingannare dal voto romano.

Il M5S si conferma una forza ben lontana dall’idea classica del partito, cosa del resto che rivendica in ogni dichiarazione. In queste elezioni amministrative è presente solo in una piccolissima parte dei comuni che sono andati al voto, i maggiori e quelli con un significato mediatico. Una accurata scelta che evita al movimento grillino bagni elettorali. Sicuramente sono percepiti come l’unica forza in grado di scardinare questo ordine costituito, che non piace a molti. Un voto utile per “rompere”. Altro discorso sarà nelle prossime settimane cimentarsi nel governo di importanti e complesse realtà territoriali. Ad oggi nelle città che già governa il Movimento Cinque Stelle oltre che rivendicare una purezza, tutta da dimostrare, ha fatto poco per rappresentare un governo delle città diverso e innovativo. Con questo non si può sottovalutare il valore della legalità, che in tempi di corruzione e mafie al governo è sicuramente un valore significativo. La sfida delle prossime settimane, oltre quella dei ballottaggi, sarà proprio quella di cimentarsi con il fare, più che con il dire. Una sfida che probabilmente determinerà la reale consistenza del M5S nel proporsi come forza di governo alternativa a Renzi. Le considerazioni fatte fino ad ora si riferiscono ad un contesto amministrativo-locale, tralasciando l’aspetto internazionale. Meriterebbe un discorso a parte la collocazione internazionale dei vari schieramenti, e non sono escluse inaspettate sorprese. Infine il risultato che ci riguarda più da vicino quella della sinistra.

Indubbiamente i candidati di sinistra delle grandi città, salvo a Bologna e Brindisi, non sono riusciti ad incrociare il voto in uscita dal Pd e neanche il malcontento verso un sistema che premia sempre il soliti privilegiati. Da Fassina a Roma e Airaudo a Torino ci si aspettava di più, e come ho detto prima il voto di Napoli (una bella eccezione) è difficilmente replicabile su scala nazionale. Detto questo è auspicabile che non si commetta l’errore fatto nelle ultime elezioni, quando di fronte ai risultati scadenti si è buttato nella spazzatura tutto il lavoro unitario che aveva accompagnato la campagna elettorale. Si abbia il coraggio questa volta di partire dal risultato ottenuto per rilanciare un lavoro unitario, non un partito unico, capace di creare le basi per un consenso più ampio. Purtroppo il voto di domenica ha confermato l’incapacità delle alleanze di sinistra di essere percepite come utili e come proposta concreta per scardinare il sistema vigente. Ma la strada di ricercare una collocazione di classe è un aspetto irrinunciabile e se questo è vero non si può che ripartire da un certosino lavoro sul sociale a partire dal lavoro e dalla casa. Facile a dirsi, ben più difficile da praticare. Le sinistre hanno patito l’assenza di un vero e forte conflitto di classe, il solo capace di far nascere una classe dirigente nuova, riconosciuta e rappresentativa, oltre che forte. Un limite che ha portato in alcune realtà a rispolverare compagni sicuramente validi ma figli di altre stagioni. Infine i comunisti, parte dei quali a fine mesi si cimenteranno in una ambiziosa sfida di ricostruzione di un partito comunista di massa e di classe.

I comunisti in questa tornata elettorale sono riusciti ad essere parte delle più ampie coalizioni di sinistra- condividendo con esse vittorie e sconfitte -, un elemento sicuramente positivo, che però ancora sconta (per fortuna in modo più limitato) la strisciante ideologia anticomunista – presente anche a sinistra – che in passato a portato ad esclusioni tanto offensive quanto idiote, come nel caso della Lista Tsipras alle elezioni Europee, quando cosiddetti saggi hanno posto con violenta arroganza una pregiudiziale comunista verso il Pcdi. La strada da fare è molta, ma nelle poche realtà dove il Pcdi ha presentato le proprie liste, seppur con percentuali di poco superiori all’uno per cento (c’è poco da essere allegri carissimi compagni), i Comunisti italiani si sono imposti come la prima forza comunista in campo in termini di voti. Una piacevole eccezione, la segnalo perché ha segnato parte importante della mia militanza, è quella di Genzano, cittadina di oltre 25 mila abitanti alle porte di Roma. A Genzano il Pcdi ha superato il 6 per cento, confermandosi come una forza credibile e riconosciuta e doppiando la lista di sinistra con i simboli di Sel e Prc, che in nome di una sinistra che rifiutava l’etichetta comunista aveva bocciato l’alleanza con il Pcdi.