Sul lavoro. E sul lavoro che ci aspetta

bandiera rossa

di Lucia Mango, segreteria naz.le PCdI responsabile Lavoro

Un partito di quadri che sappia avere influenza di massa. Un partito a vocazione di massa. Un partito di massa.

Nel 2016, stante la variazione della composizione organica del capitale, costruire un partito comunista in grado di agire in una società destrutturata, individuale, che rifiuta e non riconosce i quadri intermedi, non può che passare da queste tappe, senza che siamo in grado di definire i tempi di ciascuna a priori.

Occorrerà il tempo necessario a che le compagne ed i compagni, con uno strumento più adeguato, siano in condizione di ridare fiducia ai colleghi, ai compagni di studi, tornando ad essere ‘avanguardia della classe operaia’, nell’accezione adeguata al terzo millennio, ovvero quella del lavoro salariato e assimilabile, che riconduce alla generale condizione di sottomissione al capitale, in qualsiasi forma essa si sostanzi.

Ripartire dalla ricomposizione della classe, senza cadere nell’idealizzazione della classe. Dalla presenza organizzata nei luoghi del conflitto tra capitale e lavoro. Organizzare la presenza nei luoghi di lavoro significa anche mettere in rete i compagni che lavorano, dar loro gli strumenti per conoscere, confrontarsi e per diventare punto di riferimento. Ritenere centrale la formazione sui temi del lavoro nell’allocazione delle risorse umane e non solo, nell’organizzazione del partito, un’organizzazione che garantisca scambi continui tra centro e luoghi di lavoro, che sfrutti la tecnologia per abbatterei costi ma metta e mantenga in continuo e proficuo contatto le compagne ed i compagni presenti sui vari luoghi di lavoro dell’intero paese, al fine di riuscire a compiere un’analisi complessiva e attuale, sulla quale costruire iniziativa locale e nazionale.

Sostanziare l’internazionalismo nell’interdipendenza delle condizioni materiali dei lavoratori e della classe italiani da quelle dei lavoratori e della classe del resto d’Europa prima e del mondo poi, tentare e riuscire ad alzare lo sguardo oltre il contingente in cui ci sprofonda l’informazione mainstream. Questo uno tra i compiti di chi intende ricostruire un partito comunista in Italia in questa fase.

Si è infatti creduto, e quest’idea ha pervaso anche le organizzazioni comuniste negli ultimi 20 anni, che con la fine della concentrazione di fabbrica e della centralità operaia, fossimo entrati in una nuova fase, post-conflittuale, del capitalismo.  In realtà la vacatio di partecipazione politica, perciò di politica, in cui oggi ci troviamo è determinata dal fatto che i rapporti di produzione sono profondamente cambiati, sono mutate le condizioni di sfruttamento della forza lavoro, per effetto della nuova ideologia attraverso cui il capitale esercita il suo potere sulla società, e sulla politica e più direttamente e catastroficamente sull’individuo.

Di fronte a questa importante riconfigurazione sociale occorre leggere e inquadrare all’interno di una nuova analisi questi mutati rapporti di forza. Tuttavia ciò non significa affatto che sia venuto meno il conflitto capitale-lavoro. Significa soltanto che il capitale è riuscito ad azzerare la dialettica conflittuale, determinando così la sconfitta del lavoro e lasciando i comunisti e con essi, ovviamente, tutta la sinistra disarmata, di fronte al mito del progresso, dell’innovazione, dello sviluppo. Quel mito, prodotto dell’ideologia imperante del capitale, spinge a guardare avanti, voltando le spalle al passato, ad adeguarsi al flusso, quasi preordinato o addirittura sovraordinato, della storia, nella dilagante rassegnazione di fronte al suo inevitabile sviluppo progressivo, che spinge la società inesorabilmente avanti, lasciando i lavoratori, ed il loro diritto ad un’esistenza dignitosa, inesorabilmente indietro. Quasi che l’unica soluzione sia quella di adeguarsi al flusso del tempo.

In realtà il conflitto esiste perché continua ad esistere lo sfruttamento capitalistico, nonostante questo si declini oggi in modi diversi e non più solamente nella forma classica del capitalismo fordista o novecentesco. Il passaggio al post-fordismo, sebbene non abbia decretato la fine della precedente modalità di sfruttamento (esistono ancora gli operai), ha decretato di fatto però una idea diffusa per cui il conflitto sembra scomparire e al tempo stesso risulta più difficile da praticare.

È questa la grande vittoria del capitale, che fa della globalizzazione e della flessibilità gli strumenti del nuovo sfruttamento. Se, da un lato, la globalizzazione porta a rappresentare il conflitto come competizione fra economie nazionali sul mercato globale, dall’altro lato, la flessibilità comporta una frammentazione del lavoro, che impedisce di fatto ogni possibilità di organizzare il conflitto.

Il lavoro oggi, dunque, in un partito comunista va ripensato in posizione centrale, tenendo fermo l’assunto della potenzialità critica del lavoro salariato, inteso nel senso largo che oggi questa categoria assume a fronte della pervasività del rapporto capitalistico e della destrutturazione sociale e del lavoro da essa derivata.

E centrale oggi deve essere il lavoro in un momento in cui non si riconosce più l’esistenza delle classi sociali. Tale irriconoscibilità della classe è pari all’idea del superamento del conflitto capitale-lavoro. Nel secolo scorso il problema era esclusivamente la costituzione della “classe per sé” (la coscienza di classe), laddove la “classe in sé” (materialità della classe)era facilmente determinabile in quanto esisteva una corrispondenza diretta fra ambito di lavoro (la fabbrica) e appartenenza di classe (la classe operaia). Oggi invece il problema, sebbene non venga meno la potenzialità della “classe in sé” come elemento strutturale del conflitto capitale-lavoro, riguarda l’indeterminatezza della classe. Vi è dunque un ulteriore livello di difficoltà: non si tratta solamente di organizzare la classe facendole prendere coscienza di sé, ma si tratta anche e primariamente di “realizzarla” in quanto classe, di rendere i lavoratori consapevoli di essere un’unica grande classe i cui interessi coincidono anche quando appaiono divergere. E superare la situazione di oggi in cui i lavoratori intellettuali pieni di pregiudizi culturali contro gli operai “retrogradi”; gli operai che esternano un odio populista per gli intellettuali e i reietti; i reietti che sono in antagonismo con la società in quanto tale ma senza avere coscienza di sé.

All’indeterminatezza della classe corrisponde l’irrappresentabilità del lavoro. La flessibilità è strumento per rendere la classe lavoratrice indeterminabile, introdotta per neutralizzare i quadri intermedi, quali sindacato, partiti politici e le forme di tutela dei lavoratori. Essa è garanzia dello squilibrio tra capitale e lavoro, che di fatto conferma la persistenza del conflitto. Contrastare la flessibilità è differente dallo schierarsi contro la precarietà, che è condizione esistenziale. Il lavoratore finché flessibile, sarà irrappresentabile. E’ la flessibilità il fattore sociale che i comunisti devono combattere.

Per questa ragione non è accettabile nemmeno l’ideologia della flex security, ideologica proprio in quanto cerca di perseguire l’utopia di una flessibilità senza precarietà attraverso l’introduzione di ammortizzatori sociali e altre forme di garanzia salariale. Sposando questa strategia tipicamente socialdemocratica ciò che viene oscurato è l’aspetto fondamentale della irrappresentabilità del lavoro flessibile.

Un partito comunista che sia in grado di affrontare le sfide dell’oggi non può ignorare, inoltre, il fatto che il rapporto tra i diritti dei lavoratori e i diritti civili riattualizza in maniera stringente la dialettica marxiana tra struttura e sovrastruttura. Oggi solo  la lotta per i diritti civili risulta interessare la politica. Le battaglie per i diritti dei lavoratori si sono progressivamente indebolite fino a diventare irrilevanti e residuali. Perciò, se da un lato le lotte per i diritti civili sono state integrate all’interno della società capitalistica, fornendo anzi al capitale i suoi nuovi clienties dall’altro le lotte per i diritti dei lavoratori, agendo su un piano strutturale, sono state via via messe fuori gioco proprio in quanto forme di lotta che rischiavano di compromettere il sistema. Tant’è che sono nel progresso dei diritti sociali trova spazio il progresso dei diritti civili e non viceversa, perché le rivendicazioni dei diritti civili prescindono dalla dimensione dei rapporti di produzione, risultando battaglie di civiltà e democrazia, non già anticapitalistiche.

I comunisti, perciò, devono ribaltare l’ordine delle priorità, data l’attuale contingenza storica in cui prevalgono le battaglie per i diritti a scapito di quelle per il lavoro. Il lavoro deve tornare ad essere questione centrale e preminente riportando l’azione politica sui rapporti di produzione.

Scegliere la forma-partito significa rifiutare, senza esitazioni, il facile spontaneismo della moltitudine, dei movimenti, e dell’antipolitica della società civile. Partito significa “forza organizzata”: una massa politicamente cosciente capace di incidere sui rapporti di produzione. L’attuale propensione verso forme di politica post-partitica e personalistica, che considera ormai esaurita la funzione storica della forma-partito, rientra a tutti gli effetti all’interno di quella dimensione ideologica attraverso la quale il capitale tende a neutralizzare lo scontro politico, riducendo, di fatto, la dialettica democratica ad una mera contrapposizione fra problemi di coscienza, laddove, invece, le questioni di politica economica vengono lasciate ai tecnici e agli esperti.

Se la sinistra, infatti, elude il problema del partito, pensandolo come archeologia del Novecento, rischia irrimediabilmente di lasciare inevaso il problema del confronto con il potere. Senza confronto con il potere la sinistra è, ed è destinata a rimanere, una forza residuale e d’opinione. Senza un grande partito comunista che si ponga l’obiettivo della conquista del potere e del governo, uscendo dal proprio stato di minorità, non c’è azione politica e giuridico-legislativa che possa contrastare efficacemente la globalizzazione del capitalismo. Di fronte a quest’ultima, non basta resistere, praticando forme periferiche e localistiche di conflitto, ma è necessaria una radicale politicizzazione dello scontro.

Questa politicizzazione passa necessariamente da un’avanguardia organizzata in un partito comunista che abbia vocazione di massa prima e influenza di massa poi.

I comunisti non intendono arrendersi, vogliono trovare una soluzione e con essa un’uscita dall’odierna catastrofe quotidiana, devono perciò opporsi al vento della storia, non voltandogli le spalle. Il partito che nascerà a fine giugno a Bologna, forte delle esperienze e degli errori degli ultimi 30 anni, dovrà necessariamente essere in grado di guardare avanti e saper volgere le spalle al futuro.