Ricordando Enrico Berlinguer

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di Giorgio Langella

A 32 anni dalla sua morte si impongono una breve riflessione e una impietosa comparazione tra quello che ha significato Enrico Berlinguer, la sua onestà morale e intellettuale, la sua coerenza, il suo essere Comunista Italiano e quello che sono quei politicanti mediocri (spesso inqualificabili e corrotti) che popolano e dirigono lo scenario politico italiano o quei “padroni” (spesso incapaci e corruttori) che comandano economia e finanza.

L’adeguamento al “pensiero unico” di tutti quei personaggi che appaiono oggi nei teleschermi e nei giornali, la loro voglia di apparire moderni solo perché vogliono imporre “riforme” istituzionali e leggi elettorali che limitano spazi di democrazia, la loro misera necessità di comparire comunque, la propensione di parte del ceto politico e imprenditoriale italiano alla corruzione (i più o meno recenti scandali la dimostrano chiaramente), sono caratteristiche che nulla hanno a che fare con l’onestà e la passione politica di Enrico Berlinguer.

Dopo la morte di Berlinguer hanno trionfato gli “altri”, i suoi nemici, chi lo osteggiava più o meno apertamente fuori e dentro il PCI. Hanno trionfato l’affarismo e il malaffare, l’occupazione delle istituzioni da parte di partiti trasformati in comitati d’affari, la politica intesa come “mestiere” che permette di accumulare ricchezze impensabili, le promesse e gli slogan al posto di un progetto di trasformazione del modello di sviluppo e della società. Gli “altri”, iscritti ed eredi della P2, hanno divorato qualsiasi cosa rendendo l’Italia ben peggiore di quella paventata da Enrico Berlinguer nella famosa intervista del 1981 sulla “questione morale”.

E, allora, non prestiamo attenzione alle vuote celebrazioni di chi tenta di sfruttare il ricordo di Enrico Berlinguer per i propri miseri scopi. Ricordiamolo, invece, con le sue parole, con i suoi scritti, con il suo insegnamento. Forse capiremmo che una Politica onesta è stata possibile nel nostro paese. E potrebbe tornare la speranza che è ancora possibile cambiare l’Italia con una politica seria e “nobile”. La Politica di un grande Comunista Italiano. Perché questo era Enrico Berlinguer.

Diceva Berlinguer:

“Primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità.”

”Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.”

“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.”

“Noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra possibile resa o collusione od omertà, presente e futura, verso quei metodi di gestione tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita economica e la società, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le fondamenta della nostra repubblica.”

“La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica.”

“Noi comunisti siamo stati e dobbiamo essere i primi assertori di una politica di rigore, di serenità e di severità in ogni campo: nella vita economica e sociale, nella convivenza civile, nello studio e nel lavoro, nell’attività dello stato e dei suoi apparati, nel funzionamento delle istituzioni democratiche e, non dimentichiamolo, nella vita dei partiti. Ma severità e rigore è possibile esigerli e ottenerli soltanto se a loro fondamento e come loro obiettivo stanno il progredire della giustizia sociale e il compiersi di un rinnovamento.”

“La verità è che ciò che ci si rimprovera oggi, come sempre, è che un partito del movimento operaio qual è il PCI non ha rinunciato a perseguire l’obiettivo e a lottare per un  mutamento radicale della società. Si vorrebbero partiti di sinistra che di fatto si accontentano di limitare la loro azione a introdurre qualche correzione marginale all’assetto sociale esistente, senza porre mai in discussione e prospettare una sistemazione profondamente diversa dei rapporti che stanno alla base della struttura economica e sociale attuale. La principale diversità del nostro partito rispetto agli altri partiti italiani, oltre ai requisiti morali e ai titoli politici che noi possediamo e che gli altri stanno sempre più perdendo, sta proprio in ciò: che noi comunisti non rinunciamo a lavorare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per una radicale trasformazione degli attuali rapporti tra le classi e tra gli uomini. Nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: che non rinunciamo a costruire una ‘società di liberi ed uguali’, non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la ‘produzione delle condizioni della loro vita’. L’obiezione che ci viene fatta è che questo nostro finalismo sarebbe un modo di voler imporre alla storia una destinazione. No, questo è il modo in cui noi stiamo nella storia, è la tensione e la passione con cui noi agiamo in essa, è la speranza indomabile che ci anima in quanto rivoluzionari.”

“Non mi è accaduto, e questa la considero la più grande fortuna della mia vita, di seguire quella famosa legge per la quale si è rivoluzionari a 18, 20 anni e poi si diventa via via liberali, conservatori e reazionari. Io conservo i miei ideali di allora.”

“Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il parlamento, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a governi che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria. Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione. Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi – la mafia, la camorra, la P2 – che hanno inquinato e condizionato tuttora i poteri costituiti e legittimi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della nostra Repubblica. Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni.”