Una riflessione su fatti di ieri (in Francia e in Italia)

paris

di Giorgio Langella

Ieri, a Parigi, c’è stata una imponente manifestazione contro il jobs act francese. Naturalmente si hanno notizie prevalentemente solo degli scontri e della “guerriglia” messa in atto da manifestanti “cattivi”. Le informazioni di lorsignori sono sempre le stesse: alcuni o tanti “antagonisti” fanno a botte con la polizia e tutto si chiude in quello. Chi partecipa alle manifestazioni, per “lorsignori”, sbaglia perché protesta e non capisce la bellezza e la necessità delle “riforme” volute dal potere. Di fatto si tralasciano le ragioni di una grandiosa protesta e del conflitto conseguente al rifiuto di adeguarsi alle imposizioni di un governo che, in Francia come in Italia, vuole ancora farsi chiamare “di sinistra” ma che si è schierato definitivamente con il capitalismo e la destra facendo gli interessi di quel padronato che realmente comanda. E allora, di fronte alla protesta popolare, cosa si fa? Si fomenta il caos, si lancia quella “strategia della tensione” che conosciamo bene … e qualsiasi protesta deve essere condannata come contigua al terrorismo, sempre e comunque violenta. Così tutto dovrebbe placarsi in nome dell’ordine pubblico.

Da noi, nel nostro paese dove i sindacati dovrebbero essere forti, al tempo della legge Fornero e del “nostro” jobs act non è successo praticamente niente. Nessuna protesta significativa. Qualche ora di sciopero più per apparenza che di sostanza. Solo dopo qualche mese viene lanciata una campagna di raccolta firme per abrogare qualcosa di quelle leggi infami. La “piazza” non si è mossa, i lavoratori non si sono mobilitati né sono stati chiamati a protestare (e la cosa è, a mio avviso, voluta). C’è stata e persiste, di fatto, una pace sociale (una divisione concordata dei ruoli tra confindustria, partiti in parlamento e grandi sindacati, dove chi comanda sono sempre e solo i padroni) che porta fatalmente a quella sconfitta devastante generata dall’assenza del conflitto, dalla rassegnazione e dall’indifferenza. Un tragico adeguamento alle imposizioni del “pensiero unico” (che è, poi, quello di chi comanda).
Ieri, a Roma, incontro tra governo e maggiori sindacati per accordarsi sulla proposta governativa di “anticipo” della pensione. Le notizie che arrivano descrivono una situazione indegna. In pratica, chi vuole andare in pensione prima (si ricordi bene che sono ultrassessantenni comunque che hanno spesso oltre quanranta anni di contributi versati) potranno accedere a un prestito da parte delle banche che dovranno restituire con i dovuti interessi una volta raggiunta l’età pensionabile. Si legge dall’ANSA che “la rata del prestito pensionistico per chi dovesse anticipare volontariamente l’uscita dal lavoro di 3 anni rispetto all’età di vecchiaia potrebbe arrivare al 15% della pensione per i vent’anni nei quali si ripaga il prestito”. In pratica tolgono i diritti ai lavoratori per dare interessi alle banche.

La proposta sarà vagliata dai sindacati ma, a quanto si apprende dagli organi di informazione, le prime valutazioni (dei sindacati presenti all’incontro) sono positive. Viene riportata questa dichiarazione della Camusso: “C’è una disponibilità del governo nell’entrare nel merito di alcuni aspetti. Il governo è più avanti sul tema delle pensioni che su quello del lavoro. Abbiamo due osservazioni: abbiamo bisogno di una visione di insieme, e abbiamo ribadito che il nostro obiettivo è andare a una modifica della legge Fornero. Non possiamo trascurare che ci siano delle novità positive, ovvero il fatto che non ci siano penalizzazioni, ma è ancora troppo poco per dire che siamo in una fase di conclusione delle nostre valutazioni. Speriamo che il confronto continui e produca dei risultati”. Ma quali sarebbero le “novità positive”? E cosa vuol dire che non ci saranno penalizzazioni, se  tutto si basa su un prestito che il lavoratore dovrà restituire con gli interessi a istituti privati quali sono le banche? Si vuole, forse, confondere la realtà per andare a un accordo che sarà comunqu penalizzante per chi vive del proprio lavoro? Non sarebbe più semplice mobilitarsi e lottare per la cancellazione della controriforma Fornero?
Su queste cose bisogna essere chiari e decisi: dare il pieno appoggio alla lotta dei lavoratori francesi, e criticare severamente chi, in Italia è ancora deciso di appoggiare le indegne contro-“riforme” di un governo che si dimostra sempre più asservito alle volontà dei padroni.

I comunisti sono con chi protesta, con chi non accetta lo stato di cose imposto da una classe dirigente attenta solo ai propri interessi individuali, con chi è convinto che sistema spaventoso, ingiusto e corrotto nel quale siamo costretti a vivere non può essere riformato ma deve essere abbattuto, trasformato dalle radici.