Un partito per la trasformazione socialista

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di Giorgio Raccichini

Leggevo in questi giorni un libro di Armando Cossutta pubblicato nel 1988. Erano gli anni finali della lunga vita del Partito Comunista Italiano che per decenni aveva guidato i destini delle classi lavoratrici italiane: la lotta antifascista, la guerra di liberazione, la democrazia progressiva rappresentano ancora lasciti importanti per i lavoratori italiani. Tuttavia in quegli anni ’80, come rileva Cossutta, il PCI era diventato qualcos’altro, aveva profondamente mutato le sue radici ideali e sociali: non era più comunista, sebbene si definisse ancora tale, e non era nemmeno socialdemocratico. Possiamo solo immaginare, noi nati in quegli anni, quanta forza intellettuale e morale dovettero avere coloro che, come appunto Cossutta, diedero battaglia in quel partito per mantenere viva in Italia un’organizzazione che, utilizzando le chiavi di lettura marxiste del mondo, si ponesse l’obiettivo della trasformazione socialista dell’economia e della società. Intanto in quel PCI la maggior parte dei dirigenti si affrettava in maniera ridicola a rinnegare la validità del marxismo, a dichiarare morto il comunismo, a pentirsi e a vendersi alle forze del grande capitale.

La ristrutturazione capitalista di quegli anni aveva comportato una grave sconfitta per il PCI e, in generale, per il movimento comunista internazionale: il grande capitale sembrava aver ottenuto una vittoria schiacciante non solo sul piano economico e sociale, ma anche su quello culturale. Tuttavia sarebbe ridicolo pensare che un momento di riflusso del movimento rivoluzionario possa coincidere con la “fine della storia”, cioè con la morte della lotta di classe e l’affermazione eterna delle ragioni di quanti sfruttano la forza lavoro e saccheggiano i popoli del mondo. Oggi possiamo dire con cognizione di causa che le ragioni di una trasformazione socialista del reale sono più forti che mai: il capitalismo ha dimostrato di non saper coniugare lo sviluppo delle forze produttive con una generale diffusione dell’occupazione e con il miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici italiane e di tutto il mondo; il capitalismo ha fallito nel tentativo di coniugare le ragioni del massimo profitto con la salvaguardia dell’ambiente; il capitalismo ha fallito nel tentativo di coniugare la sua propensione al saccheggio di risorse e alla conquista dei mercati mondiali con l’aspirazione dei popoli e delle masse lavoratrici alla pace; il capitalismo ha fallito nel coniugare la sua esigenza alla “governabilità” con la “democrazia”, se si intende con questa parola la possibilità uguale per tutti, anche per i lavoratori, di contribuire alle scelte fondamentali di un Paese. Questo è, e solo un cantore acritico del grande capitale potrebbe negarlo.

Se ci apprestiamo, con il Congresso nazionale del 24-26 giugno, a costruire il Partito Comunista Italiano, è perché vogliamo rilanciare in Italia la battaglia per l’unica visione ideale che rappresenta una sfida concreta al capitalismo, il quale – lo ripeto – ha fallito miseramente.

Non è facile, perché in Italia veniamo da più di trent’anni di intossicazione ideologica scientificamente portata avanti dalle classi dirigenti italiane. In un tale contesto un conato a mutare lo stato di cose presente non può che prendere la direzione di movimenti che danno risposte estremamente parziali, comunque non esaustive e incapaci, al di là di fraseologie ed atteggiamenti apparentemente radicali, di opporsi alla potente offensiva che in questi anni di crisi i grandi gruppi economici stanno portando avanti contro gli interessi dei lavoratori e dei popoli del pianeta.

Sappiamo che ci vorrà tempo perché il nostro progetto possa diventare patrimonio comune delle masse lavoratrici italiane. Ma non siamo quelli che si arrendono di fronte alle difficoltà e non facciamo una politica di stretto cabotaggio legata alle scadenze elettorali.

Certo, abbiamo bisogno di entrare nelle istituzioni con l’obiettivo parziale di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e puntiamo anche al governo del Paese, ma non per gestire l’esistente, bensì per trasformarlo radicalmente e concretamente. Quando i partiti che attualmente rappresentano gli interessi del capitale verranno abbandonati da quest’ultimo a favore di altri cavalli politici e finiranno per scomparire, quando i movimenti “radicali” d’opposizione cesseranno il loro compito di indirizzare i lavoratori verso forme d’opposizione urlate ma parziali e non in grado di scuotere il giogo pesante dello sfruttamento capitalistico e imperialistico e diventeranno “fuori moda”, ci saranno sempre i comunisti a battersi per l’uguaglianza e la giustizia sociali, per il Socialismo appunto.