Conferenza Politica ed Organizzativa Nazionale: il documento

 “L’attualità della ricostruzione del Partito Comunista, a 23 anni dallo scioglimento del PCI. Tenere aperta la questione comunista in Italia, in Europa e nel mondo”

Premessa
Dallo scioglimento del Pci (1991), sono trascorsi poco più di vent’anni.
Da allora la società italiana ha subito una devastante trasformazione, che ne ha radicalmente mutato, in senso negativo, la struttura e i connotati fondanti.
Sul piano economico e sociale abbiamo assistito alle privatizzazioni dei settori strategici dell’economia nazionale (banche, trasporti, energia, comunicazioni) e al sistematico smantellamento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori (scala mobile, pensioni, statuto dei lavoratori, precarizzazione e proliferazione delle tipologie dei contratti, drammatica diminuzione del potere d’acquisto di salari e pensioni; attacco alla scuola e alla sanità pubblica, con la fine del principio dell’universalità, etc.).
Di pari passo, come in un gioco di specchi tra due facce di una stessa medaglia, le classi dirigenti hanno provveduto a smantellare gli assetti costituzionali: le leggi elettorali maggioritarie e/o uninominali hanno sostituito la legge proporzionale, unica in grado di garantire che le istituzioni (ai diversi livelli: territoriale e Parlamento nazionale) siano anche luoghi di conflitto; il progressivo ma inesorabile restringimento dei poteri del Parlamento a favore del Governo ha umiliato la rappresentanza popolare; il presidenzialismo di fatto ha snaturato, senza che ciò venisse sancito in Costituzione, l’equilibrio tra i poteri dello Stato quale previsto dai Costituenti; i vincoli europei hanno, infine, ristretto la sovranità nazionale al punto da inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, cancellando così ogni ipotesi di politica anche solo keynesiana o riformista.
Tutto ciò è avvenuto, peraltro, nella fine sostanziale della forma della politica e della partecipazione ad essa, quale conosciuta nel lungo periodo storico caratterizzato dalla presenza dei grandi partiti di massa: e nel degrado progressivo della politica stessa in quanto tale.
Il vento impetuoso dell’antipolitica (favorito anche dalla degenerazione dei partiti stessi) è alimentato, anche e soprattutto attraverso il dominio dei media che forgiano l’opinione pubblica, dai poteri economici forti: senza la politica, senza i partiti, senza la rappresentanza popolare, vigerà la legge del più forte e del più ricco.
La politica sarà sostituita dall’economia.
Questo, molto sommariamente, è l’esito di un attacco alle fondamenta dello Stato democratico e dello stato sociale, portato dal capitalismo italiano ed internazionale, soprattutto attraverso le politiche economiche dell’Ue: ma tutto ciò è potuto avvenire per l’assenza di un forte e radicato partito, in grado di mantenere intatta la capacità di critica (e di analisi) di fondo degli assetti capitalistici esistenti, ma, al contempo, in grado di lavorare quotidianamente per la difesa delle classi subalterne, mobilitandole, guidandole, dando al sindacato la necessaria sponda politica ed istituzionale.
L’obbiettivo posto alla base della Conferenza Politica ed Organizzativa Nazionale, la cui platea sarà composta da Comitato Centrale, Direzione Nazionale, Segreterie Nazionale, Regionali, di Federazione, è quello di determinare le condizioni per sviluppare il protagonismo del nostro Partito ai diversi livelli, nella consapevolezza delle condizioni date, con particolare riferimento ad una fase politica oltremodo complessa, problematica, aperta a molteplici sbocchi quale quella attuale.
A tal fine serve un ampio e articolato coinvolgimento delle compagne e dei compagni del Partito dei Comunisti Italiani, finalizzato a definire , in coerenza con l’analisi sviluppata nel VII Congresso, ma tenendo conto degli elementi di novità emersi nel tempo pur breve trascorso dopo la sua conclusione, una sempre più compiuta dimensione programmatica.
E’ evidente che ciò non può prescindere da una attenta valutazione dello “stato del Partito”, delle risorse a vario titolo disponibili, dalla messa in atto di un processo di riorganizzazione dello stesso ai diversi livelli che si proponga di ottimizzarle.
Punto di riferimento, come sottolineato, non può che essere il VII Congresso.
Con esso il PdCI ha scelto di rispondere collettivamente alla propria crisi, che è parte di quella che ha progressivamente investito l’insieme delle forze comuniste e della sinistra nel nostro Paese, ed in gran parte riconducibile all’insoddisfazione crescente prodotta nei soggetti sociali di riferimento, a partire dal mondo del lavoro, alla degenerazione elettoralistica che ne ha caratterizzato in gran parte la storia.
La risposta a questa crisi da parte del nostro Partito è stata riassunta in tre obiettivi tra loro legati . “Ricostruire il partito comunista, unire la sinistra, attuare il programma della Costituzione”.
Non uno slogan, bensì una precisa opzione strategica dettata da ciò che accade, dal perché accade.
Una scelta che, a distanza di un anno, come confermato dallo stesso Comitato Centrale del 15 Giugno us., si evidenzia senza valide alternative.
La realtà ci dice che l’orizzonte entro il quale operare non può essere soltanto quello di una alternativa di governo, la ricerca di una alternativa di sistema è quanto mai attuale, necessaria.

La fase politica, le sue prospettive, la nostra azione
La vicenda Ucraina, su cui il partito ha sviluppato una forte elaborazione e iniziativa di massa, evidenzia un’escalation dei pericoli di guerra, in Europa e nel mondo, provocata dagli Usa, dalla NATO, dalla Ue e dal blocco euro-atlantico.
A ciò si aggiunge la guerra contro la Siria e l’attacco israeliano contro il popolo palestinese, solo per citare alcuni eventi che hanno caratterizzato l’ultimo anno.
Tutto ciò trova la sua spiegazione ultima nella crescita dell’influenza dei BRICS e in particolare dell’asse Cina-Russia nel contesto mondiale (ultima la formazione di una Banca Mondiale che minaccia l’egemonia del dollaro), a fronte di una crisi sistemica del capitalismo e dell’imperialismo.
Basti pensare che alcune delle più importanti forze comuniste e antimperialiste incidono in modo significativo – al potere, al governo o all’opposizione – sulla realtà di Paesi che abbracciano più della metà della popolazione del pianeta, alcuni dei quali (Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica) stanno imponendosi come Paesi chiave degli equilibri mondiali del XXI secolo.
Ciò apre nuovi scenari nella lotta per il socialismo nel 21° secolo, di cui ci sentiamo parte integrante, ma provoca anche forti pulsioni nei settori più aggressivi dell’imperialismo, che cerca, con lo strumento militare e con la guerra, di invertire il corso degli eventi.
Molto è cambiato nel quadro politico italiano.
Il Governo Monti prima, quello Letta poi, hanno chiuso una fase, della quale l’involuzione del PD è emblematica e trova il suo apice nell’affermazione della Segreteria e del Governo Renzi, nell’accordo di maggioranza con il nuovo centrodestra.
E’ un dato di fatto che il Pd si propone come un soggetto politico sempre meno caratterizzato politicamente, sempre più elettoralmente trasversale, in un quadro segnato dalla crescita progressiva dell’astensionismo, dalla crescente personalizzazione della politica, dalla spasmodica ricerca del leader di turno per un voto d’opinione fortemente influenzato ed influenzabile, ancorato in gran parte ad un generico fare.
Questo però non può lasciare alcun dubbio circa il fatto che la linea nettamente prevalsa al suo interno, e che informa l’operato di Matteo Renzi e del suo governo, è una linea liberistica e antipopolare, che vede da un lato nelle privatizzazioni e nella riduzione del ruolo pubblico nell’economia, dall’altro nelle cosiddette “riforme strutturali” (che hanno al loro centro l’ulteriore indebolimento dei diritti dei lavoratori) la chiave per la ripresa.
L’opposizione parlamentare, nelle sue diverse articolazioni, è in gran parte in crisi, di proposta e di leadership, e per altra parte caratterizzata in termini populisti, demagogici.
La situazione determinatasi è tale da rendere impraticabile a livello nazionale la politica delle alleanze perseguita in passato dal nostro Partito.
Le imminenti elezioni regionali debbono costituire l’occasione per mettere in campo una precisa progettualità del nostro Partito, soltanto a partire da essa ha senso ricercare, determinare le alleanze.
Sotto il profilo istituzionale, si impone ormai una vera e propria questione democratica.
Le scelte che il governo è intenzionato a imporre al Parlamento, segnatamente attraverso il “combinato/disposto” delle riforme costituzionali e della legge elettorale, sono da questo punto di vista molto gravi.
Ciò che si determina è la progressiva messa in discussione dei valori propri della Costituzione e con essi del modello di società affermatosi.
Relativamente a tali riforme, strumentalmente presentate come necessarie a “fare ripartire il Paese”, la nostra posizione è chiara.
Il punto non è il superamento del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, ma il come esso viene proposto, ossia sull’onda della mera riduzione dei costi della politica ( sul cui altare sono state sacrificate anche le Province) all’insegna del primato della governabilità.
Noi siamo da sempre per il superamento del Senato della Repubblica ma consideriamo quanto proposto, ossia la trasformazione dello stesso in un soggetto di dubbia utilità, la cui composizione peraltro non è decisa dagli elettori, una scelta sbagliata, di dubbia costituzionalità.
Una scelta che si accompagna ad una proposta di legge elettorale che non si prefigge di rappresentare nel Parlamento l’articolazione della società italiana, bensì ancora una volta di restringere gli spazi di democrazia partecipata e, attraverso di essa, momenti del conflitto, in nome della governabilità (Da questo punto di vista, e non è un caso che contemporaneamente si innalzi anche la soglia per la presentazione di leggi di iniziativa popolare e referendum abrogativi).
Noi siamo per un sistema monocamerale se accompagnato da una legge elettorale proporzionale, senza sbarramento.
Bisogna tornare alla nostra Costituzione, che prevede che il voto sia “libero, segreto ed eguale”. Ossia che il voto di ciascuno pesi allo stesso modo: requisito negato alla radice dai sistemi elettorali maggioritari.
Sostanzialmente nulla è cambiato relativamente alla situazione finanziaria ed economica che ha imposto una vera e propria questione sociale, in Europa ed in particolare in alcuni Paesi tra i quali il nostro.
Nel contesto di una vera e propria crisi generale (la peggiore dal 1929), è in corso una feroce lotta tra capitali per la distruzione della capacità produttiva in eccesso: questa battaglia in Europa vede sinora la vittoria del capitalismo tedesco a scapito in particolare dei paesi del Sud Europa, il cui sistema produttivo viene fortemente ridimensionato, determinando un crollo della produzione industriale, degli investimenti, dei redditi delle famiglie e per contro un fortissimo aumento della disoccupazione, non di rado ai massimi storici.
È una vittoria che hanno pagato prima di tutti i lavoratori tedeschi, a quali non è stato trasferito nulla dei guadagni di produttività, e che grazie alla cosiddette “riforme” dell’”Agenda 2010” voluta dal socialdemocratico Schroeder, e in particolare allo smantellamento su ampia scala dei sussidi di disoccupazione realizzato con la legge “Hartz IV”, si dividono sempre più in lavoratori a tempo indeterminato e a reddito stabile e relativamente elevato e lavoratori precari sottopagati e poveri.
La deflazione salariale in Germania, unita al vincolo rappresentato dalla moneta unica, ha reso l’economia tedesca una potente macchina mercantilistica, che ha conquistato sempre maggiori quote di mercato soprattutto in Europa e in particolare nell’Eurozona.
Le cosiddette politiche di contrasto alla crisi decise in Europa sotto la regia franco-tedesca prima, poi sempre più esclusivamente tedesca, hanno fatto il resto: impedendo politiche di deficit, spending in funzione anticiclica nei paesi in crisi (politiche che invece la Germania aveva realizzato a casa propria dal 2008/9, con pacchetti di incentivi alle imprese del valore di 69 miliardi di euro e salvataggi delle banche in crisi per 259 miliardi), e proponendo di generalizzare il modello tedesco sotto il solo profilo della deflazione salariale.
Il risultato è quello che vediamo, assolutamente disastroso per la nostra economia: -9% il PIL dall’inizio della crisi, -25% la produzione industriale, -30% gli investimenti, disoccupazione più che raddoppiata e ormai stabilmente oltre il 12% (con punte elevatissime tra i giovani e nel Mezzogiorno).
E, a causa del crollo dell’attività economica, l’aumento proprio di quel debito pubblico che le politiche di austerity avrebbero dovuto ridurre.
Sono dati che è più facile riscontrare in periodi di guerra che in periodo di pace.
E nessuna inversione di tendenza è possibile sino a quando le attuali politiche europee non saranno rovesciate di segno.
Non semplicemente rese più “flessibili”, ma abbandonate e invertite.
Questa Unione Europea, costruita attorno ai dogmi liberisti e nella difesa concreta degli interessi dei grandi poteri economici e finanziari, non è in grado di attuare l’inversione di rotta che oggi sarebbe necessaria.
Emblematico di ciò è anche il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), ossia il trattato di libero scambio USA/UE che si prospetta in ossequio alle società transnazionali, che puntano ad abbattere le barriere normative che ostacolano la loro azione, e che determinerebbe il precipitare della condizione di vita dei popoli europei, della stessa democrazia.
I cambiamenti che da più parti si dichiara di volere perseguire, spiccano al riguardo i propositi del Governo Italiano, sono sostanzialmente di facciata, comunque inadeguati ad affermare un’altra Europa.
È quindi tanto più necessario un raccordo dei movimenti di protesta e di lotta a livello europeo, per costruire una volontà popolare che rompa con queste politiche e con questa architettura istituzionale che confligge nel modo più evidente con i valori e gli obiettivi sanciti dalla nostra Costituzione.
Non sottovalutiamo le difficoltà di questa battaglia, ma sappiamo che essa potrà essere vinta soltanto se si sapranno rifiutare i dogmi di questa Europa – i dogmi dell’austerity, della stabilità monetaria, dello stesso euro come feticcio intangibile sul cui altare possono essere sacrificati tutti i diritti – e rompere i meccanismi istituzionali e legislativi che fanno di questa Europa il paradiso del capitale: un luogo in cui la competizione tra paesi si fonda sulla riduzione di diritti e salari e in cui la corsa al ribasso nella fiscalità alle imprese viene premiata e incentivata, mentre si riducono prestazioni sociali e pensioni.
La piattaforma “Comunisti in Europa, uniti per la pace ed il lavoro”, che il PdCI ha definito in concomitanza con le elezioni europee, si evidenzia come risposta possibile, oltreché necessaria, ed è attorno ad essa che lo stesso deve sentirsi sempre più impegnato a ricercare la massima unità d’azione, in Europa, sostenendo l’aggregazione delle forze della sinistra comunista e di alternativa nel GUE, in Italia, essendo parte attiva dell’articolato movimento di lotta in campo.
In tale direzione si colloca la scelta del Partito di concorrere a promuovere il “contro semestre europeo”, nonché di aderire alla campagna referendaria “Stop austerità” promossa, tra gli altri, da giuristi ed esponenti del mondo politico e sindacale, ed avente l’obbiettivo di modificare i contenuti della Legge 242/2012 che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, pur evidenziandone i limiti di fondo, dettati in primo luogo dalla parzialità degli obbiettivi perseguiti anche a causa dei limiti inerenti allo stesso strumento referendario.
Relativamente al nostro Paese le politiche finanziarie ed economiche attuate e/o prospettate dal Governo Renzi altro non sono che la proiezione dell’approccio imperante a livello europeo ed è lecito attendersi, i primi provvedimenti sono di ciò emblematici, una sostanziale continuità con le politiche che hanno caratterizzato l’azione dei governi precedenti ed i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Sono gli stessi dati macro economici relativi all’Italia, accompagnati dall’assenza di una reale prospettiva di inversione del trend economico a porre l’esigenza e l’urgenza di un cambio radicale delle politiche in atto.
La proposta del nostro Partito, in coerenza con il dettato Costituzionale, pone l’accento sulla necessità del rilancio del ruolo dello Stato in economia, nella consapevolezza che la logica del “meno Stato più mercato”, che ha guidato e continua a guidare, in ossequio ai diktat liberisti, l’azione dei Governi italiani, ne è espressione da ultimo la scelta di Renzi di procedere alla riduzione del peso dello Stato in settori assai rilevanti (ad es. poste e telecomunicazioni, cantieristica, etc.), ha prodotto la situazione data.
La lotta per la piena attuazione della Costituzione non può esaurirsi solo nella difesa e nel rafforzamento di quanto stabilito nei “ rapporti civili”, in quelli “etico-sociali” e “politici” ma anche in quelli che sono i “rapporti economici”, sempre della Prima Parte, difendendo in particolare la portata complessiva di quanto stabilito agli art.41,42, 43 e seguenti.
Come sottolineato, senza un intervento pubblico programmato, che rompa con la logica del mercato quale unico elemento regolatore, è illusoria non solo la fuoriuscita dalla crisi, ma anche una ripresa economica ed un piano del lavoro in grado di ridurre disoccupazione e precarietà, di impedire il definitivo smantellamento dei diritti del mondo del lavoro.
Occorre mettere in campo un intervento volto a perseguire un modello di sviluppo imperniato sulla ricerca, sulla riconversione ecologica dell’industria, sull’innovazione di prodotto, capace di dare respiro alla caratterizzazione manifatturiera del nostro Paese, che assume il vincolo del territorio e delle sue risorse come bene pubblico e dice no alla politica delle grandi opere, inutili e dannose, a favore di una infrastrutturazione mirata, di una diffusa rete di interventi sul territorio volti innanzitutto alla messa in sicurezza ed al riassetto.
Occorre porre mano ad un effettivo riequilibrio sociale ed economico, a partire dal mezzogiorno d’Italia, dispiegando intelligenze e risorse li presenti, come fattore generale di tenuta unitaria e solidale dello Stato.
In ordine a tali questioni il Partito deve sentirsi fortemente impegnato a ricercare il massimo delle alleanze possibili con l’insieme dei soggetti interessati.
Le politiche di questi anni, perlopiù condotte sotto la bandiera del “ce lo chiede l’Europa” hanno prodotto una situazione che ha fatto arretrare il nostro Paese, peggiorato la condizione dei suoi cittadini, posto una pesante ipoteca sul futuro delle nuove generazioni, e peggiorato le condizioni del nostro paese anche nel confronto europeo.
Da tempo, in coerenza con l’insieme delle politiche liberiste imperanti a livello europeo, attraverso le scelte che hanno caratterizzato e caratterizzano l’azione dei governi postisi alla guida del nostro Paese, anche tutto il sistema di Welfare italiano che, come noto, è il prodotto dell’azione sviluppata nel tempo dalle forze progressiste, in particolare del PCI, ed è unanimemente considerato tra le maggiori conquiste sociali realizzate in Italia, è stato impoverito, dequalificato, messo in discussione.
Anche e soprattutto in questa fase è sostenuta una cultura secondo la quale vi è incompatibilità tra politiche di welfare e politiche di sviluppo, per la quale le prime debbono essere subordinate alle seconde.
La crisi, in altre parole, è usata per colpire il welfare.
L’obbiettivo di tali politiche reazionarie è quello di colpire un modello di società volto alla solidarietà, all’uguaglianza, alla coesione sociale, contrapponendogliene un altro nel quale faccia premio la condizione economica.
Quando ciò non si realizza attraverso vere e proprie controriforme, come nel caso della previdenza, che ha portato ad un drastico peggioramento delle condizioni di vita degli interessati, ed alla cui abrogazione il Partito si sente impegnato, anche attraverso il sostegno all’azione referendaria già intrapresa da altri, esso avviene mediante un processo di svuotamento strisciante delle riforme realizzatesi, attraverso la non attuazione di quanto dalle stesse prospettato, la privazione di risorse, mezzi e strumenti funzionali alla loro realizzazione, ed in tale direzione si sottolineano i vincoli crescenti inerenti il cosiddetto Patto di Stabilità Interno.
E’ di ciò emblematico quanto relativo alle politiche abitative (l’emergenza casa è lasciata senza adeguate risposte), alle politiche sociali e socio-sanitarie (diminuiscono quantità e qualità della risposta, i cittadini sono chiamati a rispondervi sempre più direttamente), soprattutto lo è quanto accaduto ed accade al Servizio Sanitario Nazionale, oggetto di scelte che l’hanno fortemente scosso e che attengono innanzitutto al suo finanziamento, largamente al di sotto del fabbisogno.
La riorganizzazione della rete ospedaliera, la riduzione dei posti letto, la compressione delle condizioni del lavoro, rappresentano alcune delle risposte indotte, con tutto il loro carico di problematicità, ma i possibili margini di manovra vanno esaurendosi, al punto che oggi soltanto 8 Regioni garantiscono l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza definiti dalla Legge (e sullo sfondo si pone la questione della riduzione dell’IRAP che, come noto, costituisce una parte decisiva del sistema di finanziamento del Servizio Sanitario Regionale).
Ciò è accompagnato da una crescente richiesta di concorso dei cittadini/utenti alla spesa sanitaria, i valori pro capite sono di ciò emblematici, la stessa ha finito con l’essere oggetto, soprattutto in relazione alla dimensione sanitaria, di pronunciamenti giurisprudenziali riguardanti la sua liceità.
E’ sicuramente possibile affermare che essa è in tanti casi giunta alla soglia della sostenibilità, sicuramente ad un livello tale di onerosità da spingere tanti, soprattutto tra le fasce più disagiate della popolazione, a rinunciare alle prestazioni, a fare prevenzione, a curarsi, ed è un fatto, questo, che finirà un domani con lo scaricare sul sistema i costi dell’inevitabile peggioramento delle loro condizioni, che sicuramente mina il concetto stesso di universalità del sistema.
Noi chiediamo che si rispetti il dettato costituzionale e ci sentiamo impegnati a promuovere iniziative finalizzate a difendere il sistema sanitario pubblico, universalistico, solidale, sostenuto dalla fiscalità generale, e diciamo basta alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, ad un sistema che finisce con il fare pagare due volte i cittadini per avere accesso alle prestazioni delle quali abbisognano, ed al riguardo a dare vita ad adeguate iniziative ai diversi livelli (ad es. leggi di iniziativa popolare, referendum abrogativi, etc.).
Noi ci sentiamo impegnati a promuovere articolate iniziative volte a garantire il diritto alla casa, servizi sociali e socio-sanitari all’altezza dei bisogni e garantiti dal soggetto pubblico.
Come evidente la nostra analisi e le nostre proposte relativamente al sistema di Welfare, nelle sue diverse articolazioni, sono assai diverse rispetto a quelle progressivamente affermatesi, la prospettiva per la quale ci battiamo è alternativa a quella propostaci.
L’esigibilità dei diritti sociali è per noi fondamentale ed il tema delle risorse pubbliche da mettere in campo è decisivo per tutelare i livelli di Welfare sanciti dalla Costituzione.
Resta centrale , anche in questi tempi di crisi, la questione del reale incremento delle risorse ad esso dedicate, del recupero del divario esistente ed in gran parte acuitosi, tra la spesa sociale italiana e quella dei principali paesi europei.
Ciò non è compatibile con le scelte governative di una riduzione non selettiva della spesa pubblica, con l’idea di una generalizzata riduzione della pressione fiscale, ma neppure con quella di una riduzione della spesa relativa a singoli capitoli del Welfare a vantaggio di altri (oggi, peraltro, siamo di fronte ad una generalizzata compressione di quanto relativo ad ognuno di essi, da quello previdenziale a quello sanitario, da quello per l’assistenza a quello per la casa, etc.).
Occorre riaffermare la centralità del sistema pubblico e del suo operare attraverso i criteri di efficacia, efficienza ed economicità ed occorre una adeguata lettura della domanda e la razionalizzazione dell’offerta di prestazioni che ne evidenzi l’appropriatezza e l’essenzialità.
La funzione del pubblico, contrariamente a quanto sostengono coloro che in nome della filosofia liberista spingono in direzione del modello non inclusivo su richiamato, non sta soltanto nella programmazione, nella definizione delle regole, degli standard qualitativi, nel controllo, ma nella gestione stessa dei servizi, a partire dalla sanità.
La riforma della Pubblica Amministrazione in fieri appare del tutto inadeguata a rispondere all’esigenza di una funzione pubblica all’altezza dei bisogni del Paese e sostanzialmente mirante ad una semplice riduzione della spesa.
Una logica politica, questa, che va battuta, anche e soprattutto in considerazione del fatto che ad oggi, la riduzione non selettiva della spesa pubblica ha prodotto evidenti guasti, impedito la determinazione delle condizioni necessarie al rilancio del Paese.
Emblematici esempi al riguardo sono quelli rappresentati da scuola, università e ricerca: ambiti nei quali l’Italia è fortemente arretrata, e che debbono riconquistare la propria centralità ed in relazione ai quali il nostro Partito deve sentirsi maggiormente impegnato.
Questioni quali il rilancio del sistema scolastico pubblico, la coerenza con il dettato costituzionale relativamente a quello privato, l’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni, il superamento del numero chiuso in ambito universitario, l’incremento della spesa pubblica per la ricerca, sono decisive e debbono caratterizzare la nostra piattaforma in materia.
Le proposte che mettiamo in campo e riconducibili allo slogan “più Stato meno mercato” sono legate alla necessità di rompere i vincoli europei di finanza pubblica che gli ultimi trattati ed accordi intergovernativi hanno reso assolutamente insostenibili per il nostro Paese.
Non può esistere crescita e sviluppo per il nostro Paese nel contesto di vincoli che, sommandosi a quello rappresentato dall’appartenenza alla moneta unica, privano governo e Parlamento di ogni margine di manovra per impostare politiche di sviluppo.
Per questo motivo la priorità deve essere attribuita a questa battaglia più generale per riconquistare un orizzonte di crescita al nostro Paese, che deve essere condotta anche sul piano ideologico, per rompere l’egemonia dei dogmi mercantilistici e dell’austerità che si sono affermati in Europa.
Entro questo diverso contesto, che rifiuta l’assurda idea di porre al servizio del ripianamento del debito pubblico ogni risorsa (un’idea controproducente anche dal punto di vista dell’obiettivo dichiarato di ridurre il debito, come già dimostrato dai fatti), le nostre proposte si caratterizzano per la loro praticabilità.
Le risorse finalizzate a sostenere l’insieme delle politiche richiamate vanno recuperate con la lotta all’evasione fiscale (il meccanismo del contrasto d’interessi deve essere assunto compiutamente), all’elusione fiscale, alla economia sommersa e nella ridefinizione dell’intero sistema delle esenzioni e degli aiuti alle imprese (non meno di 30 miliardi annui) ed agli altri soggetti privati (tra i quali la Chiesa), nel riequilibrio delle aliquote a favore dei ceti medio bassi, nelle imposte sui grandi patrimoni, nell’abolizione dei privilegi, nella riduzione delle spese militari (emblematico il caso degli F35 e delle missioni all’estero).
Il lavoro, come ormai è convinzione generale, connota la questione sociale.
Il lavoro che non c’è (e che stante le politiche in atto continuerà a mancare) come quello che c’è, ma che si presenta sempre più precario, lontano dal senso e dal valore attribuitogli dalla Costituzione.
Come ampiamente sottolineato con il VII Congresso, ciò che ha investito il lavoro, che ha prodotto la situazione data, è il frutto delle scelte affermatesi nei lunghi anni di “capitalismo trionfante” successivi alla “caduta del muro”, dal progressivo venire meno della rappresentanza politica del lavoro, dall’affermarsi della logica che lo vuole subordinato alla centralità dell’impresa. L’affermazione del processo di progressiva finanziarizzazione dell’economia, anch’esso ampiamente analizzato al Congresso, ha naturalmente spinto in avanti tale situazione e ad oggi costituisce l’ostacolo alla necessaria inversione di tendenza.
E’ evidente che l’attacco portato nel tempo al lavoro pubblico e privato sono facce della stessa medaglia, funzionali a tali obbiettivi.
Il processo determinatosi ha avuto pesanti ripercussioni sullo stesso movimento sindacale, in gran parte acconciatosi a mitigarne gli effetti, in altra parte impegnato a contrastarli, comunque interessato da una forte crisi di rappresentanza, in un evidente rapporto di causa/effetto, e sempre più esposto al “primato della governabilità”, spesso a prescindere, che ha portato il Governo Renzi non solo a ribadire la fine della contrattazione, ma anche quella della concertazione.
Il nostro Partito è schierato a difesa del lavoro pubblico e privato e dei suoi diritti, è impegnato nella lotta tesa a ridarvi centralità e rappresentanza politica, ed è attento a sviluppare la massima sinergia possibile con il movimento sindacale organizzato impegnato in tale direzione.
In tale ottica ribadisce il proprio impegno affinché la stessa CGIL ritrovi un profilo unitario ed una azione all’altezza della sua storia.
L’Assemblea delle Lavoratrici e dei Lavoratori Comunisti, reintrodotta dal nostro Partito come previsione statutaria, sarà l’occasione, entro e non oltre la fine del 2014, per dettagliare, attraverso un ampio ed articolato confronto con i tanti soggetti interessati, a partire dalle compagne e dai compagni che operano nel sindacato, quanto necessario a riportare, con un doppio sguardo di genere, il tema del lavoro, della sua tutela e valorizzazione all’attenzione generale.
In relazione a ciò si sottolinea la questione di una diversa politica dei redditi in grado di portare ad un reale riequilibrio dei divari registratisi in questa lunga fase a sfavore del lavoro, nelle sue diverse articolazioni, in grado di rispondere alla progressiva riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro e da pensione, più in generale all’impoverimento di una parte sempre più consistente della popolazione.
Attraverso l’Assemblea delle Donne Comuniste, anch’essa opportunamente reintrodotta nello Statuto del Partito, occorre proporsi di declinare al meglio il punto di vista di genere nell’affrontare la complessità data, più in generale nell’affrontare il processo di trasformazione della società al quale da militanti comunisti ci sentiamo impegnati.
E’ necessario quindi promuovere a tutti i livelli, dalle sezioni al nazionale, un lavoro finalizzato ad investire della presenza delle compagne il Partito tutto.

Ricostruzione del Partito Comunista e di un fronte unitario delle sinistre in Italia
Ricostruire il Partito Comunista ed unire la sinistra restano le scelte strategiche del PdCI.
Da queste considerazioni, dunque, nasce l’esigenza di ripartire verso la costruzione di un partito comunista con le caratteristiche che si sono evidenziate: che si batte per il superamento del capitalismo, ma che nel frattempo opera nella società per far avanzare o comunque difendere gli interessi di lavoratrici e lavoratori.
Sarà un processo lungo e travagliato: di analisi dei mutamenti profondi del mondo e dello stesso capitalismo; di ricostruzione paziente di organizzazione e radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori; di promozione di giovani quadri; di lotta per la difesa della Costituzione e dello stato sociale.
Un partito comunista, dunque, inclusivo e aperto ad alleanze con tutta la sinistra e con quanti hanno a cuore le sorti della democrazia: il Pdci si mette a disposizione di questo processo, insieme a tutti coloro che lo condivideranno.
Non per riproporre ciò che non c’è più, bensì per traghettare nel terzo millennio (come in tante altre parti del mondo accade o è già accaduto) una storia grande, indispensabile non solo per i comunisti in quanto tali, ma per tutte le classi subalterne, senza la quale sono semplicemente perdute.
L’obiettivo, tremendamente difficile ma altrettanto entusiasmante, è che, ancora una volta, nel Vecchio Continente, si possa tornare a dire che un fantasma si aggira per l’Europa.
Infatti, l’esperienza di questi ultimi 25 anni smentisce la tesi per la quale la fine dell’URSS e del campo socialista in Europa avrebbe segnato la fine del movimento comunista ed il declino irreversibile dei partiti comunisti.
Il caso italiano rappresenta una anomalia, non la regola.
E’ciò che dimostrano, pur nella loro diversità, oltre alle esperienze di Cuba, Cina, Vietnam, i risultati politici ed anche elettorali dell’AKEL di Cipro, del PCP portoghese, del PCE spagnolo, oltre a diversi partiti comunisti dell’area ex sovietica.
Le ragioni di questo risiedono innanzitutto nei fatti, nelle condizioni date, e sono state puntualmente nel tempo sottolineate.
Dobbiamo tuttavia prendere atto della necessità di rilanciarne forme e modalità, innanzitutto in considerazione di quanto successo in questo anno ai comunisti ed alla sinistra e che il voto europeo ha evidenziato.
La piena disponibilità espressa dal nostro Partito nei confronti dei diversi soggetti, innanzitutto del PRC, per una ricomposizione dei comunisti in un unico partito, non ha prodotto (per scelta di altri) i risultati attesi, ma ciò non può significare la rinuncia a perseguire l’obbiettivo della massima unità possibile dei comunisti, tantomeno una chiusura settaria.
La questione comunista è del tutto aperta e la scelta di sostenere l’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista Italiano va in questa direzione .
La crisi delle forme partito definitesi nel tempo, innanzitutto a seguito della sciagurata scelta di chiudere il PCI, a rappresentare al riguardo una adeguata risposta è evidente.
Dobbiamo ribadire tale necessità, proporci il nostro rilancio perseguendo nel frattempo l’unità possibile dei comunisti, la ricostruzione del Partito Comunista sulla base di reali affinità con i diversi soggetti in campo.
Siamo e restiamo convinti che per affrontare la situazione data, per perseguire un’alternativa possibile oltre che necessaria, serve la massima unità a sinistra, nel pieno rispetto di tutte le sue componenti, ponendo l’accento sul tanto che unisce piuttosto che su quanto divide.
Ciò impone lo sforzo di tutti volto a superare gli stessi limiti e problemi che hanno caratterizzato la recente scadenza elettorale europea che, al di là delle tante valutazioni possibili (quella del nostro Partito è nota) ha comunque evidenziato, anche attraverso il risultato della lista “L’altra Europa con Tsipras”, la disponibilità di tanti elettori a sostenere processi unitari a sinistra, ad essere ancora, nonostante tutto e tutti, disponibile ad una scelta alternativa.
È anche in considerazione di ciò che il Partito dei Comunisti Italiani ritiene opportuno che le forze variamente articolate della sinistra italiana consolidino l’azione congiunta di contrasto nei confronti delle politiche che si prospettano, a livello europeo e nazionale, che mettano in campo un proprio sempre più adeguato protagonismo, prospettino e perseguano una politica alternativa credibile, praticabile, in grado di rispondere alle tante questioni in essere, con particolare attenzione a quella democratica ed a quella sociale.
Come Partito dei Comunisti Italiani siamo impegnati a sostegno delle battaglie sociali e politiche in essere aventi tali obbiettivi e riteniamo che, solo a partire da contenuti avanzati ed unificanti a da un’agenda di lotta comune, è possibile dare un contributo reale al processo di unità della sinistra di questo Paese, che tutti affermiamo essere indispensabile.
Relativamente alle forme ed alle modalità dell’unità della sinistra, ribadiamo quindi la nostra massima disponibilità, sottolineando, anche sulla base di alcune esperienze europee, di dare vita ad un fronte ampio della sinistra.
Ciò che ci preme sottolineare è che tale processo non debba significare la rinuncia all’autonomia politica ed organizzativa delle sue diverse componenti, alla quale, comunque, come PdCI siamo indisponibili.

La necessaria riorganizzazione del Partito
Dal VII Congresso ad oggi il PdCI è stato chiamato a misurarsi con un quadro, variamente motivato,
di crescente difficoltà.
Spiccano tra esse quelle riconducibili al precipitare delle condizioni economiche e finanziarie dello stesso, variamente motivate e motivabili, che hanno drasticamente pesato e pesano sulla sua organizzazione e fortemente limitano la sua azione.
A ciò occorre aggiungere le difficoltà intercorse a seguito del venire al pettine dei tanti nodi politici evidenziatisi a conclusione del Congresso e successivamente alle elezioni europee, che hanno prodotto l’uscita dal Partito di un numero, ancorché limitato, di compagne e di compagni sovente ricoprenti incarichi di direzione a diversi livelli.
Tutto ciò, era inevitabile, ha scosso fortemente il Partito, ma lo stesso ha dimostrato a più riprese di volere essere in campo e rilanciarsi.
Confortano in tal senso la crescente attenzione che si coglie nei suoi confronti, l’inversione di tendenza del tesseramento, l’importante lavoro di analisi e di proposizione messo in campo anche recentemente, le relazioni in atto e che si prospettano.
La riorganizzazione del Partito è quindi necessaria per rispondere alla situazione determinatasi, per perseguire gli obbiettivi strategici e programmatici definiti.
Occorre innanzitutto avere piena consapevolezza del nuovo quadro di riferimento concernente le risorse finanziarie disponibili, che non possono che derivare prioritariamente dal tesseramento, dall’autofinanziamento.
Non è possibile confidare sulle risorse pubbliche, al di la dell’essere o meno in Parlamento, poiché le scelte operate sull’onda dell’indignazione popolare conseguente al prepotente riaffermarsi della questione morale, hanno determinato altre condizioni, e confondendo colpevolmente la questione del finanziamento dei partiti con quello della politica, della democrazia, hanno aperto la strada alle lobby, con tutti i rischi connessi, ivi compreso quello di ritornare a fare della politica una questione di censo.
Anche per ciò occorre confermare e garantire una modalità di gestione del tesseramento, quale quello inaugurato nell’anno in corso, che garantisca una minima entrata ai diversi livelli dell’organizzazione, indirizzando entro 3 mesi a quello regionale ed a quello nazionale rispettivamente 1 euro e 2 euro per ogni tessera ritirata.
Per questo occorre assumere la centralità delle iniziative volte all’autofinanziamento, producendo uno sforzo di fantasia e contemporaneamente ricercare la massima ottimizzazione possibile delle risorse umane del Partito.
E’ necessario un richiamo forte alla militanza, alla disponibilità di tutte e tutti a farsi carico dei limiti e delle difficoltà dell’Organizzazione, un rinnovato impegno a sostegno delle sue opzioni politiche, la messa in campo di tutte le iniziative necessarie ad affermarle, a garantire la “proiezione esterna” del Partito.
Parallelamente alla gestione del tesseramento occorre proporsi di rappresentare al meglio la struttura del Partito ai diversi livelli, evidenziare competenze, ruoli e funzioni delle compagne e dei compagni nei diversi contesti organizzati, con particolare riferimento a quelli istituzionali, del mondo del lavoro, dell’istruzione, promuovendo in sostanza una “mappatura”delle risorse disponibili a sostanziare il progetto politico perseguito, in primis quello del suo rilancio, dell’unità dei comunisti.
La situazione determinatasi impone di rivedere anche l’assetto organizzativo e gestionale del Partito, di determinare le condizioni per un rilancio della adesione e partecipazione dei giovani alla vita dello stesso ed in tale ottica si pone la questione della FGCI, del suo assetto e della sua organizzazione.
Occorre rilanciare il ruolo e la funzione dei Dipartimenti, prospettandone la gestione, anche in considerazione delle esperienze pregresse, innanzitutto sulla base delle competenze, di un diffuso coinvolgimento delle diverse strutture del Partito, in coerenza con l’esigenza di una sempre più ampia collegialità nel governo dello stesso.
Può essere utile ed a tale fine si impone una riflessione in tempi brevi, la ridefinizione di modalità organizzative e gestionali, articolate anche su scala interregionale, in grado di affrontare in maniera più incisiva e coordinata le molteplici questioni che il Partito deve affrontare.
E’ necessario prendere in considerazione anche la questione della articolazione degli organismi previsti statutariamente, della riduzione del numero dei loro componenti.
Anche in relazione a ciò occorre compiere un vero e proprio salto di qualità sul piano dell’uso degli strumenti informatici, delle possibilità offerte dalla rete.
Si impone una sempre più qualificata implementazione del sito nazionale del Partito, la questione del rapporto sinergico con quelli regionali e territoriali, anche sulla scorta del contributo di idee e della funzionalità di quello di Marx XXI, rendendo tali strumenti ancora più efficaci nel veicolare le informazioni, nel proporsi come veri e propri luoghi di analisi ed elaborazione politica.
Serve mettere in relazione tra loro, in maniera più celere e meno onerosa, le diverse strutture del Partito ed a tale riguardo si sottolinea la necessità di approntare nel più breve tempo possibile una rete di collegamenti Skype.
E’ quindi necessario definire entro e non oltre il mese di ottobre una riunione apposita, che, avvalendosi di strumenti e competenze specifiche, interne ed esterne al partito, definisca quanto necessario.
Nell’ottica del rilancio del Partito, che è alla base della Conferenza, non può non essere affrontata anche la questione della formazione dei quadri.
E’ pertanto necessario proporsi la costituzione in tempi brevi di una “scuola quadri del Partito” con scelte di carattere organizzativo e gestionale adeguate, capace di ridare il senso della militanza comunista, di mettere le compagne ed i compagni nelle condizioni migliori per reggere le sfide che attendono il Partito Comunista.

Conclusione
Quanto prospettato con il presente documento costituisce una possibile risposta all’esigenza di rilanciare l’iniziativa del Partito, di dare corpo alle sue opzioni strategiche, attraverso adeguate e credibili linee programmatiche ed un riassetto organizzativo e gestionale dettato dalle mutate condizioni , innanzitutto finanziarie, affermatesi.
L’obbiettivo è quello di dare vita ad un confronto ampio ed articolato nel Partito, auspicando ne derivino le condizioni per il suo arricchimento, per fare si che con la Conferenza in oggetto il PdCI compia il necessario cambio di passo che è nelle sue possibilità.

Roma, 20 Luglio 2014

 

2 Comments

  • Tutto condivisibile, ma non c’è nessuna proposta di riorganizzazione dei comunisti per il conflitto sociale. Non capisco a cosa serva una conferenza di organizzazione. Se i comunisti non tornano ad essere, nelle mutate condizioni di oggi, riferimento organizzativo dei settori sociali sfruttati e oppressi non risaliranno mai la china con le sole analisi giuste e/o con la propaganda. Serve cambiare radicalmente la funzione delle sezioni e delle federazioni, sia del Pdci che del Prc, per immergerci con credibilità nella gravissima crisi sociale e nella classe proletaria di oggi.

  • IO NON HO PIU’ PAROLE ,CON L’ELIMINAZIONE TOTALE DELL’ART.18 E’ POSSIBILE DOPO 23 ANNI SIAMO ANCORA” AUTONOMI” DAL PD?????

Leave a Reply