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Attualità Interviste Contributi

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Nome argomento: Attualità Interviste Contributi

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Intervento di Mao Calliano Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:23 | Inviato da : redazione
Non si può dire che non siamo di fronte a una delle fasi più incerte della storia politica del nostro paese. In questo contesto Rivoluzione Civile non supera i 765000 voti, rimaniamo sotto il dato della sinistra arcobaleno, meno, in termini assoluti, dei voti raccolti dal solo PdCI nel 2006.

Un fallimento il nostro, senza precedenti. Potremmo tentare di approfondire gli errori probabilmente commessi, la predominanza dei temi legati alla giustizia rispetto al lavoro e alla crisi, forse dell’inadeguatezza di Antonio Ingroia come leader politico, della comunicazione noiosa dei “rivoluzionari”,della cosiddetta società civile che in termini politici non ha portato nulla, e di 4 partiti che chi più chi meno sono spariti nella campagna elettorale.

Tuttavia credo che questo approccio risulterebbe riduttivo e non coglierebbe il punto di fondo, ovvero che Rivoluzione Civile è rimasta stritolata tra il centrosinistra o meglio l’opzione di governo, e il voto di protesta ben presentato dal movimento 5 stelle di Grillo. Diciamo che non è accaduto nulla di imprevedibile che non avessimo già analizzato nelle centinaia di riunioni avvenute su tutto il territorio nazionale e in particolar nell’ultimo congresso di Rimini che riportava certamente un fondale dedicato alla ricostruzione del Partito Comunista ma che in realtà discuteva per tre giorni sul tentativo di raggiungere un accordo con il centrosinistra per l’unità delle forze democratiche. E’ difficile dimenticare per me, ma anche credo per il resto del Partito, il grido di Diliberto che affermava tra settecento delegati che applaudivano che su questa questione non erano ammesse interferenze e che lui in prima persona si sarebbe battuto per azzerarle.

Su queste basi, subito dopo l’estate ci fù in qualche modo imposta la rottura della Federazione della Sinistra. Un altro dato su cui riflettere è la “non vittoria del centrosinistra”: PD e SEL sono usciti con un grande consenso alle primarie di cui un pezzettino di Partito su indicazione di Diliberto ha sicuramente dato un contributo. Da quel momento è iniziato l’ammiccamento verso Monti e la tecnocrazia. Un grave errore politico che ha impedito a Italia bene comune di aggredire i temi della crisi allontanandosi inevitabilmente ai problemi del paese reale. Per contro la protesta urlata e senza proposta di Grillo ha incrociato la rabbia e la disperazione delle classi subalterne e dei giovani che senza remore hanno sostenuto il movimento del comico genovese.

Continuare a discutere e a recriminare sul fallimento della trattativa con il PD e sulle circostanze che ci hanno costretto ad aderire a Rivoluzione Civile è oramai un argomento che non dovrebbe più interessarci. Continuare su questo versante corrisponderebbe ad un avvitamento che di fatto negherebbe la possibilità al Partito di proiettarsi in una discussione concreta riguardante il che fare. L’IdV ha lasciato rivoluzione civile portandosi anche via la cassa, e si appresta alla convocazione di un congresso che avrà il compito di riavvicinarsi al centro sinistra. Il PRC vuole fare di Rivoluzione Civile il polo antagonista in Italia e avvia un congresso lungo che, forse, finirà a fine anno. Antonio Ingroia dal canto suo si dichiara disponibile a continuare questa esperienza, purchè “i compagni di viaggio lo facciano da Rivoluzionari e senza le bandiere di Partito”.

Il nostro Partito deve ancora scegliere se e quando andare a Congresso e soprattutto deve ancora stabilire su che linea politica. Confusione nella confusione.

Forse non tutte le compagne e tutti i compagni hanno in qualche modo focalizzato il problema. Noi siamo fuori dal parlamento per la seconda volta consecutiva, condannati all’irrilevanza e alla inutilità politica, accompagnati probabilmente da un ulteriore elemento negativo, ovvero centinaia di migliaia di euro di debiti. Questo passaggio che ci riguarda direttamente non può essere affrontato come se fosse un passaggio di routine, non può essere affrontato come un Partito che ha subito una sconfitta ordinaria. Nel 2006 con l’1,7 nel proporzionale ma con gli eletti nel maggioritario potevamo stare nel dibattito politico e provare un rilancio, oggi le cose stanno diversamente. Per questi motivi io e molti altri compagn* Torinesi non siamo d’accordo ad una semplificazione del problema pensando di ricostruire il Partito Comunista come se nulla fosse successo o in alternativa di scioglierci o se preferite mascherarci dentro Rivoluzione civile 2.0.

Serve a mio pare una scelta di campo e un salto di qualità coraggioso che ci porti ad incidere nelle politiche reali, quella di ricostruire un campo dei progressisti con un chiaro profilo di sinistra, che rompa con l’austerità e produca un uscita da questa crisi dal lato della crescita, del lavoro, della redistribuzione e non dell’austerità e della recessione. Assumere in questa fase questo orizzonte strategico senza una estenuante conta congressuale è a mio modestissimo parere l’unico modo per riagganciare il nostro popolo, che in gran parte ha votato altrove. Si tratta di un campo pieno di contraddizioni, in cui l’esito è incerto: da un lato il tentativo di Bersani e il comportamento sulle presidenze delle camere dimostrano che forse si stanno comprendendo le ragioni della sconfitta, dall’altra l’attivismo Renziano non lascia presagire nulla di buono. Comunque una cosa è chiarissima, al di là della durata della legislatura i giochi per il domani si fanno dentro il perimetro del campo progressista e per provare a rialzarci bisogna accettare subito quel campo di gioco e provare ad evitarne la deriva centrista.

Sono proprio queste le ragioni che spinsero tanti militanti comunisti nel 1998 a chiudere una esperienza che in quel momento viaggiava nei sondaggi oltre la doppia cifra e a dare vita al Partito dei Comunisti Italiani. La situazione odierna è completamente diversa da allora come è diversa la società italiana, come sono diversi i Partiti e forse anche noi, ma ciò nonostante non mi rassegno all’idea che abbiamo mutato così tanto la nostra cultura politica.

Dal dopoguerra in poi a guidare la politica dei comunisti italiani è stato l’interesse nazionale e delle sue classi subalterne,con una attenzione specifica e mai superficiale alle politiche delle alleanze. Vorrei che tornassimo a quelle priorità, a quella cultura politica, così facendo forse, faremmo sopravvivere il PdCI. Se invece continuiamo con la tiritera dei riti superati, ponendoci un obiettivo nobilissimo, quello del rilancio del nostro Partito, ma completamente scollegato dal paese, dai/dalle lavorat*, non saremmo compresi e continueremo verso un declino inarrestabile e già segnato. Sarebbe, insomma per semplificare, la liquidazione del nostro patrimonio storico,ideale e politico. Concludo chiedendomi… e se aveva ragione Armando Cossutta?
Intervento di Giorgio Langella Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:22 | Inviato da : redazione
Vorrei iniziare da un mio ricordo personale ma che, credo, abbia coinvolto molti di noi. Per lo meno di chi ha un'età simile alla mia. Dopo la Bolognina, precisamente all’ultimo congresso del PCI provinciale di Vicenza, ricordo dissi “forse non moriremo democristiani, ma oggi che viene messo in discussione anche questo slogan del nostro partito, ribadisco un concetto, il mio concetto. A me interessa vivere da comunista e per questo lotterò sempre”. E un comunista senza un partito comunista, senza un’organizzazione, in assenza di una prospettiva di reale trasformazione della società semplicemente, e ne sono convinto, non esiste. Io sono ancora convinto che un partito comunista sia ancora (e sempre) necessario per abbattere la società spaventosa nella quale viviamo. E ritengo che il partito, il nostro partito con tutte le sue debolezze, con gli errori, con le pigrizie, con i dubbi, debba continuare ad esistere e che sia compito di ognuno di noi (di ogni comunista) vivere e lottare perché questo accada. Senza tatticismi. E dobbiamo agire perché il partito cresca, si organizzi e diventi qualcosa di solido e importante. Con una strategia chiara, con un programma serio, con la voglia e la capacità di studiare, di analizzare, di interpretare la realtà e progettare. Bisogna andare avanti senza fermarsi alla superficie dei problemi, senza rincorrere la contingenza del giorno per giorno (e i tatticismi esasperati di campagne elettorali che si susseguono ogni anno e ci impediscono di affrontare il cuore dei problemi), ma costruendo basi solide, radici profonde (culturali, organizzative e, perché no, ideologiche) che ci permettano di avere prospettive e obiettivi (anche lontani nel tempo) per i quali vale la pena lottare. Allora la questione delle alleanze (importanti e necessarie) non potrà essere né diventare il fine della nostra politica ma una dei mezzi per cambiare i rapporti di forza a nostro vantaggio e poter trasformare la società e il sistema. Alleanze che si devono basare sui contenuti e, per quanto ci riguarda, su una politica solida e consolidata. Qualcosa che non può essere cambiata a seconda di opportunismi e contingenze elettorali. Alleanze serie e non alchimie caricaturali e fragili. Io penso che sia più importante prima di discutere “con chi” allearci, capire e decidere “su cosa”. Abbiamo oggi bisogno di fare una profonda riflessione culturale su cosa deve essere il Partito Comunista. Quali gli ideali, quali prospettive, quali obiettivi (la strategia) e per questi costruire una strada da percorrere (la tattica). È necessario che si apra presto una fase di dibattito e di ricerca tra i compagni a tutti i livelli. È utile, quindi, che si vada a un congresso. Il restare fermi, oggi, significherebbe entrare in un periodo di stallo e accettare un logoramento mortale per il nostro partito e per i comunisti. Adesso vorrei indicare un punto che ritengo necessario affrontare e analizzare a fondo. Il ruolo dello stato e del pubblico in economia e nella produzione industriale. Apriamo una riflessione su cosa sta diventando l’Italia nel contesto internazionale. Siamo un paese senza materie prime, con un’industria nazionale in drammatico declino. Un declino dovuto a molteplici fattori. A partire dalle delocalizzazioni e dalle dismissioni produttive mai contrastate e, anzi, spesso incentivate, per arrivare alla mancanza di un piano di investimenti necessari per ricerca e sviluppo (dismissione creativa e “propulsiva”) e all’incompetenza palese (e criminale) dell’imprenditoria nostrana. Su questo tema dobbiamo insistere nell’analisi, nell’interpretazione della realtà e nella produzione progettuale di un nostro piano di rinascita industriale ed economica. Non dobbiamo avere timore di fare anche discorsi “patriottici”. Le domande alla quali dobbiamo rispondere sono quelle che, spesso, restano senza risposta per inseguire i tatticismi di ipotetiche alleanze a prescindere. Che fare? Cosa e dove produrre? Quale deve essere il ruolo dello Stato? Quali i settori strategici sui quali puntare per lo sviluppo? … L’obiettivo non può che essere quello di fare tornare competitivo il nostro paese nel contesto internazionale. Perché, senza materie prime e senza industria degna di questo nome, come possiamo contare? Siamo destinati alla marginalità e a un crescente sfruttamento. S’impone, laicamente, di fare un discorso “patriottico” di forte contrasto con chi vuole trasformare il nostro paese in terra di conquista e i nostri lavoratori in una massa di sconfitti pronti a qualsiasi sacrificio per i profitti dei capitalisti. Io penso che sia logico che un ruolo importante dello Stato nella produzione industriale e nell’economia (un ruolo da “produttore” e non da “elargitore” di denaro pubblico ai privati) debba essere accompagnato da una severa politica di controllo dei dirigenti (e, anche, dei dipendenti) pubblici (cosa fanno? cosa producono?), della loro onestà, della loro capacità. Ognuno per il ruolo che ha. C’è bisogno di un sistema di lotta “feroce” alla corruzione che impedisca e cancelli sacche (e territori) di compromesso e connivenza verso chi delinque. Il concetto deve essere che, chi lavora per lo Stato e chi lo rappresenta (a ogni livello), deve essere “senza macchia”. Non ci possono essere margini di tolleranza per chi agisce in maniera poco chiara (ma anche per chi è volutamente lavativo). Io credo che assumere questi temi (ruolo del pubblico e inflessibilità con chi corrompe o è corrotto) come caratteristica e punto fondamentale della politica comunista nel nostro paese sia non solo utile ma necessario. Si tratta di rilanciare la questione morale come problema centrale del paese e farlo senza slogan populistico-propagandistici, ma con basi culturali e ideali solide e sicure.
Intervento di Bruna Zorzini Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:21 | Inviato da : redazione
“Incominciamo da noi!”: dopo l'ennesima pesante sconfitta, è questo che ho pensato! Quando dopo l'avventura dell'Arcobaleno si parlava della necessità di iniziare una lunga marcia ho provato uno scoramento infinito, non capendo evidentemente che non c'era limite al peggio. Sono d'accordo con quelli che dicono che comunque la sconfitta subita in questa fase ce la dobbiamo imputare a tutti noi. Perchè c'eravamo tutti, pur nei diversi ruoli e responsabilità. C'ero anch'io, che pur registrando certi malesseri dei territori che scontavano un deficit di comunicazione nel Partito, evidentemente non ho saputo socializzare al meglio le contrarierà che rappresentavo!
Ora siamo tutti dimissionari. Voglio comunque ringraziare il compagno Diliberto per il ruolo di pesante responsabilità che negli anni ha svolto!
Ci sono stati passaggi (peraltro non sempre chiari al corpo del Partito) in cui i tentativi di interlocuzione con il PD non sono stati condivisi anche per la disomogeneità della composizione della Sinistra e della forza del Partito nei territori stessi. (situazione di debolezza estrema delle nostre strutture, legami più o meno stretti fra Comunisti -Prc in primis -, presenza o meno della Fds, percepita in certe realtà come la mia, come un'esperienza positiva di ritrovata unità e collaborazione fra Comunisti, però con visioni diverse e contraddittorie sul tema delle alleanze!!)
Ben venga in questo senso l'auspicata mappatura del Partito che ci faccia vedere la nostra consistenza reale nel paese, le nostre debolezze! Il non percepirle o percepirle troppo tardi ci ha penalizzato. Così, dopo che la nostra scarsa capacità contrattuale ha reso vane le nostre aspirazioni di esserci e contare nell'ambito del centro sinistra e le trattative fallite hanno incrinato i rapporti già problematici con Prc a livello nazionale, abbiamo dovuto spiegare ai compagni che l'entrare nell'esperienza di Rivoluzione civile era l'unico modo di salvarci la pelle!!
A questo proposito, ci sono stati dei passaggi, in cui, lo confesso, mi sono illusa che il riunire i soggetti che negli ultimi tempi in vari modi si erano opposti alle misure inique del governo Monti (anche attraverso l'esperienza della raccolta firme sui referendum) ci avrebbero fatto fare quel salto di qualità necessario ad oltrepassare la soglia di sbarramento di una legge elettorale ingiusta. Non ripeterò le considerazione già da tanti fatte sull'esaltazione della società civile ed il ruolo di secondo piano assunto dai partiti nell'operazione, sulle candidature (anche discutibili) calate dall'alto, sulla scomparsa dai media dei nostri compagni candidati, sulla sottovalutazione del fenomeno Grillo...
Approfitto per unirmi anch'io a quanti esprimono oggi gratitudine e solidarietà ad Antonio Igroia per il suo spirito di abnegazione e lo slancio con cui ha accettato l'incarico di rappresentare tutti noi in questa avventura elettorale, ma al pari ribadisco una mia profonda convinzione maturata anche alla luce di quest'ultima ennesima esperienza: non esistono figure salvifiche che possano salvare di per sé le nostre sorti se noi stessi non lo facciamo! Che si chiamino Cofferati, Landini o Cremaschi. Dobbiamo ripartire da noi!!
A me stava bene compagni che si scegliessero i 12 punti della Fiom come base per un nostro programma di Governo, ma mi sarebbe piaciuto di più se gli operai avessero fatto loro le proposte che noi avevamo elaborato e guardassero ora a noi con la stessa speranza con cui un tempo guardavano il grande Partito comunista italiano! Non possiamo lasciare che sia Grillo a raccogliere la giusta e disperata protesta dei cassaintegrati, dei disoccupati dei precari..
Dobbiamo esercitare il nostro ruolo autonomo di Partito e per farlo dobbiamo iniziare un'analisi profonda della crisi che anche formazioni partitiche come la nostra stanno passando, dobbiamo passare ad elaborazioni che ci possano fornire quelli strumenti nuovi di cui abbiamo bisogno per capire e riuscire ad intercettare quelli che non votano o hanno scelto la protesta urlata di Grillo che con la proporzione della sua vittoria ci ha fatto precipitare in una situazione di vera e propria emergenza democratica! Le piazze arringate da un suolo uomo che comanda mi fanno venire i brividi. Girano sul web dei quiz che propongono brandelli di discorsi che i più attribuiscono a Grillo, ma sono stati fatti invece da Hitler nel 1932!!
Indispensabile dunque, per quel che riguarda i Comunisti italiani, passare ad una fase congressuale improcrastinabile dove si discuta sul che fare. Quasi di sicuro nel prossimo futuro assisteremo ad un processo di scomposizione e ricomposizione fra di noi, compagni del Pdci e quanti anche nel Prc credono nella necessità di ricostruzione di un partito Comunista.
Anche i Compagni di Rifondazione hanno in questo momento il loro CC ed io non so che tipo di riflessione intraprenderanno o se prevalerà fra di loro una linea più o meno movimentista, ma non faccio parte di quella categoria di compagni che parlano come questa forza politica non esistesse e spero anzi che i Comunisti di entrambe le parti - non con tendenze extraparlamentari o spirito autoreferenziale - si ritrovino insieme in un unico Partito, che sarà sì allora un interlocutore serio nell'ambito del centro sinistra.
La deriva pericolosa per la democrazia, con la teorizzazione dell'ingovernabilità o i governissimi caldeggiati dall'attuale Presidente della repubblica, ci obbligano ad un tanto!
Solo riappropriandoci della nostra identità diventeremo interlocutori seri di quel popolo della Sinistra che ha smarrito come noi la strada.
Intervento di Delfina Tromboni Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:20 | Inviato da : redazione
Io non credo che abbiamo perso per una campagna elettorale sbagliata.
Certo, errori ne abbiamo fatti, per esempio io penso che quello che più ha inciso sul risultato sia stato il mancato rapporto tra candidati e territori. Sappiamo perchè siamo stati costretti a quella scelta, ma, di fatto, candidati sconosciuti in territori di cui non conoscevano i problemi non hanno aiutato il risultato.
Ma le cause della sconfitta, l’ennesima, vanno ricercate più a fondo.
Abbiamo visto tutti che le uniche iniziative che riuscivano, dove c’era moltissima gente sempre e molte facce per noi nuove sono state quasi esclusivamente quelle a cui partecipava Ingroia, non nego che io stessa, vedendo quanta gente e quanti giovani c’erano, per esempio, nell’iniziativa regionale di Bologna, mi sono illusa che forse qualcosa in questo Paese stava veramente cambiando, e a nostro favore. Ma nelle restanti iniziative ci si parlava soltanto tra noi, e quando dico tra noi intendo le forze che facevano parte di Rivoluzione civile, che mobilitavano soltanto i loro iscritti, e pure in quantità inferiori ad altre occasioni.
Questo ci dice che dobbiamo davvero scavare nel nostro modo di essere, che partito siamo, che partito non siamo stati capaci di diventare.
A volte è caduta anche la solidarietà tra noi: cito un episodio che mi riguarda personalmente non perchè mi abbia fatto male più di tanto, ma per dare il senso di un clima: subito dopo la sconfitta mi è arrivata una telefonata dal nazionale in cui mi veniva chiesto se era vero che mi ero dimessa dalla Direzione e che volevo lasciare il partito. Io mi sono messa a ridere, chi mi conosce davvero sa che la cosa è impossibile (non lascerei mai nel momento di maggior difficoltà) e ho spiegato che quella piccola e miserabile azione di killeraggio – il killeraggio esiste anche fra noi, non mi fa paura perchè sono più di 40 anni che milito nel partito comunista, ma esiste anche fra noi – doveva essere nata da un fraintendimento.
Nella mailing list delle compagne che sostengono la nascita dell’Assemblea nazionale delle Donne comuniste (A.Do.C) e che editano il foglio digitale “Donne in Rosso” (che è stato capace di uscire, in questa campagna elettorale in cui i comunisti erano muti, con due “speciali”: uno sulle elezioni e uno, subito dopo, sull’8 marzo) avevo scritto che anch’io mi ritenevo dimissionaria dalla Direzione se il Segretario e la Segreteria davano le dimissioni, perchè le scelte politiche di questa fase le abbiamo condivise tutti e tutte, all’unanimità, praticamente, con pochissime astensioni – la compagna della Toscana, il compagno della Calabria...- : è questa la verità: cinque Direzioni nazionali, un Comitato Centrale e riunioni degli organismi a tutti i livelli del partito (comitati regionali, comitati federali (certo, là dove sono stati riuniti!) ecc.) hanno approvato le scelte, magari discutendone molto e molto animatamente, ma le hanno approvate, quindi la responsabilità è dell’intero corpo del partito.
Se le cose stanno così, è evidente che noi abbiamo bisogno di ripartire da noi, di tenere fermo lo sguardo su quel che siamo e quel che abbiamo, pensare insieme come possiamo cambiare le nostre forme, le nostre politiche e anche le modalità della decisione.
Incentrarsi sul partito, insomma, un partito che io voglio di sicuro mantenere, non liquidare nè far morire, non per “nostalgie novecentesche”, ma perchè so, a partire dalla mia esperienza, dalla mia vita, che la classe a cui appartengo non può anche soltanto migliorare le sue condizioni se non può contare su un partito comunista.
Per fare questo abbiamo bisogno di un congresso, subito, in tempi ravvicinati, perchè il corpo del partito non può sopportare, secondo me, un percorso rallentato, un rinvio a tempi migliori, magari perchè siamo preoccupati che potrebbero esserci le elezioni anticipate. Se ci saranno, ragioneremo insieme sul da farsi, ma oggi l’urgenza siamo noi, questo nostro partito.
Ci sono sicuramente grossi problemi finanziari: non abbiamo una lira, anzi abbiamo molti debiti, quindi il Congresso non potrà che essere autofinanziato.
Facciamo intanto partire il tesseramento, perchè altrimenti, io dico, facciamo come abbiamo detto nel comitato regionale emiliano: se le tessere non arrivano dal nazionale, ne stampiamo di provvisorie noi. E cerchiamo di convincere i compagni e le compagne ad alzare la quota tessera: io sono disposta anche a fare il giro degli iscritti tutti i mesi con il bollino come si faceva una volta, se è necessario. Perchè dobbiamo essere consapevoli che il finanziamento pubblico ai partiti sparirà del tutto, non ci sarà più. E lanciamo una sottoscrizione per finanziare il Congresso.
Si può fare, sapete compagni?, si può fare.
Io, oltre che essere comunista da più di 40 anni, vengo anche dal movimento delle donne. Va bene che le donne si arrangiano sempre, ma penso che l’esperienza che ho fatto nell’UDI possa servire anche a noi, oggi. L’UDI, come sapete, si è sciolta molto prima del PCI e dopo che Berlinguer disse “l’UDI è morta”, nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza. Invece, ha passato anni bui e sommersi, ma c’è ancora e diventa ogni giorno più visibile anche politicamente: per esempio la convenzione No More che Ingroia ha sottoscritto in campagna elettorale e i cui punti sono stati inseriti nel programma di Rivoluzione Civile, è stata materialmente scritta e lanciata dalle donne dell’UDI nazionale, che poi hanno raccolto attorno a quella loro proposta le 50 associazioni femminili che ne hanno fatto una bandiera durante la campagna elettorale. Sparendo, alla fine, tra le molte sigle, pur essendone madre, ma questo è un altro discorso ancora.
Bene, l’Udi un anno ha fatto un congresso senza avere una lira. Ha fatto la mappatura della situazione dell’associazione che qui è stata proposta per il partito (una operazione che sembra semplice ma non lo è, compagni, perchè le strutture territoriali, i piccoli centri di “potere” residuo che si formano in carenza di un efficace organo decisionale centrale e collettivo, hanno fatto molta resistenza) e ha raccolto diverse centinaia di donne in un congresso a cui ognuna andava a sue spese, dormendo nelle case, in infime pensioncine, in 4 o 5 in una stanza e pagandosi il cibo e tutto. Pochissime erano le Udi territoriali che potevano ancora dare un contributo alle loro delegate. Eppure, quel congresso si è fatto, ed è stato una tappa fondamentale per una ripresa collettiva i cui frutti oggi cominciano a vedersi.
Proviamoci, allora. Facciamo il Congresso senza farci condizionare dalla situazione esterna, che è difficilissima ma non si risolverà a breve. Mentre noi abbiamo bisogno di cercare, di riflettere, di discutere, di sperimentare fin d’ora.
Ne abbiamo bisogno anche perchè il ringiovanimento dei gruppi dirigenti e del partito che abbiamo iniziato nell’ultimo congresso non è andato avanti come avremmo voluto.
Se fosse andato avanti, forse l’esito del voto sarebbe stato meno drammatico.
E io penso che anche su questo dobbiamo riflettere e capire, discutere in piena libertà.
Dobbiamo capire perchè ci sono generazioni più anziane, uomini e donne, anche nel nostro partito, quelli che vengono da una lunga militanza nel PCI, come me, e che hanno vissuto questi ultimi vent’anni di rifondazione fallita, che finiscono per fare da tappo. Vorrebbero vedere crescere un partito rigoglioso, fatto di tanti giovani, e si ritrovano a fare da tappo. Inconsciamente spesso, senza volerlo, forse perchè finiscono per ripetere, nelle forme e nelle modalità della politica, le cose che hanno imparato e che sanno fare.
Dobbiamo farlo saltare, quel tappo, compagni e compagne. Abbiamo tra noi tanti giovani e tante ragazze, venuti dopo di noi. Li abbiamo già. Sono bravi, intelligenti e appassionati. Facciamo un passo indietro. Mettiamoci alle loro spalle per insegnare ciò che sappiamo senza pretendere di imporgli le nostre opinioni con la scusa di impedire loro di fare i loro errori. Ne faranno, come ne abbiamo fatti noi, ma almeno saranno i loro, non i nostri.
Dubito che peggio di noi potranno fare.
Intervento di Francesco Interlenghi Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:19 | Inviato da : redazione
Care compagne e cari compagni,
è evidente la delusione che tutti noi proviamo in questo momento.
La delusione per il pessimo risultato della lista che abbiamo sostenuto con serietà, senso del dovere e abnegazione e che, tuttavia, non ci ha permesso di tornare in Parlamento.
Il fallimento di Rivoluzione Civile non ci consente di tornare in quel luogo dove vengono prese le decisioni, dove avremmo potuto riportare la visione e le proposte dei comunisti; quel luogo fondamentale per noi, per le nostre prospettive, fondamentale per un partito che vuole ancora incidere sulla società, attento ai processi reali e in grado di affrontarli.
Rivoluzione Civile e noi, insieme, abbiamo perso questa battaglia.
Sicuramente ci sono stati fattori esterni che hanno giocato un ruolo importante sul risultato elettorale, penso alla ferocia del “voto utile”, all’effetto del voto di protesta incanalato verso Grillo e il Movimento 5 Stelle, ai tempi e ai modi di questa campagna elettorale.
Tuttavia, compagni, non possiamo nasconderci che eravamo consapevoli di queste difficoltà, non possiamo quindi esimerci dal fare una dura e profonda autocritica; sarebbe un grave errore fare finta di niente o cedere ad atteggiamenti auto-assolutori.
Credo che il progetto politico di cui siamo stati ospiti ( per lo meno così mi sono sentito dopo i continui attacchi ai partiti e ai deliri di una parte della così detta società civile) non appartiene alla nostra cultura politica e organizzativa.
Rivoluzione Civile ha dimostrato di essere un progetto debole, dove il ruolo di primo piano assunto dalla “società civile”, non è stato in grado di occultare i difetti né di apportare un valore aggiunto in termini elettorali.
Credo anche che ci siano stati degli errori politici profondi.
La mia impressione è che ad un certo punto della campagna elettorale la “direzione” di Rivoluzione Civile, cercando di rincorrere le pulsioni isolazioniste dei vari Arancioni, Cambiare si può, Rifondazione, abbia scelto di intraprendere una strada diversa da quella che ci saremmo aspettati.
Giudico, ad esempio, un grave errore il non aver accettato il patto di desistenza al Senato.
L’accordo ci avrebbe consentito di ammorbidire la pressione sul “voto utile” e saremmo stati chiari di fronte all’elettorato del centro-sinistra (il nostro elettorato) sul nostro essere alternativi sia a Monti che a Berlusconi e sulla nostra reale volontà di dialogo con la coalizione “Italia bene comune”.
Mi chiedo, inoltre, come si possa lanciare un appello unitario rivolto contemporaneamente sia a Bersani che a Grillo, così come reputo sbagliato il modo in cui è stato impostato il dibattito sul rapporto tra “società civile” e politica.
In questo quadro, non vedo come il nostro partito possa pensare di continuare l’esperienza di Rivoluzione Civile.
Un’esperienza che non ha portato progressi su nessuno dei tre fronti che noi Comunisti Italiani abbiamo aperto nell’ultimo Congresso di Rimini:
la distanza con i compagni di Rifondazione non si è ridotta, l’unità della sinistra non è all’orizzonte e l’unità con le forze democratiche di cui oggi più che mai ci sarebbe bisogno di fronte all’avanzare di derive populiste e di una profonda crisi economico-sociale, sembra non far parte dell’ordine del giorno di chi vuole continuare con Rivoluzione Civile.
E’ ovvio che in questa situazione dobbiamo chiederci quali debbano essere le prospettive del nostro partito.
Penso che innanzitutto dovremmo evitare una deriva settaria e isolazionista che ci condurrebbe verso la così detta sindrome del “fortino assediato” dove, arroccati in noi stessi, nella nostra identità, potremmo continuare a sventolare la Bandiera Rossa, come atto rituale e salvifico, ma sganciati e lontani dalla realtà materiale.
Dobbiamo ammettere che, dopo una sconfitta di queste proporzioni, il rischio di quella sindrome è alto ed è nostro compito evitarlo scacciando ogni tendenza oltranzista e facendo in modo che l’autismo politico non prenda il sopravvento.
In modo aperto ed onesto, è nostro dovere confrontarci con la realtà concreta e capire come, nell’attuale contesto politico e sociale, possiamo mantenere aperta una prospettiva comunista nel nostro paese.
Dobbiamo chiederci quale ruolo debba svolgere il nostro partito e attraverso quali mezzi possa incidere nella società.
Prima di tutto bisogna avere la consapevolezza dell’attuale situazione politica e delle sue possibili evoluzioni; al contempo, è necessario rapportarsi immediatamente con tale situazione capendo quali debbano essere le nostre prospettive e la nostra collocazione.
Personalmente, ritengo che dovremmo chiederci come, attraverso quale forma e modalità, possiamo continuare la nostra elaborazione mettendola a disposizione di un contesto più ampio sapendo di non essere autosufficienti ma convinti di poter svolgere un ruolo all’interno di un quadro allargato della sinistra.
In questo senso dovremmo operare cercando di intrometterci nel dibattito interno alle forze progressiste (quando parlo di quest’ultime intendo tutte le realtà democratiche e di sinistra di cui abbiamo discusso al nostro ultimo Congresso).
Queste elezioni ci hanno dimostrato, per la seconda volta, che pensare alle due sinistre (una radicale e una riformista) come inconciliabili tra loro e per forza di cose divise sia profondamente sbagliato e miope; questa divisione non ha fatto altro che portare alla frammentazione e al progressivo indebolimento delle forze di sinistra, siano esse moderate che “radicali”.
Il risultato di PD e SEL è stato al di sotto delle aspettative e ha rischiato di consegnare nuovamente il paese alle destre; d’altro canto, al di fuori di un contesto di centro-sinistra, non siamo stati compresi dal nostro elettorato di riferimento.
Sicuramente, hanno giocato un ruolo importante nel risultato di Rivoluzione Civile sia l’attuale legge elettorale che il timore innato e tutto italiano della vittoria della destra; vent’anni di Berlusconismo hanno prodotto anche questo.
In ogni caso, con tale situazione dobbiamo fare i conti e credo si possa affermare che il nostro partito debba oggi, prima di tutto, guardare al campo dei progressisti.
Sono convinto che per contrastare la deriva liberista da un lato e quella populista dall’altro sia necessario lavorare per ridare credibilità alla politica e alla sinistra e credo che i comunisti possano apportare un contributo necessario e fondamentale.
Sicuramente, non dipenderà solo da noi ma c’è un dato che non può essere sottovalutato: il centro sinistra è riuscito a vincere e ad essere credibile solo quando si è presentato unito ed ha abbracciato una prospettiva di cambiamento, percepita come utile e percorribile dall’elettorato.
La nostra critica al PD deve partire sulla base di queste argomentazioni e si deve risolvere mantenendo quello spirito unitario che da sempre ci caratterizza, non subalterno ma nemmeno settario.
Inoltre, quando nelle elezioni amministrative il nostro partito si è presentato in coalizione con il proprio simbolo, in un contesto di centro-sinistra, ha sempre ottenuto dei buoni risultati.
Ciò dimostra che quando si lavora e si costruisce un progetto credibile, scevro da avventurismi di ogni sorta, i risultati si ottengono e riusciamo ad avere un respiro maggiore.
Dobbiamo anche valorizzare la presenza in Parlamento di una forza con la quale è necessario confrontarsi.
A differenza di cinque anni fa, oggi c’è una parte della sinistra che siede in Parlamento, quella sinistra che pur con tutte le contraddizioni e le scelte che non condividiamo ha condotto con noi molte lotte e che è riuscita, va detto, a portare nella massima istituzione la voce di un operaio, Giovanni Barrozzino, simbolo della lotta al modello Marchionne.
Compagni, le questioni che da oggi dobbiamo affrontare riguardano il futuro del nostro partito, del suo patrimonio umano e politico che in questi anni si è formato e che insieme abbiamo costruito e riguardano il ruolo che una forza che ha le sue radici nella storia del Comunismo Italiano deve avere nella società.
Dobbiamo chiederci come e attraverso quale modalità possiamo continuare la nostra elaborazione, incidere nella società e portare il nostro contributo al progresso del paese e della nostra classe di riferimento.
In questa situazione così complicata, sono consapevole della difficoltà nel trovare le risposte ma credo che il nostro compito debba essere quello di inserirci nel dibattito interno al campo dei progressisti, farlo con le nostre proposte, consapevoli delle difficoltà ma consapevoli anche del fatto che le ingiustizie che ogni giorno viviamo, rendono necessaria la presenza nostra e di una sinistra unita e all’altezza dei tempi.
A chi dice che in quel contesto non avremmo spazio politico, non posso rispondere altro se non che spetta alla politica aprire canali di confronto e intervenire nei rapporti di forza.
Se non vogliamo abbandonarci alla testimonianza e vogliamo salvaguardare il nostro patrimonio culturale e politico è necessario tentare di riaprire quei canali, consapevoli dei nostri limiti e cercando perciò di essere spregiudicati.
Non è detto che si riesca ma è un obiettivo che dobbiamo provare a raggiungere.

Francesco Interlenghi

Intervento di Mauro Gemma Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:18 | Inviato da : redazione
Francamente trovo inspiegabile che nel dibattito avviato tra le organizzazioni comuniste italiane dopo il disastroso risultato elettorale, in cui viene così frequentemente evocato il tema della partecipazione a coalizioni che si propongono di governare il paese, alcuni compagni intendano passare disinvoltamente oltre un'analisi puntuale dei contenuti sui quali dovrebbe basarsi un corretto approccio delle forze di classe alla questione delle alleanze. E di fronte a interventi che si soffermano esclusivamente sulla necessità da parte dei comunisti di collocarsi, acriticamente e a prescindere, all'interno dello schieramento di centro-sinistra, considerato alla stregua di ultima “salvifica” spiaggia, credo che siano doverose alcune puntualizzazioni.

Nessuno ha intenzione certamente di mettere in discussione la politica delle alleanze, che fa parte del patrimonio di elaborazione e pratica politica della storia migliore del movimento comunista del nostro paese (si pensi alla straordinaria esperienza della Resistenza). E va respinta nettamente l'accusa che viene rivolta nei confronti di chi avanza dubbi sulle “magnifiche sorti e progressive” del centro-sinistra, di rifiutare “tout court” ogni approccio al confronto con altre forze democratiche.

A essere contestata è però la pretesa di elevare la costruzione dell'alleanza con il centro-sinistra a valore assoluto, fino ad arrivare (in contrapposizione evidente alle tesi del congresso del PdCI di Rimini) a definire i comunisti come parte inseparabile del centro-sinistra, a prescindere dai programmi e dai contenuti.

Ci si dimentica che un elemento essenziale, che deve caratterizzare la pratica politica dei comunisti nella loro ricerca di interlocutori e alleati, è costituito dal fatto che ciò che può avere valore sul piano locale, quando si tratta di determinare, a particolari condizioni, gli schieramenti che ambiscono al governo di regioni, province e comuni, non può essere meccanicamente trasferito nelle esperienze di governo centrale, dove sono in ballo decisioni di ben diversa valenza strategica per il futuro dell'intero paese, dove la partecipazione a esperienze governative - tra l'altro in condizioni di assoluta subalternità alla forza egemone del centro-sinistra, il Partito Democratico, stante l'attuale rapporto di forza elettorale – potrebbe associare i comunisti a iniziative che contrastano frontalmente con le ragioni stesse della loro esistenza. Ed elevare a paradigma nazionale positive, ma limitate, esperienze di governo locale (come quella del piccolo Molise), sembra un'operazione a dir poco disinvolta.

C'è, ai fini di una riflessione su un approccio corretto alla questione delle alleanze, un aspetto fondamentale che occorre sottolineare, che non può essere eluso da chi si considera comunista, ma che stenta ad acquisire un ruolo centrale nella nostra discussione, quasi rappresenti una sorta di elemento secondario e irrilevante del nostro agire. E' la questione, dirimente per ogni comunista, della collocazione del suo paese nel contesto internazionale, del ruolo che il suo paese svolge per assicurare un assetto planetario di pace e di rispetto della sovranità e dell'indipendenza nazionale di popoli e nazioni. E', per noi comunisti italiani, innanzitutto la questione dell'applicazione di principi sanciti nella Carta costituzionale uscita dalla Resistenza antifascista, a partire dal rigoroso rispetto del suo articolo 11, più volte violato negli ultimi decenni.

Ora, sacrificare la propria coerenza, nel rispetto di questi principi irrinunciabili, sull'altare della “governabilità”, costi quel che costi, o della semplice sopravvivenza di un microscopico e ininfluente gruppo parlamentare, significherebbe provocare una ferita non facilmente rimarginabile alle ragioni stesse che rendono necessaria la presenza di una forza comunista in Italia. Sono questioni su cui non si può assolutamente transigere. E ripetere, in scenari come quelli minacciosi che ci stanno di fronte con la possibilità concreta del coinvolgimento dell'Italia in nuove avventure militari e la continuazione di quelle in atto, copioni come quello - mi si permetta di definirlo desolante - a cui abbiamo assistito nel 1999, è assolutamente inaccettabile per i comunisti.

Quando, come è capitato di leggere anche in interventi pubblicati nella Tribuna di Marx21.it, si auspica il ritorno del PdCI allo “spirito” del 1998 (che per i comunisti del nostro paese, dovunque collocati, dovrebbe invece rappresentare il momento che ha sancito una dolorosa e grave divisione), forse non ci si dovrebbe dimenticare ciò che è avvenuto solo pochi mesi dopo la tragica frattura che segnò allora i comunisti del nostro paese. Con il sostanziale allineamento di una parte dei comunisti italiani alla partecipazione, nel marzo 1999, a una sanguinosa guerra imperialista, combattuta a colpi di bombe all'uranio sganciate sulla Jugoslavia e scatenata da un'alleanza di potenze della NATO, senza neppure il mandato delle Nazioni Unite. Con il coinvolgimento sanguinoso dell'Italia, di cui ancora oggi i dirigenti del Partito Democratico, a cominciare dall'allora primo ministro Massimo D'Alema, senza mostrare alcun pentimento, rivendicano orgogliosamente la responsabilità.

Ora, mentre è in corso un balletto tra le forze politiche parlamentari per la formazione del nuovo esecutivo (con tinte persino grottesche), il governo “tecnico” uscente, nato con l'appoggio determinante del PD e in virtù di un vero e proprio colpo di mano istituzionale diretto da un presidente della Repubblica proveniente dai DS, ha proseguito con arroganza nel perfezionamento di una politica internazionale che non lascia margini a dubbi di sorta sugli obiettivi che si perseguono.

I primi mesi dell'anno sono stati costellati da decisioni che hanno, ancora una volta, posto il nostro paese in prima fila tra le componenti più oltranziste di uno schieramento imperialista che sta soffiando sul fuoco della tensione internazionale. La riunione del cosiddetto gruppo degli “amici della Siria”, svoltasi a Roma il 28 febbraio scorso, che ha significato un'accelerazione della scalata a sostegno delle forze dell'opposizione siriana nel loro tentativo di rovesciare il governo di Damasco, rappresenta emblematicamente il punto di approdo di tali pericolosi orientamenti bellicisti.

Purtroppo, anche dopo le elezioni, nello schieramento di centro-sinistra, comprese le sue componenti “più a sinistra”, non abbiamo sentito voci che si differenzino nella sostanza da quelle del governo uscente nel giudizio delle linee di politica estera italiana.

Al contrario, non lasciano certo ben sperare segnali come l'adesione di pezzi consistenti del centro-sinistra (compresi alcuni di Sel e settori di maggioranza della stessa CGIL) alle decisioni assunte nell'ultima riunione degli “amici della Siria”, che ha visto l'allineamento italiano alle posizioni più oltranziste portate avanti dai centri del blocco imperialista europeo (in particolare, Gran Bretagna e Francia) e che potrebbero determinare il via libera ad un nuovo intervento della NATO sul modello libico. Persino una personalità progressista come il sindaco di Milano, Pisapia, non ha esitato a manifestare la propria adesione a iniziative di sostegno all'operato dei “ribelli” siriani, con la partecipazione del Comune meneghino alla marcia internazionale del 17 marzo che si proponeva, tra gli altri obiettivi, quello esplicito di favorire il rovesciamento del governo di Assad. Anche davanti a iniziative come quella relativa alla non riconsegna all'India dei “marò” (accusati dell'omicidio di pescatori inermi), in violazione di una dichiarazione giurata del nostro governo, con il rischio di pregiudicare irrimediabilmente i rapporti con un grande paese democratico e una potenza emergente con cui l'Italia intrattiene proficue relazioni economiche e politiche, ci è capitato di leggere, da parte di esponenti del PD, parole irresponsabili di aperto sostegno alla Farnesina, in cui addirittura si esulta per la “posizione da protagonista” (!) assunta dall'Italia, con accenti che superano il ridicolo se solo si pensa all'epilogo della vicenda (1). Per non parlare, poi, dell'aperto appoggio offerto dallo stesso segretario del PD, Bersani, prima e dopo le elezioni, al coinvolgimento “logistico” italiano all'impresa neocoloniale della Francia di Hollande in Mali.

Se questi sono i non confortanti segnali che vengono dal centro-sinistra nel suo complesso, è consentito allora porsi alcune precise domande, prima di coltivare facili entusiasmi in merito alla partecipazione ad “alleanze strategiche” con questo schieramento politico? Cosa farebbe, su una materia così delicata come la politica estera, una coalizione di centro-sinistra al momento di insediarsi al governo? Si pensa davvero che tale evento potrebbe segnare una cesura netta rispetto alla deriva del governo uscente completamente allineato, al limite del fanatismo ideologico, alle logiche più esasperate dello schieramento imperialista? Ci si illude davvero che una ridottissima presenza comunista organica al centro-sinistra potrebbe incidere in qualche modo in scelte così rilevanti e impegnative? Si ritiene davvero possibile un'inversione di tendenza rispetto ai comportamenti di cui per decenni la “sinistra moderata” italiana ha dato miserabile prova? A partire dall'adesione alla prima “guerra del Golfo” nel 1991, che vide invece i deputati e i senatori che avrebbero dato vita a “Rifondazione comunista” differenziarsi dignitosamente nel voto sulla partecipazione italiana all'impresa.

Mi pare che, in presenza di simili e certamente non ipotetici scenari, i comunisti non dovrebbero esitare. Possono i comunisti, storicamente nati dalla ripulsa della prima grande guerra mondiale, da una rottura con socialdemocrazie che facevano coincidere gli interessi delle classi operaie nazionali con quelli delle rispettive borghesie (in conflitto fra loro), considerare una politica internazionale aggressiva del proprio paese come cosa che non li riguarda? E attuare una politica di alleanze a prescindere dalla partecipazione dei loro paesi a operazioni colonialiste e imperialiste? Certo, tutto è possibile. Ma a questo punto diventerebbe arduo definire comuniste forze che si assoggettano a una simile logica.

Di fronte a politiche che, in nome di presunti interessi nazionali e richiami alla superiorità della “civiltà occidentale”, di cui è guardia armata la NATO, si trasformano in guerre e aggressioni contro popoli sovrani e in operazioni di stampo “neo-coloniale”, i comunisti italiani hanno prima di tutto il compito di schierarsi a fianco dei popoli aggrediti dall'imperialismo e non offrire alcun avallo ai propri governi nei loro tentativi di coinvolgere il nostro paese in avventure aggressive, comprese quelle giustificate ipocritamente da “motivi umanitari”.

In continuità con la lezione di coerenza antimperialista di cui testimonia la storia e la pratica internazionalista del movimento comunista mondiale, il dovere ineludibile dei comunisti è impegnarsi a costruire un vasto fronte di lotta che raccolga le forze amanti della pace e della solidarietà con i paesi e i popoli che nel mondo si battono per l'indipendenza e la sovranità contro ogni tipo di ingerenza colonialista e imperialista. Senza se e senza ma.

(1) Manlio Dinucci, “Mediterraneo, ponte di guerra”, il Manifesto 19 marzohttp://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/21960-mediterraneo-ponte-di-guerra.html
Intervento di Fabrizio De Sanctis Lunedì, 25 Marzo 2013 - 17:16 | Inviato da : redazione
Ci si chiede se dobbiamo continuare. Non chinare la testa è doveroso, ma in alcuni noto con preoccupazione una "sindrome Zeman": quella di affrontare qualsiasi partita sempre con lostesso identico schema (accordo col Pd!). Non vogliamo decidere lo scioglimento ma non possiamo immaginare la fine del Psi di Nencini. Generalizzare il dato del Molise è del tutto fuorviante. Anche in coalizione a volte non abbiamo eletto, mentre altre volte abbiamo ottenuto ottimi risultati pur non essendo alleati col Pd.

Il nostro risultato è stato comunque disastroso. Alcuni elementi non vengono affrontati e sono invece rilevanti quando si parla di "spazio politico": 1) il risultato è molto negativo anche per le coalizioni che hanno sostenuto il governo Monti e l'austerity europea. In termini assoluti hanno perso milioni di voti e raccolgono il consenso da meno del 50% degli elettori; 2) l'astensionismo è cresciuto ancora; 3) Grillo. Che non è la causa ma l'effetto della nostra sconfitta, dell'assenza della sinistra politica, sindacale, sociale e di movimento.

Al nostro risultato contribuiscono fattori esogeni ed endogeni.
Fattori esogeni: legge elettorale; oscuramento mediatico; sondaggi (che non assicurano alcun diritto ma si rivelano dei veri e propri pilotaggi del voto); voto utile (ma non a favore del Pd e per altri con una chiara identità non funziona); la campagna elettorale della CGIL, che se in passato ha colmato delle lacune a sinistra, nell'ultimo anno si è schierata fortemente a fianco del Pd. Quest'ultimo fattore ci introduce però alle cause nostre, e questa è una delle principali, perché non abbiamo avuto una politica sindacale da troppo tempo, neanche di coordinamento dei nostri compagni.

Fattori endogeni: Rivoluzione civile, che noi abbiamo promosso e che dobbiamo ringraziare per aver portato una sintesi in un momento di gravi divisioni, non ha funzionato. Ancora una volta ci siamo presentati con una novità. La legalità è stata percepita come il fine ultimo e prioritario anche rispetto al lavoro e alla crisi. La campagna elettorale è stata idealista, perché abbiamo detto quello che avremmo fatto col 51% ma non una parola sul nostro ruolo, ad es., di opposizione. La lista unica con Di Pietro è stata poi contraddittoria e perdente.

Venendo a noi, il risultato elettorale ci dice che abbiamo ormai dilapidato il patrimonio ideale e politico ereditato dal passato. Scontiamo divisioni che risalgono alla fine degli anni '60 (che un compagno come Longo cercò di sanare), divisioni che sono divenute aperte contrapposizioni negli anni '70 e che non abbiamo ancora neanche pensato di rimarginare. Nel 2008 il disastro si era già verificato, con l'esclusione dei comunisti dal parlamento per la prima volta dal fascismo. Reagimmo confermando i gruppi dirigenti ma adottando la linea dell'unità dei comunisti per la quale abbiamo lavorato 4 anni, costruendo la federazione della sinistra ed arrivando alla grande manifestazione del 12 maggio 2012 a Roma. Ad ottobre invece, senza alcuna discussione interna, si è lanciato l'assurdo anatema contro il corteo del 27 ottobre, a cui a Roma abbiamo comunque partecipato. Poi a novembre si è data indicazione di voto alle primarie del Pd mentre a dicembre ci siamo ritrovati con Rifondazione dentro la lista Ingroia. I nostri elettori ci hanno letteralmente perso di vista. E' stato molto difficile per chiunque seguire questi percorsi. Ad ogni svolta abbiamo perso compagni. Mi è stato chiesto di tutto in campagna elettorale, compreso se avessimo sciolto il partito, se fossimo con Ingroia, se fossimo col Pd o con Rifondazione. Quello che è apparso chiaro a chi è riuscito a seguirci è che l'unico fine di tutte queste scelte era quello di rientrare in Parlamento. Troppo poco, evidentemente.

Dobbiamo continuare, certamente, ma per metterci a disposizione di una ricomposizione più ampia che permetta la fine della diaspora e la costruzione in Italia di un unico partito comunista, senza il quale non può esserci alcuna unità della sinistra e alcuna lotta antifascista contro gli attuali gravi pericoli di involuzione autoritaria. Dobbiamo dare immediatamente un chiaro messaggio di discontinuità. Sono per accettare le dimissioni della segreteria (anche se ci sono responsabilità differenti) e per la immediata convocazione di un Congresso da svolgere in tempi rapidi, nel quale ci si confronti chiaramente sulla linea politica per arrivare ad un profondo rinnovamento.
Il Politecnico condanna il Muos, danni alla salute e al traffico aereo Sabato, 23 Marzo 2013 - 15:45 | Inviato da : redazione
S.O.S. per Niscemi, pericolo MUOS. Il nuovo sistema di comunicazioni satellitari dei militari usa, può fare ammalare, può causare interferenze nella strumentazione aerea e può, persino, fare scoppiare, se poco distanti, bombe e ordigni bellici. Un grido d’allarme che lanciano in tanti ormai. L’ultima denuncia, particolarmente circostanziata, viene dal Politecnico di Torino ed è stata raccolta da Antonio Mazzeo nel suo blog.

“La stazione di telecomunicazioni MUOS (Mobile User Objective System) prevista a Niscemi, comporta gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente, tali da impedirne la realizzazione in aree densamente popolate, come quella adiacente la cittadina di Niscemi”. Firmatari dell’allarmante rapporto sono due studiosi con curricula di tutto rispetto: Massimo Zucchetti, professore ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e research affiliate del Massachusetts Institute of Technology (USA) e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). I due hanno, nei giorni scorsi, consegnato un report al sindaco di Niscemi Giovanni di Martino che, a sua volta, lo ha “girato” al governatore Lombardo, accompagnandolo con la richiesta di sospendere l’autorizzazione all’impianto.

La Regione siciliana aveva autorizzato i lavori il primo giugno scorso, basandosi su uno studio della facoltà di ingegneria dell’Università di Palermo. Secondo il Politecnico di Torino, i docenti siciliani e anche gli esperti nominati dalle forze armate statunitensi hanno sottovalutato o, addirittura, ignorato i rischi e i danni derivanti dall’istallazione”.

“Si tratta di effetti acuti, legati a esposizioni brevi, a campi di elevata intensità; e di effetti dovuti a esposizioni prolungate a campi di intensità inferiore”, spiegano Zucchetti e Coraddu. “I primi sono essenzialmente legati all’esposizione diretta al fascio principale emesso dalle parabole MUOS, che può avvenire in seguito a un malfunzionamento o a un errore di puntamento. Ciò può provocare danni gravi e permanenti alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km., e ciò significa che l’eventualità di una esposizione diretta al fascio riguarda l’intera popolazione di Niscemi e va considerata come il peggiore incidente possibile”.


Emissioni che si aggiungerebbero a quelle che già l’abitato di Niscemi deve sopportare, visto che è investito dalle emissioni prodotte dalla stazioneNaval Radio Transmitter Facility (NRTF), “in una misura superiore ai limiti di sicurezza previsti dalla legislazione italiana”. Le emissioni, inoltre, finora non sarebbero state correttamente monitorate dall’agenzia Arpa Sicilia, sfornita di macchinari sensibili e in possesso di dati parziali o inesistenti. E di conseguenza, le rilevazioni, non sarebbero conformi alle procedure di legge.

Ma ecco quali sono i pericoli reali per la salute. “L’entrata in funzione dei trasmettitori del MUOS -affermano Zucchetti e Coraddu- avrà come conseguenza un incremento del rischio di contrarre vari tipi di disturbi e malattie, tra cui alcuni tumori del sistema emolinfatico, come evidenziato in numerosi studi epidemiologici”. C’è poi, “l’ipertermia con conseguente necrosi dei tessuti e l’organo più esposto è l’occhio (catarattaindotta da esposizione a radiofrequenze o a microonde). Le persone irraggiate accidentalmente potrebbero subire danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni”.

La stazione del sistema satellitare, progettata all’interno di un’area protetta, danneggerebbe, infine la fauna, gli uccelli, fino ad ucciderli; altri esseri viventi come le api non potrebbero più sciamare e costruire le arnie, con ripercussioni a catena sulla flora e sull’intera catena alimentare. Altro che istallare nuove sorgenti di campi elettromagnetici -dicono i due studiosi del Politecnico- a Niscemi bisogna ridurre drasticamente quelle già esistenti, come previsto dalle leggi italiane.

Ma i danni alla salute non sono gli unici ad essere prodotti dal Muos. Zucchetti e Coraddu ne sono certi: le microonde prodotte interdiranno l’uso dello spazio aereo siciliano. Le interferenze elettromagnetiche sarebbero incompatibili con il regolare traffico aereo in buona parte della Sicilia orientale, Comiso, Sigonella e Fontanarossa (questi ultimi due per giunta set privilegiati per le guerre spaziali dei velivoli senza pilota UAV “Global Hawk”, “Predator” e “Reaper). Vulnerabili anche dispositivi elettronici come gli apparecchi elettromedicali, pacemaker, defibrillatori, apparecchi acustici e, naturalmente, la strumentazione di bordo per il pilotaggio. Ma non basta. “Le interferenze generate dalle antenne del MUOS possono arrivare a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati”, affermano. Gli stessi americani temendo che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS potessero avviare la detonazione degli ordigni di Sigonella, spostarono le loro attenzioni su Niscemi.

E poi, in volo, ci fanno spegnere i cellulari!

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