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Dipartimento Informazione

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Nome argomento: Dipartimento Informazione

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Rai - PdCI a Monti: "Torni effettivamente pubblica" Lunedì, 09 Gennaio 2012 - 14:48 | Inviato da : redazione
"Serve una Rai effettivamente pubblica, non asservita ad interessi politici di parte e totalmente slegata da logiche spartitorie indegne di un paese civile".
 
Bisogno di comunismo di Sauro Govoni Mercoledì, 02 Novembre 2011 - 14:36 | Inviato da : redazione

Il comunismo è stato in passato l’utopia di milioni di militanti e la “falsa coscienza” di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all’interno e imperialisti all’esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo assieme al muro di Berlino, travolgendo non solo la realtà ma il valore concettuale del termine stesso. Da qui il comunismo è stato sentito come una retorica e la stessa parola comunismo diventata impronunciabile. Come del resto comunità, fratellanza, uguaglianza, morale e Costituzione; come diritti, assistenza, cultura, istruzione, sanità. Altre parole ben più ingombranti come potere, competizione, soprusi, ingiustizie sociali, prevaricazione, totalitarismo, negli ultimi vent’anni hanno preso il sopravvento e prendendone il posto avvelenato la società civile.
La fine della storia, come viene definito il periodo del dopo muro di Berlino a fine anni ottanta, non rappresenta la vittoria del capitalismo sul socialismo o la sconfitta del movimento comunista, semmai ha aperto la strada ad una crisi di valori che ha posto l’uomo di fronte alla nuda realtà del capitale, alla sua amoralità e indifferenza etica. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola “comunità” o “società”, può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo e pubblico. Non è in grado di dare risposte all’essere in quanto essere sociale come individuo e persona. Non sa e non può risolvere le contraddizioni che determinano queste lacerazioni nella società: il problema della pace e della guerra, delle condizioni di vita, dell’esistenza, del salario, delle pensioni, della sanità, della scuola. Non può risolvere queste contraddizioni il capitalismo, perché sono le sue contraddizioni. Il neoliberalismo, o berlusconismo di oggi, che mira a distruggere in nome del mercato tutte le solidarietà sociali e con esse qualsiasi entità collettiva e comunitaria dallo Stato alla famiglia dalla scuola pubblica alla vita quotidiana nei servizi delle amministrazioni locali, è la risposta all’assenza di significati dilagata nell’epoca cosiddetta del post-comunismo. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed uguale degli individui; al posto dei luoghi, i non luoghi dove tutti si incontrano ma nessuno si conosce, al posto dell’esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l’obbedienza “spontanea” e immateriale al comando televisivo ed ai massmedia. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In un’Italia avvolta in una spirale di crisi economica, politica e istituzionale, sociale, culturale ed etico morale, attorcigliate fra loro, occorre ridare rappresentanza politica al mondo del lavoro e conseguire risultati concreti, perché una politica di tagli ai salari e ai diritti è oggi obsoleta e inadeguata a reggere una competizione globale. Serve un’idea nuova che sia in grado di virare con decisione verso la società della conoscenza e dei saperi, capace di investire nell’innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica puntando sulla buona occupazione e sull’aumento dei redditi. Riproporre la prospettiva del comunismo significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l’insignificanza. Comunismo ha la stessa etimologia di “comunità” o di “comune” e forse è da qui che si deve ripartire. Partendo proprio dal fondamento che è l’anima e l’ideologia del PdCI. Caratterizzata da una particolare attenzione verso i temi del lavoro, dello sviluppo, dei diritti e delle grandi questioni internazionali per ridarne quel valore morale che appartiene ad una società fondata sulla democrazia politica. Rafforzando gli ideali della pace e ricercando le ragioni dell’unità della sinistra sui contenuti, nel rispetto delle diverse identità, verso il raggiungimento di una «democrazia progressiva» la quale si rifà integralmente alla Costituzione italiana. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell’umanità. Se il bisogno di senso qualifica la vita dell’uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla.
 
(Sauro Govoni è il segretario PdCI della sezione Alto Ferrarese)

Perché un partito comunista? Quale partito? di Fausto Sorini Martedì, 25 Ottobre 2011 - 14:22 | Inviato da : redazione

1.Collochiamo dentro l’unità della sinistra il processo di ricostruzione di un partito comunista unitario e autonomo in grado di rilanciare il nostro progetto strategico della trasformazione socialista della società.

2.Proponiamo la ricostruzione di un unico partito comunista che nasca anche (ma non solo) dal superamento del Prc e del PdCI: non già come mera sommatoria organizzativa in forma di assemblaggio (destinata – se così – a ripercorrere le dinamiche e le fratture del passato), ma come capacità di mettere in campo un progetto nuovo, fondato si idee e progettualità strategiche forti e prciò unificanti – e quindi con una capacità di attrazione nei confronti di tanti comunisti senza tessera e senza partito.

3.Perché un partito comunista e non una generica forza di sinistra anticapitalistica? Perchè il riferimento al leninismo? Si sostiene, da parte di chi prospetta anche per l'Italia una Linke (una tesi presente soprattutto in Rifondazione, ma anche in settori largamente minoritari del nostro partito), che la costruzione di una forza di sinistra anticapitalistica, di cui facciano parte anche le varie tendenze comuniste presenti nel Paese, risolverebbe in forma inedita e più corrispondente alle caratteristiche del tempo presente anche la questione comunista. Tanto più – si dice ancora, citando Marx in modo un po' strumentale – che il comunismo sarebbe essenzialmente “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, e non un partito determinato.
Questo assemblaggio di correnti politiche e ideologiche, è il progetto di chi confonde la FdS con la ricostruzione del partito comunista, e dice: “sciogliamo tutto nella FdS, e poi decidiamo col criterio: una testa un voto”. Vorrebbe dire avviare, consapevolmente o no, un processo destinato infine ad approdare alla Linke, al Partito della Sinistra, non già alla ricostruzione di una nuova forza comunista.
Se si riduce il significato della nozione di comunista alla generica prospettiva di una critica del capitalismo e di una esigenza di un suo superamento, oltre che travisare Marx e liquidare Lenin, Gramsci, Togliatti..si riduce la nozione di comunista a qualcosa di così generico e indeterminato (una sorta di notte in cui tutti i gatti sono grigi), che farebbe orrore innanzitutto a chi, come Marx, ha dedicato una vita intera a tentare di portare il socialismo “dall'utopia alla scienza”. Se si adottano categorie così generiche e si identifica il comunismo con un indistinto anticapitalismo, allora diventano “comunisti” tutti i seguaci della teologia della liberazione (alcuni dicono: anche Gesù Cristo…), i verdi critici del rapporto tra capitalismo e ambiente, i socialdemocratici di sinistra che non hanno messo Marx in soffitta, i movimenti anti-globalizzazione più radicali, gli anarchici.. Ne deriverebbe un assemblaggio eclettico e pasticcione da fare invidia al gramsciano “circo Barnum”.
Dopo Lenin e dopo Gramsci, la nozione di partito comunista rimanda ad alcuni riferimenti fondamentali; non per caso la successiva elaborazione socialdemocratica si è caratterizzata – nelle sue fasi iniziali e più dignitose, quelle che non respingevano a parole la prospettiva del socialismo – per un tentativo ideologico di “salvare Marx” o una parte di esso, contrapponenendolo a Lenin, al leninismo e allo stesso Gramsci. Oppure cercando di travisare Gramsci assumendone una parte della elaborazione “culturale” e sterilizzandone o rimuovendone l'ispirazione leninista e rivoluzionaria.

4.Diciamo ricostruire il partito comunista perché “la coscienza di classe non nasce spontaneamente dalle condizioni di vita materiale, ma presuppone una teoria rivoluzionaria con basi scientifiche che sappia guardare al mondo. La coscienza di classe è il risultato di un processo dialettico tra pensiero critico della società e movimento operaio, tra le singole lotte, sorte a partire dalle contraddizioni e condizioni di vita immediate, e la loro unificazione e generalizzazione progressiva nella lotta all’insieme dei rapporti sociali dominanti. Agente di questa combinazione non può che essere il partito, intellettuale collettivo e organizzatore di lotte. Il partito nella forma di partito comunista, ovvero di un nuovo partito che sappia innalzare progressivamente il livello di coscienza di classe, con una linea adeguata di alleanze sociali e politiche, e modificare i rapporti di forza e gli equilibri di potere complessivi nella società e nello Stato”. Consapevole di un quadro mondiale sempre più incidente sulle prospettive storico-politiche del socialismo nella nostra epoca.

5.Nessun partito comunista si è mai formato unicamente o prevalentemente per una spinta dal basso: dal basso sorgono, i movimenti spontanei di lotta o alcune spinte politiche, come è stato in Italia dopo la Bolognina; ma non i partiti. Anche il PCd'I si formò a Livorno per la spinta dall'alto dell'Internazionale comunista e delle frazioni comuniste del PSI; e non durante l'occupazione delle fabbriche e il biennio rosso, ma dopo la sconfitta di questi eventi di massa e durante il loro riflusso.
Chi non capisce questo non ha capito niente di oltre 100 anni di storia del movimento comunista e resta prigioniero di posizioni movimentiste e/o pansindacaliste non hanno mai dato vita a nessun partito comunista solido e durevole.
Ciò rimanda al giacobinismo di cui parlava Gramsci (in positivo), per cui non basta un legame di massa con le lotte, con la classe, coi movimenti sociali, e un generico ancorchè radicale anticapitalismo: il partito comunista è anche teoria, compattezza politica e ideologica (nella continua verifica, attualizzazione ed elaborazione collettiva), quadri, organizzazione, disciplina, lotta contro il frazionismo e il personalismo: tutte cose assenti nelle concezioni movimentiste, pan-sindacaliste, spontaneiste, o ispirantesi all'eclettismo o "pluralismo" teorico e ideologico, che facevano inorridire Lenin, Gramsci, Togliatti. Luigi Longo, in un famoso scritto, derideva quanti sostenevano già allora nel PCI l'esistenza di tanti "marxismi" (mentre assai diverso è parlare di uno sviluppo dialettico del marxismo, così come di ogni scienza: nessuno si sognerebbe di parlare di "chimiche" o “fisiche” al plurale...).
Il discorso su Berlinguer, e sulle diverse fasi della sua vita, della sua segreteria (1969-1984: 15 lunghi anni, e che anni...) e della sua elaborazione è più complesso e non mi addentro qui. In ogni caso non può essere liquidato (o mitizzato) con battute semplificatorie, ancora oggi troppo in voga.

CARATTERISTICHE DI UN PROCESSO UNITARIO

6.L'idea secondo cui l'unità dei comunisti in solo partito, e segnatamente la
riunificazione tra PRC (oggi circa 30-35.000 iscritti) e PdCI (oggi circa 25.000 iscritti) si dovrebbe
realizzare con l'annesione del secondo al primo è una stupidaggine impolitica e propagandistica che
non merita neppure di essere discussa: e infatti, salvo pochi elementi privi di buon senso e di
pudore, nessuna la discute e la propone, neanche nel PRC.
Non si capisce perchè l'uno dovrebbe rientrare nell'altro, e non si debba invece organizzare -
semmai – un congresso unitario costituente, con pari dignità, di un nuovo partito comunista, aperto
anche ai comunisti senza tessera (il processo unitario non è riducibile ai soli PRC e PdCI).
Questa è la nostra proposta, oggi. E questo è, peraltro, il motivo principale per cui mi sono iscritto
a questo partito, e ho preso la tessera del 2011 che indica una strategia (Ricostruire il partito
comunista, unire la sinistra), e insieme a Oliviero Diliberto e Vladimiro Giacchè ci abbiamo scritto
un libro. Non è un prendere o lasciare: è un processo aperto che nel congresso di Rimini di vede
solo una tappa.

7.Se non si procede in questa direzione è perchè il gruppo dirigente del PRC (ivi compresa la
parte prevalente della dirigenza di Essere Comunisti) non vuole. Tanto è vero che nel documento
congressuale di maggioranza, firmato sia da Grassi che da Ferrero, a questa questione non si fa
neppure cenno, nè per discuterla, nè per respingerla, né per proporre delle varianti. Semplicemente
non se ne parla, come se il problema non esistesse. E ciò appare persino surreale, per non dire altro.
Si è detto giustamente: chi non vuole un solo partito comunista in verità non ne vuole nessuno, e ha
in mente altri sbocchi, come appare ogni giorno sempre più evidente.

QUALE PARTITO COMUNISTA

8.La ricostruzione non è questione di breve periodo, ma un processo lungo e graduale, con una serie imprevedibile di tappe intermedie, cui vogliamo contribuire, senza presunzione e con la coscienza dei nostri limiti, anche con questo congresso. Esso non può disegnarsi astraendo dalla situazione storica determinatasi negli ultimi vent’anni. Va bandito in proposito ogni idealismo, ogni estremismo velleitario e infantile di chi teorizza di progetti di nuovi partiti rivoluzionari e non si pone il problema – che dovrebbe essere elementare per un marxista, per un materialista – per cui fare politica in una società come questa richiede ingenti risorse (dell’ordine dei milioni di euro ogni anno), se si vuole essere in grado di sorreggere una strumentazione che abbia un minimo di influenza di massa.
L’autofinanziamento può venire nell'immediato dal finanziamento pubblico, e questo suppone una presenza elettorale e istituzionale che dà soldi, strumenti, visibilità mediatica; il che impone anche – con queste leggi elettorali – una tattica elettorale non isolazionista, sempre con piena indipendenza politica e strategica. Così fanno del resto, negli altri paesi del mondo con sistemi elettorali non pienamente proporzionali, pressochè tutti i partiti comunisti di ispirazione leninista, che utilizzano
la presenza istituzionale e le risorse finanziarie e di presenza mediatica che essa garantisce, per volgerle a favore del processo di ricostruzione del partito stesso e del suo radicamento sociale.
E' anche vero che, se non si vuole dipendere strategicamente dalla dimensione elettorale e istituzionale in modo assoluto e strutturale, va posto (in tempi medi) l’obbiettivo di un autofinanziamento indipendente. Non accettiamo la tesi rinunciataria per cui: fuori dalle istituzioni è tutto finito, ma certo ne prendiamo seriamente in considerazione, senza faciloneria, l'intima verità interna.

9.Dobbiamo interrogarci sul perché, dopo la fine del PCI, i comunisti, nelle più diverse collocazioni, non siano stati in grado di porre le fondamenta teoriche, politiche e organizzative su cui ricostruire un partito comunista adeguato alle condizioni della società italiana. Nel contempo dobbiamo riprendere la riflessione sulla storia del PCI e fare i conti con le ragioni di fondo della sua mutazione genetica e coi processi degenerativi che hanno investito drammaticamente la storia del comunismo italiano. In questi ultimi vent’anni, infatti, la nostra storia, nelle sue diverse articolazioni, priva del collante di un pensiero forte condiviso, è stata segnata da un susseguirsi di fratture.

10.Per noi il significato di “partito comunista” ha un preciso riferimento nell’elaborazione leninista e in quelle di Gramsci e Togliatti, anche se – nelle concrete condizioni storiche politiche in cui ci troviamo ad operare – la forma partito alla nostra portata è più simile a quella del Pcd'I dei Gramsci e Togliatti delle Tesi di Lione, che non al partito nuovo sorto dalla guerra di liberazione. Tali riferimenti vanno costantemente e coraggiosamente attualizzati. Il partito assume sempre una forma storicamente determinata. Il modello non può essere dato una volta per tutte.

11.Essenziale è la selezione e formazione dei quadri, che non si improvvisano. L'obiettivo di una scuola quadri permanente e strutturata, centralmente e con articolazioni territoriali va raggiunto e preservato nel tempo. Ad esso può contribuire anche l'Associazione Marx XXI, alla quale vogliamo collaborare insieme ad altre soggettività.

12.Non pensiamo certo illusoriamente di “ricostruire il PCI” (evitiamo rappresentazioni caricaturali del nostro progetto): semmai di attingere alla parte migliore e più attuale della sua esperienza. La crisi politica e ideale del movimento operaio è andata così a fondo, il contesto storico-politico e sociale è così cambiato, che pensare di ricostruire un grande partito comunista “di massa” come quello sarebbe oggi velleitario. Come dimostrano le esperienze più avanzate, nei paesi a capitalismo maturo la priorità è quella di ricostruire un nucleo sociale e di classe consapevole, che sia la base sociale di una forza politica di avanguardia e con vocazione di massa come il partito comunista. Il che impone oggi un livello di coscienza soggettiva dei militanti superiore a quello che in altre fasi storiche conduceva i proletari ad aderire più facilmente ai partiti portatori di una prospettiva socialista.

UN PARTITO DI QUADRI E DI MILITANTI, CON UNA LINEA DI MASSA

13.Quello che oggi è non solo possibile ma necessario è l'avvio di un processo di ricostruzione di un partito di quadri e di militanti con influenza di massa (quindi con una linea, una cultura e una sensibilità di massa, non un gruppetto testimoniale e minoritario nella sua logica e nel suo stile di lavoro). Un partito che, pur non essendo grande in termini di iscritti e di voti, sappia organizzare una presenza efficace dei suoi quadri nella società, nel sindacato, nei più diversi organismi di massa, e quindi sia capace di esercitarvi una influenza di massa. Non vi è rapporto meccanicistico tra il numero degli iscritti e l’influenza sociale. Ciò suppone la riorganizzazione una rete di quadri intermedi – un nucleo dirigente per ogni provincia - con legami, influenza e prestigio di massa, con capacità di direzione e costruzione di un lavoro di massa, fortemente centralizzati e in sintonia col gruppo dirigente nazionale, tra loro solidali, fuori da ogni dinamica di competizione frazionistica.

14.Poiché il conflitto di classe si dispiega innanzitutto nei luoghi di lavoro è da qui che bisogna ripartire. Le cellule nei luoghi del conflitto sociale diventano oggi più di ieri una necessità: nuclei anche di modesta entità, ma con una lucida capacità di direzione politica e di organizzazione. Le sedi territoriali dovrebbero essere i luoghi di coordinamento e direzione politica di questi nuclei, non più sedi uniche di una militanza di partito slegata dal conflitto sociale. Anche il tesseramento va concepito non come una routine burocratica, bensì una ulteriore occasione di incontro, discussione e contatto con i quadri più dinamici e combattivi che emergono dal conflitto sociale. Lo stesso tema dell’immigrazione va affrontato superando un approccio meramente solidaristico. I lavoratori immigrati sono ormai parte integrante del proletariato metropolitano; e con questa consapevolezza occorre rapportarsi a loro, come parte non marginale di un nuovo blocco storico da costruire. Ciò richiede una presenza effettiva nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, e un’azione diretta e visibile da parte di nuclei di militanti riconosciuti di quelle comunità.

15.Dobbiamo adeguare la nostra organizzazione, renderla accogliente e agibile da chi ha lottato in questi mesi per il cambiamento (studenti, precari, beni comuni..). La perdita di credibilità della forma partito ci interroga su quale sia la forma possibile oggi per contrastare una tendenza, che spesso sfocia nell'antipolitica, funzionale alle forze reazionarie. Solo una grande attenzione verso i giovani può garantire il futuro alla nostra organizzazione.

16.Rafforzare il legame del partito nella società, significa anche formare noi stessi all'utilizzo sistematico di una strumentazione moderna ed efficace, su cui scontiamo una grave arretratezza. Va approntata una rete di rapida comunicazione informatica fra i militanti, e dei militanti verso un'area più vasta di referenti nella società. Va costruita cioè una rete di comunicazione alternativa, rinunciare alla lotta per una presenza democratica nei mezzi di comunicazione pubblici.

17.Il rapporto con i movimenti è fondamentale. In essi si formano coscienza politica, militanza e passione politica che, però, spesso si pongono in maniera ostile verso gli attuali partiti. Una spinta che trova le sue ragioni anche nell’incapacità dei partiti di rappresentare le istanze e le critiche di cui si fanno portatori i movimenti sociali o nel tentativo di risolvere il rapporto tra partiti e movimenti con la cooptazione dei leaders nelle istituzioni. Per noi è anzitutto centrale il movimento di classe dei lavoratori, ma occorre parimenti uno sforzo per ricomporre unitariamente la parzialità delle lotte di tutti i movimenti. Molti militanti e quadri possono ritrovare così le ragioni per continuare ad agire nei movimenti trovando nel partito il soggetto in grado di portare a sintesi le lotte, superando, così, la separazione tra sociale e politico.

18.Oltre ai modelli organizzativi è fondamentale riscoprire il valore della nostra diversità, a partire dai comportamenti individuali. Va evitato il cumulo d’incarichi e di ruoli dirigenti politici e istituzionali, sapendo che non si combatte con le prediche la tendenza al carrierismo, se poi si consente che tra incarichi istituzionali e di partito ci sia un grande divario di retribuzione. È una questione vitale, morale e politica insieme, per recuperare credibilità popolare e giovanile alla dimensione della politica e dei partiti, oggi circondati da forme esasperate di insofferenza a prescindere.

19.Sentiamo l'esigenza di attualizzare ma non liquidare il principio del “centralismo democratico”, oltre ogni residuo burocratico, con la costruzione di una struttura partecipata in cui la piena libertà di discussione si accompagni ad un forte senso della disciplina e dell'autodisciplina. Una democrazia interna che escluda sia i meccanismi del maggioritario, sia un deleterio correntismo, e permetta a tutti di esprimere fino in fondo il proprio punto di vista, senza schieramenti precostituiti e senza remore, ma che impegni tutti di fronte alle scelte collettivamente prese. Solo così si garantisce anche chi di volta in volta esprime posizioni di minoranza. Il partito va inteso come una struttura unitaria, che lavora per fare sintesi delle posizioni, non un calderone di gruppi e fazioni in lotta tra loro. La discussione interna e la costruzione dialettica di una crescente unità politica e ideologica sono obiettivi da perseguire, non disvalori passatisti.

(Fausto Sorini è memebro dell'ufficio politico nazionale del Pdci)

Un Paese in crisi di Flavio Arzarello Lunedì, 24 Ottobre 2011 - 13:06 | Inviato da : redazione

Un Paese in crisi. Questa è la parola che meglio descrive l'attuale fase dell'Italia. Una crisi plurale: economica, sociale, istituzionale e culturale. Non si tratta, infatti, unicamente della versione italiana della crisi mondiale del capitalismo.
Certo, l'ubriacatura liberista che ha investito l'occidente dal '91 in poi, in cui il capitalismo è stato descritto come 'fine della storia', ha influenzato significativamente e modificato profondamente anche il nostro Paese: pensiamo alla fase delle privatizzazioni, della riforma delle pensioni, delle riforme del lavoro che hanno introdotto – e poi reso norma - la precarietà. Si è trattato di un coro da cui la sinistra post-comunista non si è sottratta, assumendo troppo spesso, in coerenza con i socialisti europei, il punto di vista dei 'vincitori' – così apparivano nel 1991 – della Guerra fredda.
Quindici anni di privato a tutti i costi, dimostrano che questa strada è fallimentare, anche da un punto di vista interno a questo sistema di sviluppo. Ad esempio, oggi, come se non si fosse imparato nulla dal recente passato, ci viene proposta, come strada per il rientro dal debito, la privatizzazione selvaggia di quel che rimane delle aziende statali.

In questi anni, le privatizzazioni hanno di fatto distrutto i settori in cui l'Italia era considerata all'avanguardia, spiegando in parte la drammaticità della crisi dalle nostre parti. Se guardiamo il nostro Pil negli ultimi 10 anni, non può sfuggire come la crescita sia stata ben al di sotto degli altri paesi europei: questo è successo perché l'economia nazionale, abbandonata alla libera 'scelta' dei privati, si è concentrata sui settori meno produttivi, puntando sui bassi salari e sulla contrazione dei diritti.
A causa della mancanza di politica industriale da parte dei governi nazionali, dello smantellamento dei grandi gruppi industriali, che erano quasi tutti pubblici, si sono affermate piccole realtà industriali, assolutamente incapaci di competere a livello globale.  I pochi grandi gruppi privati, Fiat in testa, non si sono fatti molti problemi a delocalizzare la produzione e a comprimere salari e diritti, complice una deregulation a livello nazionale ed europeo (si pensi alla direttiva Bolkestein) della legislazione con un profondo segno di classe. Un altro elemento fondamentale per comprendere lo stato del capitalismo italiano è la mancanza di investimenti sulla ricerca e sul progresso: i grandi gruppi tendono a investire capitali ottenuti attraverso la contrazione di debiti, quindi la gran parte dei profitti non viene utilizzata per l'ammodernamento e la ricerca, ma per ripagare i creditori. Basti pensare che in Telecom pubblica il 61,7% delle risorse era utilizzato per l'aggiornamento delle strutture e dopo la privatizzazione a tale scopo viene utilizzato solo il 31,8%.
L'interesse del padronato nelle privatizzazioni si può giustificare facilmente: infatti, nella grande maggioranza dei casi si trovano ad operare in regime di monopolio naturale, che garantisce facili profitti e nessuno sforzo per 'reggere la concorrenza'. Infine, privatizzare vuol anche dire potenzialmente abbandonare la struttura produttiva del nostro paese nelle mani di investimenti stranieri: non è per nulla detto, infatti, che si trovino investimenti italiani.
Una politica miope dunque, senza alcuna prospettiva per il futuro, nella quale si preferisce svendere per ottenere subito liquidità, rinunciando così a consistenti dividendi, che potrebbero servire per il welfare e i servizi.
Su questo terreno è necessario ripensare ad un offensiva teorica dei comunisti: le conseguenze della crisi hanno spazzato via – anche se pochi se ne sono accorti, almeno dalle nostre parti - i paradigmi del pensiero liberista: l'autoregolamentazione dei mercati e l'annullamento (o forse l'aiuto ai grandi gruppi economici?) dell'intervento statale.
La riflessione sul ruolo statale ci porta a svolgere alcune brevi considerazioni sull'Europa, dove viviamo fino in fondo le contraddizioni di una moneta senza Stato, in cui la Banca centrale, organo certamente non politico, impone le scelte ai governi nazionali. 
In questo senso si palesa il vulnus originale nella costruzione dell'Unione europea, quello di aver costruito solo la dimensione bancaria e monetaria, e non quella politica: non esiste una politica estera – pensiamo alla Libia -, una politica economica di tipo europeo, e in più con la moneta unica si sono privati gli Stati della leva monetaria. E inoltre, la 'Costituzione Europea', poi sussunta nel Trattato di Lisbona, che assume il punto di vista liberista come fondativo, non è certo stata votata da un'assemblea composta da rappresentanti eletti dai singoli Paesi.

Allo stesso tempo, è significativo che l'economie che non hanno risentito della crisi, Cina in testa, siano fuori dalle logiche liberiste.
L'idea della pianificazione statale, questa è la sfida, è tutt'altro che vecchia e superata, ma va rilanciata e attualizzata.
Lo stato non può essere pensato solo in funzione mitigatrice degli istinti peggiori del capitalismo, paradigma della socialdemocrazia, ma, in quanto unica 'entità' titolata a rappresentare la collettività, deve assumersi l'onere di scegliere i settori di investimento dei privati, i luoghi e anche di imporre investimenti in ricerca e tutela dei lavoratori.

Accanto all'ondata neoliberista in economia, certamente non a caso, è stato attaccato in questi anni il mondo dei saperi, che era diventato, lungo la nostra storia repubblicana, uno dei fiori all'occhiello del nostro Paese. Anche in questo caso, non si è solo assecondato lo spirito privatizzatore dell'UE (si pensi al Bologna process e al Trattato di Lisbona), ma si è operato con una violenza inaudita: la riforma Moratti prima e la riforma Gelmini poi, non hanno solo tagliato posti di lavoro e fondi, rendendo di fatto impossibile la vita nelle nostre scuole e università, ma hanno sposato in pieno il modello americano. Trasformare le nostre università in fondazioni di diritto privato le rende di fatto meno accessibili e unicamente funzionali alle logiche di profitto, che di solito, come si è visto in questi anni di nanocapitalismo, non coincidono con l'interesse generale.
L'originalità italiana, tuttavia, è il coincidere di questa fase con l'ascesa del fenomeno-Berlusconi. L'anomalia italiana, che ha segnato di sé gli ultimi vent'anni, è costituita dalla degenerazione di contraddizioni storiche e di sistema.
Un fenomeno, che non va letto come 'esterno' alla storia italiana, ma semmai in coerenza con alcune pulsioni autoritarie della nostra storia unitaria: non quindi un'invasione degli Hyksos, ma una buona approssimazione di un regime reazionario di massa.
 Quello che chiamiamo berlusconismo è un perverso intreccio di poteri economici, politici, mediatici, tutti racchiusi in una sola persona, caso unico in Europa.
Sono quattro le ragioni che hanno reso possibile lo scivolamento del nostro Paese lungo questo piano inclinato:


• Il craxismo prima, il berlusconismo poi, hanno cambiato nel profondo il senso comune e l'hanno plasmato secondo un sistema di valori che ha scardinato la dimensione di riscatto collettivo, affermando l'individualismo come unica strada possibile, veicolato in modo scientifico dai mezzi di comunicazione di massa. Infatti, dopo decenni di lotte e  di battaglia per l'egemonia del Pci, a partire dai luoghi di studio e di lavoro, l'idea che si potesse avanzare, sul piano sociale, culturale, anche personale, attraverso un percorso di conquiste collettive era radicata nella maggioranza degli italiani.
• Un avvitamento della crisi istituzionale: nonostante 'la Costituzione più avanzata del mondo occidentale', le istituzioni repubblicane si sono dimostrate del tutto permeabili al populismo incarnato da Berlusconi.
• Una corruzione crescente e l'illegalità eletta a sistema. Lo sbocco in cui l'Italia è sprofondata dopo Tangentopoli è stato il divenire 'regola' di quel sistema e di quelle prassi che il pool di manipulite aveva denuciato sul blocco di potere della prima repubblica.
• Una crisi della sinistra, che dopo la sconfitta dell'89, ha, nella sua parte maggioritaria, assecondato il pensiero dominante e si ha accettato i nuovi 'dogmi' del mercato.

Abbiamo vissuto quella che Gramsci avrebbe chiamato una 'rivoluzione passiva', che ci pone di fronte ai nostri compiti; in modo progressivo è stata colpita, indebolita, svuotata la Costituzione, frutto del compromesso alto tra le culture politiche vittoriose sul fascismo: quella comunista, quella socialista e quella democratico-cristiana.
L'obiettivo che i comunisti in Italia devono porsi in prima battuta è riportare al pieno rispetto della Carta che, per come la intendeva Calamandrei, rappresenta un vero e proprio programma politico e non un insieme di enunciati di principio.
Su queste basi oggi vogliamo concorrere all'alleanza democratica per battere Berlusconi, una scelta in piena coerenza con la storia dei comunisti in Italia, che sono stati spina dorsale della lotta al fascismo prima, alle mafie e al terrorismo poi.
Non nascondiamo le distanze tra noi e il PD, che oggi paga le fragili basi su cui si è fondato: un partito che ha deciso di recidere i propri legami con la classe lavoratrice, che oggi si trova dentro le compatibilità di sistema, e non appare disponibile a forzarle. Tuttavia, non possiamo non prendere atto della sconfitta storica del 'veltronismo', della vocazione maggioritaria, che ha portato, tra l'altro, il centrosinistra ai minimi storici e la sinistra, tutta, fuori dal Parlamento.
In questo quadro va salutata positivamente la disponibilità a costruire un'alleanza democratica contro  quello che per noi è il nemico principale.
Su questo terreno, in piena coerenza con la nostra storia, abbiamo il dovere di misurarci. Proponiamo alla coalizione 5 punti:

• riforma della legge elettorale e norme sul conflitto d’interessi;
• riduzione del precariato, tutela dei diritti del lavoro, aumento del livello dei redditi (cominciando dai salari più bassi e dalle pensioni minime), politiche per favorire lo sviluppo delle forze produttive;
• recupero dell’evasione fiscale, tassazione delle rendite finanziarie, patrimoniale e politiche fiscali per favorire l’occupazione; investimenti in ricerca, cultura, scuola, università pubbliche;
• innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni;
• valorizzazione del patrimonio culturale-artistico-ambientale; pubblicizzazione dei servizi e difesa dei beni comuni (comprese le risorse ambientali).
Sappiamo che le distanze esistenti sotto il profilo programmatico oggi sono tali da non consentire una nostra partecipazione all'Esecutivo in caso di vittoria dell'alleanza democratica. Permangono, infatti, distanze strategiche su punti importanti: sulla partecipazione dell’Italia alle guerre (art. 11 Costituzione) e sulla politica economica e industriale le posizioni del gruppo dirigente del PD sono diverse da quelle dei comunisti e delle forze della sinistra. Inoltre, bisognerà capire se e come saranno realizzati i tagli da 40 miliardi di euro l’anno, richiesti dall’UE secondo la sua linea gravemente antipopolare. Tuttavia, non accettare il confronto programmatico, nascondendoci dietro il paravento dell'accordo tecnico-elettorale sarebbe difficilmente comprensibile e rappresenterebbe il cedimento ad una cultura politica minoritaria.
Risulta evidente, che in questo quadro è necessario costruire la più stringente unità della sinistra: infatti, nonostante questi anni terribili la sinistra non è morta. E' viva, innanzi tutto nella società; lo dimostrano il grande movimento degli studenti, della pace, delle donne, le battaglie della Cgil, la vittoria straordinaria ai referendum e alle amministrative di maggio. Il nodo è l'insufficienza delle forze politiche oggi in campo di incrociare questa necessità di sinistra e riempire questo spazio tutt'altro che residuale.
Non tutta la sinistra aspira in modo consapevole al superamento del capitalismo, ma una piattaforma avanzata, che superi il politicismo con il quale si è operato negli anni passati e che consenta a ciascuno di non abiurare, ma anzi mettere a valore la propria identità, potrebbe liberare energie e riaccendere passioni.
La sfida principale è costruire la rappresentanza politica del mondo del lavoro, e ribaltare la modalità che si è percorsa in questi anni: ripartire dai contenuti che ci uniscono e non costruire involucri vuoti autoreferenziali.
Ci sono forze politiche e sociali che, a partire dall'imponente manifestazione della Fiom del 16 ottobre dell'anno scorso, condividono molto. Proponiamo a partire dai contenuti di quella piattaforma, dalla lotta al modello Marchionne, alle continue privatizzazioni, alla difesa dei beni comuni, della pace la costruzione di un processo unitario a sinistra: il contrario delle fusioni a freddo. Vogliamo inaugurare pratiche nuove, che aprano spazi di partecipazione, luoghi di discussione inclusivi, che favoriscano l'uscita dal minoritarismo.
La Federazione della sinistra è un tentativo in questa direzione, ma ancora insufficiente. Insufficiente perché ambiguo, un po' processo federativo a sinistra, un po' luogo unitario dei comunisti.
La Fds, che rappresenta un processo irreversibile, si deve rafforzare, mettendosi a disposizione di un più ampio processo unitario a sinistra.
Tuttavia, l'ostacolo principale a questo processo è la persistente divisione, del tutto incomprensibile e irrazionale, tra i due Partiti comunisti presenti nella Federazione.
Il processo del “movimento per il Partito del lavoro” avviato la settimana scorsa dalle associazioni Lavoro-Solidarietà e Socialismo 2000, al quale guardiamo con interesse e rispetto, va esattamente nella direzione della semplificazione.
Ribadiamo quindi, anche nel Congresso che celebreremo tra qualche settimana, la 'superabilità' del nostro Partito, la nostra volontà di metterci in discussione per unire i nostri partiti.
Proponiamo la ricostruzione di un partito comunista unitario e non di un generico aggregato anticapitalista perché è necessario, per dirla con Marx, porsi il tema della 'classe per sé', cioè della costruzione della coscienza di classe, che non può formarsi da sola.
Non c'è alcuna nostalgia, ma la volontà di portare le nostre idee, il nostro nome ed il nostro simbolo all'altezza della sfida di oggi.
Un partito che stia pienamente nel solco del comunismo italiano, che faccia tesoro delle lezioni di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, non settario, aperto ed inclusivo, che segni anche una diversità sul piano morale.
In questi tempi bui, si è sviluppata una distanza crescente tra le giovani generazioni e la politica, spesso intesa come strumento di autocollocazione. Il crescere di questa distanza è certamente funzionale alle classi dominanti.
Già Berlinguer, all'inizio degli anni '80, sottovalutato nello stesso Pci di allora, aveva denunciato come i partiti spesso rappresentassero “interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”.  Nel solco di queste considerazioni, per il nostro partito la politica deve rappresentare il mezzo attraverso il quale realizzare i nostri ideali.

(Flavio Arzarello è coordinatore nazionale della Fgci)

Una sfida al centrodestra di Ivan Strano Mercoledì, 19 Ottobre 2011 - 14:15 | Inviato da : redazione
Quanto esposto nel documento congressuale è abbastanza condivisibile. Tralascio le questioni internazionali non perché poco importanti, ma perché richiederebbero un lungo approfondimento, avallo totalmente le analisi sulla questione sindacale.

I punti cardini della proposta:
1)    Costruzione di un fronte democratico con le forze del    centro sinistra contro il berlusconismo
2)     unità della sinistra
3)     ricostruzione del partito comunista dalla Fds

rappresentano la base per una politica di sfida al centrodestra.
Partendo dal primo punto, come fu indispensabile l’alleanza di tutte quelle forze antifasciste per la sconfitta dello stesso, oggi l’alleanza democratica di tutte le forze del centro sinistra è prioritaria ed indispensabile per sconfiggere il “berlusconismo”, ed avviare una politica di alternativa per rimediare ai disastri causati da questo centro-destra sempre più totalitario, di stampo eversivo, vera cancrena per lo stato sociale.

L’impegno per la costruzione di un fronte democratico deve essere massimo, pur consapevoli delle diversità di base tra il Pd, maggiore partito di opposizione, e la Federazione della sinistra, che raggiungono l’apice sulle politiche del lavoro, sulle politiche sociali e sulle visioni internazionali.
Per queste ragioni, non si deve cadere nell’errore di mischiare l’alleanza democratica, da un alleanza di governo, preferendo una collocazione esterna al governo.

Bisogna confrontarci senza inibizioni o timidezze con i nostri interlocutori, ed i punti da proporre alla coalizione citati nel documento politico sono  importanti e qualitativi (riforma legge elettorale-norme conflitto interessi-recupero evasione fiscale-politiche del lavoro). Più, aggiungo, politiche a sostegno del mezzogiorno, in quanto la questione meridionale è sempre pulsante.

Le passate amministrative confermano che valorizzando quanto più ci unisce, siamo stati in grado in molte realtà di fornire un contributo determinante per la vittoria del centro-sinistra, ottenendo l’obbiettivo principe di riportare dentro le istituzioni, le ragioni dei ceti popolari, che spetta a noi l’obbligo di rappresentare
-Evitando la frammentazione, siamo stati percepiti utili, mettendo al servizio della coalizione il nostro bagaglio politico, e la nostra identità è stata valutata come un plus valore.
Queste sono state prove reali di unità a sinistra
Cosi come per unire a Sinistra, la struttura della Fds non deve essere ermetica, ma aperta al contributo e alle esperienze di altre forze, cercando di catalizzare sempre più parti della sinistra diffusa, e i tanti compagni senza partito, che oggi non si riconoscono in nessun contenitore frutto della frammentazione.
-Impegnandoci in un terreno comune anche con gli amici del Sel, si possono delineare:
1) i tratti di una dimora della sinistra,
2) un progetto politico forte, innovativo e credibile, capace di aprire all’interno del Pd una discussione politica e una seria riflessione, se inseguire le derive moderate e centriste, oppure guardare quanto a Sinistra si profila, e quanto la stessa possa offrire.
Una legge elettorale proporzionale renderebbe più fluido questo percorso, favorendo la via per un nuovo polo identitario, con in prospettiva l’autosufficienza, ma sempre entro gli argini del centro-sinistra.

Però, compagni. non possiamo pensare che l’unità della sinistra sia cosa distinta dall’unità dei comunisti. Il nucleo della discussione è proprio questo e, paradossalmente, si rivela l’anello debole della catena.
Da parecchi anni la linea politica dei Comunisti italiani propone la ricostruzione di un nuovo e unico partito comunista, con in primo luogo l’unione tra Pdci e Prc, in una Fds laboratorio di confronto politico e cantiere di idee, per far si che la stessa possa uscire dallo stato ibrido in cui oggi versa.

La proposta di superamento del Pdci e di Prc verrà formalizzata al congresso nazionale di fine Ottobre e mandata ai dirigenti di Rifondazione, di cui ci aspettiamo risposte positive, e non continui tentennamenti, derivanti da diatribe intestine, fra chi con poca lungimiranza preferisce curare ancora oggi il proprio orticello, con l’intenzione forse di barattare chissà che cosa, se non il nulla.
Superare le conflittualità con Rifondazione è primario, ma la responsabilità e la razionalità non può essere sempre unilaterale.
L’orchestra di Rifondazione deve mutare, perché tante sono le note stonate, a partire dal volersi considerare ad ogni costo unici custodi dei valori comunisti; cosi come non si possono celare le avversità dei “cugini coltelli” nei nostri confronti, con mezzi poco trasparenti e di prevaricazione,  assumendo spesso atteggiamenti settari, alimentando lo scontro frontale, violando le regole basilari dell’essere comunisti. Tutto questo, oltre a creare divisioni, ci rende vulnerabili e poco credibili agli occhi di quanti ci osservano, creando anche nei nostri militanti una condizione depressiva e di stanchezza.
Nel contesto odierno l’unità dei comunisti per l’unità della sinistra è una necessità politica, proprio per questo non si possono più tollerare settarismi e prevaricazioni da parte di chi dovrebbe fare una lunga riflessione sulla propria appartenenza e sul proprio essere comunista, e magari cercarsi uno schieramento più consono al proprio agire politico e morale.

Dobbiamo pur tra queste difficoltà adoperare tutto l’impegno per superare questi conflitti,  continuare la nostra politica unitaria, facendo leva su chi in Rifondazione condivide questa nostra impostazione. Poi se risposte non verranno, di certo non possiamo fossilizzarci, ma dobbiamo avere ancora una volta la capacità e la forza di elaborare nuove soluzioni.


                                  


 



 

 
Un Partito comunista legato alla classe di Fosco Giannini Venerdì, 07 Ottobre 2011 - 15:02 | Inviato da : redazione
Da oltre vent’anni si pone, in Italia, la questione comunista. Si pone a partire da due consapevolezze: da una parte quella che un Partito comunista capace di  sostenere e organizzare il conflitto sociale e politico e capace nel contempo di tenere aperta la strategia per il socialismo, è un’oggettiva necessità sociale e storica; d’altra parte, la consapevolezza della debolezza soggettiva dell’attuale movimento comunista italiano, che ereditando le macerie di quel nefasto e lungo processo di decomunistizzazione apertosi nell’ultima fase del PCI e protrattosi – come una lunga marcia funebre - attraverso l’occhettismo e il bertinottismo, si trova oggi nella non facile condizione di lavorare sia alla delineazione di un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, che alla costruzione di una più forte organizzazione, ad un più profondo radicamento nei luoghi di lavoro, nei territori e nella società, ad una più incisiva ed estesa capacità di trasformazione sociale.
 
Mai come oggi, e di fronte all’ormai evidente e fragoroso fallimento del progetto politico e teorico della rifondazione comunista (parliamo, appunto, del fallimento del “progetto”, quello che tutti ci accomunò dopo la fine del Pci, non parliamo del PRC, anch’esso – d’altra parte – in grandi difficoltà),  la questione della ridefinizione di un profilo teorico, analitico e programmatico del partito comunista, è questione decisiva e centrale.
Tornano in mente, a partire da questa esigenza, da questa consapevolezza, le aspre battaglie condotte da Lenin –a partire dal “ Che fare ? ” – per imporre la centralità della questione teorica (“non vi è movimento rivoluzionario senza pensiero rivoluzionario”), obiettivo – quello di Lenin – fortemente osteggiato, anche nei primi anni del 900 ( il “ Che fare?” è del 1902-1903) e in nome  “del movimento è tutto”, anche da forze tra le più avanzate di allora. Basti pensare a quanto lottò, contro l’assunto leninista, un giornale importante come il  “Rabocee Delo” (a dimostrazione di quanto quasi nulla sia nuovo sotto il cielo, anche la sottovalutazione, e persino lo sprezzo, per il lavoro politico – teorico).
 
Vogliamo subito asserire che il Documento per il VI Congresso del nostro Partito, indipendentemente persino  dal livello politico e teorico raggiunto, indipendentemente dai punti critici che potranno essere messi in luce, è essenzialmente e inequivocabilmente segnato da una volontà, scientemente e chiaramente perseguita dai suoi estensori: la volontà di contribuire – come già aveva fatto e fa il libro “ Ricostruire il Partito comunista” – alla ridefinizione del profilo politico e teorico mancante.
Non un Documento di routine, dunque, ma un lavoro che per la sua organicità e voluta complessità e pregnanza opera un cesura con molti lavori del passato, candidandosi a svolgere il ruolo di secondo mattone (dopo il libro di Diliberto, Giacchè e Sorini) per un’aggiornata edificazione di un pensiero comunista forte, che naturalmente non liquidi ma metta a valore – seppur, quando serve, criticamente - la grande cultura e la grande storia del movimento comunista del 900.
 
Già nell’Introduzione si evince con chiarezza che nulla vi è di consueto o routinario: E’ scritto: “Con questo Congresso scegliamo autonomamente di essere “superabili” e, pertanto, ci mettiamo a disposizione della ricostruzione di un nuovo e più forte Partito comunista, a partire dall’unificazione con il Partito della Rifondazione Comunista...”.
E’ la conferma della proposta dell’unità dei comunisti e del progetto della ricostruzione e del rilancio di un Partito comunista, sì unitario ma completamente autonomo dal punto di vista teorico, ideologico, organizzativo, strategico dalla costellazione delle “sinistre”, che pur vanno unite nella battaglia contro questo inquietante e corrotto regime berlusconiano.
Una scelta, una linea, non da poco, certo non estemporanee, poiché messe meritoriamente a fuoco e praticate dal gruppo dirigente del PdCI sin dall’adesione all’Appello per l’unità dei comunisti dell’aprile 2008 e nello stesso Congresso di Salsomaggiore. Una scelta controcorrente, che sfugge alla spinta omologatrice dei tempi, sfugge alla sirena della “sinistra vaga”, delle “sinistre vaghe” – con tutti gli aggettivi possibili, ma vaghi – dotando oltretutto il  PdCI di una linea politica netta, capace di costruire unità interna, capace di suscitare l’interesse di aree comuniste esterne e senso strategico. E diciamo questo con cognizione di causa, poiché purtroppo vediamo come la mancanza di una linea chiara, ad esempio, crei molti problemi e gravi contraddizioni all’interno del PRC, ancora incerto su quale strada percorrere: rilancio del progetto di Rifondazione? Di una rifondazione bertinottiana? Post- bertinottiana (quale, poi...)? Di una Die Linke italiana?
 
Ed è anche nel primo capitolo (Capitalismo e Socialismo) che si tocca con mano lo sforzo costruttivo, anche creativo, degli estensori, che sfuggono alle sirene liquidazioniste e alle deleterie apologie della storia comunista:
“Affrontare con serietà la questione del socialismo nel XXI secolo significa fare i conti rigorosamente con l’esperienza complessiva del socialismo e del movimento comunista del 900”. Ma anche: “Il crollo dell’URSS non rappresenta né la fine della storia, né la fine del movimento comunista”. Si invita a studiare ciò che è stato per mettere a valore i meriti e i molti punti positivi delle esperienze che nascono dalla Rivoluzione d’Ottobre e non a cancellare una storia per ammainare una bandiera. Nel contempo non si vincola la storia attuale e futura del movimento comunista al crollo sovietico; non ci si consegna ad un filosovietismo di maniera secondo il quale – scomparsa l’URSS e il campo socialista – verrebbe meno la possibilità della ricostruzione di una forza comunista in Italia. Ricollegandosi con ciò al Gramsci segnato dal connubio oggettività delle cose – azione soggettiva, riconsegnando  ai comunisti il loro ruolo soggettivo, da svolgere – ora e domani – sul piano nazionale e mondiale. E lo stesso socialismo non viene riproposto come una mera “coazione a ripetere”, ma come la risposta razionale alla crisi e al fallimento storico del capitalismo: “L’esigenza di riproporre, alle soglie del terzo millennio, la questione  del socialismo, nasce non dall’utopia, ma dalle contraddizioni vecchie e nuove che il capitalismo in quanto tale è incapace di risolvere”. Il rifiuto del progetto socialista, del senso del Partito comunista come “coazioni a ripetere”, come inclinazioni teologiche non è cosa da poco. E  la riproposizione del socialismo (e del Partito comunista) come risposte razionali ai processi di spoliazione su scala mondiale dell’imperialismo, come risposte al suo sistema di guerra, è l’anticipazione di un atteggiamento antidogmatico e materialista che potrà essere applicato sia verso la definizione analitica del presente che in relazione al lavoro progettuale.
 
Uno dei capitoli più pregnanti ( e in netta controtendenza rispetto a certa inclinazione di stampo idealista, politicista e tutta appiattita sul contingente nazionale di molti documenti congressuali dell’esperienza comunista successiva al PCI) è quello intitolato “La crisi dell’economia reale”. Qui viene analizzata l’ultima, trentennale, fase capitalistica, sino a giungere alla crisi mondiale del 2007. Qui viene recuperata appieno, in forma dinamica, analitica e non accademica, la categoria dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, anche come griglia di lettura delle dinamiche e delle contraddizioni dell’attuale capitalismo mondiale. Una scelta non da poco, se si pensa ai tentativi possenti di derubricare la categoria leninista dell’imperialismo non solo “a sinistra”, ma all’interno stesso del PRC. Ed è con la riassunzione piena della “questione imperialista” che si volta pagina, puntando anche ad uscire da quell’ambiguità teorica – che ha segnato una parte non secondaria dell’esperienza comunista italiana, tendente a subordinare la scienza alla sovrastruttura – in cui alto è stato il rischio di invischiarsi in un idealismo umanista tendente a rimuovere l’impostazione marxista e materialista.
Il recupero pieno, nel Documento politico, di un linguaggio e di uno stile analitico che finalmente sono più accostabili alla lezione di un Antonio Pesenti, di uno Sraffa, invece che a quella di un militante “toninegrista”, riconsegna ai comunisti una base materiale di lettura della realtà macroeconomica di cui si sentiva davvero e da tempo la mancanza.
 
Con la stessa impostazione neomaterialista, peraltro, si affrontano nel Documento anche le questioni dell’Unione europea e della natura del capitalismo italiano. L’Unione europea non più interpretata solo come eventuale contraltare dell’imperialismo USA, ma come soggetto dal  carattere “neoimperialista”, carattere peraltro del tutto guadagnato sul campo e sulla pelle dei popoli europei. E la definizione del capitalismo italiano come “nano capitalismo” non è certo accademica,  ma tendente a configurare un capitalismo per molti versi ancora straccione, incapace di concorrere sul piano internazionale con i poli capitalistici forti e volto dunque, per mantenere il proprio saggio di profitto, ad un supersfruttamento operaio, all’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Un nano capitalismo che non evoca certo una possibilità immediata di compromessi neokeynesiani e chiede piuttosto – per l’asprezza particolare del conflitto di classe che suscita – che sia in campo un Partito comunista dal carattere conseguentemente antimperialista, anticapitalista, votato essenzialmente al conflitto sociale. Contro l’egemonia Usa e della Nato; contro le politiche iperliberiste dell’Unione europea; contro il potere capitalista italiano.
 
Fortemente innovativo, dal punto di vista dell’analisi complessiva proposta, è il capitolo “ L’ascesa della Cina”.
Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
In molti continuano a rispondere in modo affermativo a questa domanda. Poiché pensano che la poderosa ascesa della Cina sia dovuta ad una presunta conversione al neoliberismo. Domandiamoci allora: perché mentre la nostra economia è in crisi, la Cina cresce a ritmi vertiginosi?
Alcuni rispondono che ciò avviene per una sorta di concorrenza sleale che consente alla Cina di attrarre capitali stranieri grazie alla sua enorme riserva di manodopera a costi notevolmente inferiori a quelli dei Paesi sviluppati. È fin troppo facile controbattere che nel mondo vi sono tantissimi altri Stati che hanno a disposizione infiniti eserciti industriali di riserva, ma che nessuno di essi riesce ad esercitare la stessa forza attrattiva della Cina. La risposta, dunque, è che la Cina non è come questi Paesi, ma un paese ad orientamento socialista e con una economia mista in cui convivono piano e mercato, e con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte strategiche dello sviluppo”.
Sarà forse un po’ pleonastico, ma credo valga davvero la pena citare questo incipit del capitolo sulla questione cinese, un incipit denso che ha già in sé la forza di rovesciare assunti deboli, pigri e fondamentalmente subordinati alla cultura dominante, che sulla Cina dilagano anche a sinistra e in non marginali aree comuniste italiane. Il punto di vista di chi scrive è che anche in relazione alla questione cinese il Documento congressuale recuperi un approccio materialista, una visione concreta del quadro mondiale (capire il ruolo che la Cina svolge, con tutto il Brics, nei positivi cambiamenti dei rapporti di forza mondiali, in senso antimperialista) che un approccio idealista non permetterebbe e non permette di scorgere.
E anche il modo, lo stile, col quale il capitolo si chiude è fortemente apprezzabile, poiché spinge i comunisti del XXI secolo a non subordinare la propria azione soggettiva ad altri e nuovi “ fari”. E anche qui conviene la citazione: “Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con la volontà di aprire un confronto. Non spetta a noi, infatti, dare attestati di comunismo alla Cina, né dire ai cinesi come dovrebbero realizzare il socialismo in un Paese da un miliardo e trecento milioni di persone, né attribuire alla Cina e al suo Partito Comunista il ruolo di modello per il mondo, per altro non replicabile nell’Europa e nell’occidente del capitalismo avanzato. Non esistono Stati o partiti guida né sono oggi pensabili forme di organizzazione come quelle che in altri contesti storici caratterizzarono l'esperienza della Terza  Internazionale. Spetta a noi, invece, riconoscere che la Cina sta dando un contributo decisivo a rimettere in moto la dialettica della storia contro chi la voleva finita”.
 
L’offensiva unitaria verso il PRC – per l’unità dei comunisti – è rilanciata con nettezza d’intenti nella parte conclusiva della prima parte del Documento. Un’offensiva unitaria alla quale segue – dialetticamente – il progetto (centrale) della costruzione del Partito comunista.
La categoria del Partito come “intellettuale collettivo” (sulla quale e a lungo si è incentrata la carica distruttiva del bertinottismo e del vendolismo);  la democrazia interna al Partito comunista; il rapporto ineludibile del Partito con le forze e con le spinte sociali “orizzontali” e con i movimenti di lotta; il ruolo da vivificare, sul piano dell’azione sociale e di lotta, delle sezioni territoriali; la centralità dell’organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e nel cuore del conflitto capitale-lavoro (le forme d’organizzazione leniniste e gramsciane da troppo tempo dismesse nel movimento comunista italiano, dal PCI degli anni 70 in poi, alle successive organizzazioni comuniste del nostro Paese); la questione – determinante – di una scuola quadri, cioè dell’elevazione della coscienza (una coscienza critica, volta sia ad aumentare il livello culturale dei militanti e dei quadri ma anche a sconfiggere i deleteri fenomeni di conformismo interno e subordinazione ai capi di Partito: ci ricordiamo come il 70% dei delegati al Congresso di scioglimento del PCI, quello del 3 febbraio del 1991, si sottomise un po’ miseramente alla volontà del capo, di Achille Occhetto?); la necessità estrema della messa a valore dei quadri femminili nel partito; la stessa questione di genere:  tutto ciò per costruire un Partito che aderisca il più possibile alle pieghe del reale e non faccia della presenza istituzionale l’unico totem politico, ma per costruire un Partito che individui essenzialmente nelle lotte, nella capacità di stare in piazza, di fronte e dentro le fabbriche e nei luoghi di lavoro e di studio, nella lotta antimperialista, contro le guerre e la NATO il terreno privilegiato dell’organizzazione del proprio consenso sociale e politico.
 
D’altra parte la fase che si preannuncia non è delle più semplici: la nostra giusta posizione volta a contribuire – in una vasta alleanza democratica, comunista e di sinistra – a battere le destre (senza per questo, oggi, scegliere la strada del governo con le forze dell’attuale e ultramoderato centro sinistra) viene in questa fase messa in discussione da una poderosa ala del PD e da parti non secondarie del centro sinistra, che vorrebbero tenerci fuori da questa alleanza (linea Veltroni, quella della sconfitta e della vittoria delle destre). E certo i comunisti – oltreché insistere per svolgere, da comunisti, con le loro idee e le loro proposte, il proprio ruolo nell’alleanza anti Berlusconi – non possono non demordere dal proprio compito centrale: ricostruire il Partito essenzialmente nella lotta sociale, nel conflitto di classe, legandolo alla classe e al movimento operaio complessivo. Come essenziale e primaria garanzia del loro rilancio e del loro ruolo futuro. Come primaria garanzia di riallacciare gli ormai consunti legami di massa, divenire il punto di riferimento dei lavoratori, degli emarginati, degli immigrati e delle nuove generazioni.   
 
Una nuova lotta per l’egemonia di Alexander Höbel Venerdì, 07 Ottobre 2011 - 14:42 | Inviato da : redazione

Ci accingiamo a tenere questo congresso in quello che si presenta come un punto di svolta della nostra storia recente. La gravissima crisi economica in atto, che rimanda a una vera e propria crisi sistemica del capitalismo; la fine dell’ubriacatura neoliberistica degli anni scorsi, il venir meno della cieca fede nel mercato che ha animato la gran parte delle forze politiche e culturali dopo il 1989-91; in Italia la disgregazione del blocco sociale berlusconiano: questi e altri elementi segnalano che una fase nuova si sta aprendo.

Il paradosso di questa situazione, che apre spazi immensi all’iniziativa dei comunisti, è che mai come in questo momento ci troviamo in una condizione di difficoltà e di lontananza dai nostri stessi referenti sociali (sui quali peraltro occorrerebbe un’analisi attenta). È proprio in queste fasi, affermano giustamente le Tesi, che va messa in pratica “la capacità dei comunisti di indicare le soluzioni migliori alle grandi contraddizioni”, nel nostro paese e “su scala mondiale”. È giunta l’ora, cioè, non solo di ribadire la insostenibilità del capitalismo, il prevalere al suo interno delle tendenze distruttive, cosa che inizia a diventare senso comune; ma anche di rilanciare la nostra proposta alternativa e i passaggi intermedi per praticarla. E se è vero che sul piano internazionale “la formazione di poli pubblici produttivi, tecnologici e finanziari” inizia a creare un contesto nuovo, allora anche in Italia e in Europa è forse possibile riparlare di programmazione democratica dell’economia, nel quale un nuovo protagonismo degli Stati nell’economia (in termini di ampliamento della proprietà pubblica, ma anche di una presenza incisiva nel mercato finanziario) si affianchi a un nuovo controllo sociale sulla spesa pubblica e sulle amministrazioni locali (rendendo concreto il tema della “democrazia partecipata”), a forme di partecipazione popolare nella gestione dei servizi. È questa, peraltro, una strada a suo tempo percorsa dal PCI, che nell’intreccio tra ruolo dello Stato nell’economia e ampliamento della partecipazione di massa declinò quella democrazia progressiva che è ancora inscritta nella nostra Costituzione.
Certo, per fare questo, occorre avviare su scala continentale la battaglia proposta dalle Tesi “per restituire alla sovranità popolare tutti i poteri e le decisioni che in Europa sfuggono a ogni controllo democratico”, il che richiede un rilancio dell’internazionalismo e un maggiore coordinamento tra le forze comuniste. Ma dobbiamo agire anche su scala locale, qualificando la presenza dei comunisti nelle amministrazioni locali con forme di consultazione periodica dell’elettorato, di informazione reciproca tra eletti ed elettori, in modo da contribuire a ridurre quella distanza che oggi dà fiato all’“anti-politica”, domani magari a “governi tecnici”.

Bisogna però dare le gambe a questi progetti, e qui c’è il grande tema della ricostruzione del Partito comunista. In questo quadro penso che dovremmo far uscire dal nostro congresso anche delle indicazioni concrete. Bisogna cioè affrontare il problema del come fare politica oggi, in realtà lavorative frammentate dove lo sfruttamento è aumentato a dismisura, nella selva dei lavori precari senza orari e festività, in territori sempre più atomizzati, commercializzati e degradati. Su tutto questo occorre una riflessione, ma anche una formazione dei quadri, che andrebbe organizzata in modo capillare: una formazione concreta, che parta anche dal come costituire una cellula, promuovere una lotta, gestire un sito internet; che chiarisca a noi stessi come organizzare il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti, come gestire le strutture del partito in modo collegiale, valorizzando tutte le energie.
Ma poiché il confronto si gioca anche sul terreno della battaglia delle idee, occorre un lavoro organizzato anche sul piano della formazione teorica e un rinnovato impegno dei comunisti sul terreno dell’elaborazione, della politica culturale, del dibattito pubblico, dei nuovi media; tutti terreni e strumenti di una nuova lotta per l’egemonia. Dobbiamo smetterla però di rincorrere il contingente, ridarci una elaborazione strategica su tempi medio-lunghi; e infine uscire dal chiuso della nostra cerchia, interloquire con gli altri e convincerli.

Credo che se faremo questo, se riusciremo a delineare e rilanciare una piattaforma alternativa, fondata sulla difesa del lavoro (superamento delle leggi sulla precarietà, tutela dei lavoratori intermittenti, nuovo stato sociale) e dell’ambiente, e su una proposta politico-economica generale (un nuovo modello di sviluppo), potremo affrontare nel modo migliore anche il problema delle alleanze. Potremmo scoprire cioè che sul piano sociale le nostre proposte sono popolari, rispondono a esigenze diffuse, alla necessità di un fronte vasto contro il grande capitale; potremmo scoprire che i comunisti possono tornare a fare egemonia. E affrontare con questa forza, con la nostra autonomia culturale e programmatica, il confronto con le altre forze politiche.


 

Torniamo al binomio "Autonomia e Unità di Nicola Atalmi Giovedì, 06 Ottobre 2011 - 14:40 | Inviato da : redazione

Il VI Congresso del nostro Partito, a livello territoriale come a livello nazionale, deve essere l’occasione per un rilancio della nostra proposta politica recuperando i valori ispirativi di fondo per i quali abbiamo dato vita nel 1998 al Pdci come soggetto politico autonomo sotto tutti i profili, ispirato dalla cultura comunista che ha avuto come suoi massimi esponenti i dirigenti italiani Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Enrico Berlinguer.
Sotto il profilo politico la legittimazione storica di tale scelta si fondava su due assunti irrinunciabili e indissolubili: essere la sinistra del centro sinistra ed essere la sinistra che unisce. L’abbandono di questi due assunti nella nostra elaborazione congressuale e nella nostra conseguente e coerente iniziativa politica possano portare ad una ulteriore e definitiva marginalizzazione dei Comunisti in questo Paese.
In particolare una rinuncia preventiva a ricercare un accordo organico e programmatico di governo dentro a un rinnovato schieramento di centrosinistra comporterebbe, con ogni evidenza, la rinuncia a essere “la sinistra del centro sinistra”, in sostanziale continuità con la sciagurata idea della “alternatività strategica” al PD e soprattutto al centro sinistra. Essa comporta, inoltre, la collocazione del Partito in uno spazio politico sempre più marginale e emarginato, tanto da rischiare di farlo percepire come inutile o, addirittura, inesistente.
Allo stesso modo, bisognerà porre con forza la questione dell’unità con l’altra realtà a sinistra, Sinistra Ecologia e Libertà, con la quale fino ad ora non siamo riusciti a costruire un fronte comune sia nelle lotte sociali che negli appuntamenti elettorali.
Credo anche che il Congresso dovrà anche essere il luogo dove fare una analisi seria e precisa dello stato attuale della Federazione della Sinistra che si è dimostrata nient’altro che un, peraltro non sempre fortunato, cartello elettorale egemonizzato nella linea politica, come nei pochi eletti ottenuti, da Rifondazione. Quest’ultima ha acuito in questi ultimi anni il suo atteggiamento settario ed autoreferenziale. Serve invece nel Paese una grande forza alla sinistra del PD, plurale, confederale e che comprenda noi, Rifondazione e SEL, capace di offrire rappresentanza politica al mondo del lavoro, una sinistra di classe come quella proposta nell’appello recente di Patta e Salvi capace di affiancare la Cgil nella lotta per non far pagare ai ceti popolari il costo della crisi.
È evidente, alla luce dei fatti, che oggi è necessario andare oltre le posizioni assunte al precedente congresso di Salsomaggiore quando teorizzammo l’inesistenza di un’altra sinistra tra i comunisti ed il Pd. Il processo di “ricostruzione del partito comunista” cui abbiamo intitolato il nostro congresso rischia di diventare uno slogan se non viene collegato all’attualità delle urgenze sociali ed economiche del paese. Va chiarito di conseguenza che non si tratta di un processo di ricomposizione generica dei comunisti, ma del rilancio della cultura dei comunisti italiani che si pone nel solco della via italiana al socialismo e nell’aspirazione al governo del paese, governo che in questa fase deve prima di tutto battere le destre e abrogarne le leggi peggiori.
Per questi motivi serve una discussione franca e trasparente che in questo Congresso riconfermi le ragioni fondative del PdCI, impegnandoci per un Partito e per un nuovo gruppo dirigente che sappiano essere e agire come sinistra comunista legata al nostro binomio fondativo di “autonomia ed unità” e con una esplicita vocazione di governo. Un Partito protagonista della riunificazione della sinistra, con un progetto politico coerente e perciò credibile ed efficace anche in termini di consenso elettorale. Un Partito che possa fare dei comunisti una componente inescludibile di qualsiasi alternativa alle destre. Un Partito capace di sollecitare gli iscritti e i militanti comunisti, compresi i delusi che si sono silenziosamente allontanati, a una rinnovata partecipazione alla vita del PdCI.

(Nicola Atalmi è segretario del Pdci del Veneto)

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