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Le mosche cocchiere di Vincenzo A. Romano Inviato da : redazione | Martedì, 05 Luglio 2005 - 19:21

Le mosche cocchiere diventano un freno per il partito

di Vincenzo A. Romano

5 luglio 2005

Un carrozzone tirato da sei cavalli saliva su per una via erta, rotta, sabbiosa. I viaggiatori erano scesi e facevano a piedi il tratto di strada per alleggerire ai cavalli il peso e la fatica; tuttavia i cavalli sudavano e soffiavano. Sopraggiunse una mosca.

“Per fortuna ci sono io” esclamò. (da “la mosca cocchiera” di Lafontaine).


Il lento e progressivo avanzare del Partito ed i risultati ultimi della “Camera di consultazione”, fortemente voluta dall’irrinunciabile tandem Cossutta-Diliberto, dovrebbero confortarci sul fatto che il peggio è passato e che “la sfida generazionale” teorizzata da Severino Galante sia sulla strada dell’attuabilità  a breve termine. Ma le croste della storia vissuta, che molti di noi ancora non riescono, e forse mai riusciranno, a togliersi di dosso stanno penalizzando questo piccolo partito che aspira a diventare grande, e che grande non sarà se continuerà a portare in sé, anche parzialmente, il germe del personalismo, della ambizione alla carica personale, alla dissimulazione della ricerca di un incarico istituzionale dietro la facciata della politica. Perché questo pare che stia succedendo in molti; il partito cresce, ma non abbastanza per soddisfare le ambizioni personali di una piccola fetta. Paradosso evidentemente, ma contemporaneamente realtà tangibile. Federazioni e sezioni sono minate da questo virus. Pare che piuttosto che alla rinascita del Pdci, all’impegno politico, alla commistione con la società (dal disoccupato all’intellettuale), alla discussione di metodi, programmi e procedure, a taluni interessi – di contro - la facile sistemazione in un incarico “visibile”. Il fenomeno non è nuovo in quanto già fu stigmatizzato nell’ottobre del 2004, ma pare abbia ripreso virulenza ora che il partito sta prendendo vigore ed attualizzando il proposito di una federazione della sinistra. Il meccanismo individuato, e lo rappresento per coloro cui non fosse chiaro, è quello analizzato negli anni settanta da Umberto Eco nel suo “Apocalittici e integrati”. L’assemblea “desiderante” del ’68. Accade nelle sezioni, e però anche a livelli superiori, che taluno apra una discussione non di metodo o di programma, ma di “assalto alla diligenza” tanto più virulento ed inconcludente quanto minore è il rigore politico delle argomentazioni ed insignificante la conoscenza della storia del partito (intendendo il PCI sin dal primigenio Partito Comunista d’Italia). E le motivazioni non sono di progresso, proposta o di mettere in comune ingegni, ma livorose recriminazioni di incarichi non assegnati, posti non ricoperti ed amici non sistemati. Il rovescio di un manuale Cencelli: recriminazioni del non avuto. Poco hanno a che fare con costoro richiami al programma, all’impegno politico, alla necessità di riconquistare le masse popolari dei poveri, degli sfruttati, dei deboli. Al culmine del ragionamento, quando le ragioni del partito e del movimento che rappresentiamo trovano una loro collocazione condivisa e realistica, le mosche cocchiere riaprono la discussione in un assurdo crescendo di una pantomima fine a se stessa. Discussione fine a se stessa, quando non abbia, peggio,  il fine di destabilizzare quadri e dirigenza e confondere la base. E’ la nuova “corrente” dei delusi “dell’incarico” e dei loro cuginetti livorosi; perché - diciamolo con chiarezza - parlano le truppe ma i (co)mandanti stanno ad aspettare. Parafrasando uno statista moderno: non si chiedono cosa debbano o possano dare al partito, ma cosa il partito non abbia fatto per essi. Ebbene non sono i compagni di viaggio che ci piace avere. In questa fase di crescita, lenta ma continua, abbiamo bisogno di impegno, studio, dedizione ed esempio da fornire alla nuova generazione cui vogliamo (e dovremo) passare la mano. I giovani si formano con l’esempio; tratto dalla storia delle lotte del socialismo per i più deboli, dal sacrificio di tantissimi che hanno creato un’Italia democratica ed antifascista alla quale non vogliamo rinunciare.