COMITATO CENTRALE: L'INTERVENTO DI ARMANDO COSSUTTA
Roma 16 e 17 luglio 2005
Care compagne e cari compagni, condivido pienamente la proposta politica avanzata in questo nostro Comitato centrale dal segretario Diliberto. E pienamente la sostengo. La proposta di Diliberto indica i nostri obiettivi politici per una fase fondamentale, quella da qui al 2006. Sarà una fase politica di movimento che potrà subire profonde modificazioni e comunque è destinata ad essere nodale per la vita ed il futuro del nostro Paese. Gli obiettivi del nostro partito sono in sintesi due: primo, contribuire a cacciare Berlusconi e la sua maggioranza e conquistare, conseguentemente, un governo democratico per il nostro Paese; secondo, costruire una sinistra in Italia ampia, unitaria, plurale.
Di fronte a questi obiettivi politici di portata immensa, paiono e sono del tutto assurdi i contrasti che si sono manifestati e si manifestano nel partito sui problemi della sua vita interna. Per cacciare Berlusconi e conquistare un governo democratico al Paese abbiamo la necessita, il dovere, di impegnarci a fondo all’interno dell’Unione di centrosinistra. L’Unione è l’unica aggregazione di forze democratiche che è in grado di ottenere questi risultati; in questa fase, certo, ma è una fase che potrà essere anche molto lunga e comunque tale fino a che non vi sarà un cambiamento radicale dell’attuale legge elettorale in senso proporzionale. E forse anche dopo. L’Unione è l’aggregazione delle forze democratiche di centrosinistra, l’unica in grado di vincere e di governare. E la indicazione e la scelta di Romano Prodi quale leader di questa aggregazione, è la linea che io credo sia la più giusta, la più concreta, la più praticabile. Ed è in questo senso che io vedo la candidatura di Prodi nelle primarie come la candidatura indispensabile, la migliore, la più idonea per vincere e governare il Paese. Queste primarie, al di là della valutazione fortemente negativa dello strumento, hanno come obiettivo di costruire il massimo di consenso attorno alla persona che è in grado di battere Berlusconi e governare l’Italia: è questa persona è Prodi. Prodi, come ha giustamente ricordato Tranfaglia, è uomo politico di centro che guarda a sinistra”, è uomo in grado di tenere assieme questa Unione, oggi per vincere e domani - e non sarà un’impresa facile - per governare il Paese. Non possiamo nasconderci che dentro l’Unione le differenze sono reali, sono espressione di distinzioni, in alcuni casi di vere e proprie divergenze. Governare il Paese tenendo conto di tutto questo richiederà saggezza, equilibrio, fermezza. Prodi più di altri offre queste garanzie e, comunque, la nostra partecipazione a quella maggioranza e a quel governo democratico sarà impegnativa. Al centro del nostro impegno nell’Unione e anche a sostengo di Prodi occorre non oscurare, anzi far emergere le nostre specificità, le nostre proposte, le nostre analisi. I nostri progetti debbono riuscire ad essere concretamente presenti nel programma elettorale del 2006. Nulla è scontato ed automatico. Dobbiamo avanzare nei confronti del programma elettorale del centrosinistra delle proposte che sottolineino il carattere e la natura del nostro ruolo, del ruolo dei comunisti. E ovviamente non solo nel programma elettorale ma anche nell’azione politica concreta. Vedo due questioni sulle quali la nostra azione dovrà essere incisiva anche se sarà difficile farla avanzare all’interno dell’Unione: la politica estera e la condizione socio-economica del Paese. Politica estera. Le differenze sono reali e sono serie. Mi riferisco in concreto alla questione irachena. Credo che la nostra posizione sia oggettivamente giusta e che essa possa determinare larghi consensi nel Paese e pesare nel momento in cui, vinte le elezioni come mi auguro, avremo la responsabilità di governare il Paese. Che cosa chiediamo? Chiediamo quello che l’Unione ha sempre chiesto: porre fine alla guerra. E per porre fine alla guerra bisogna porre fine all’occupazione. La nostra presenza o meno in Iraq dal punto di vista strategico e militare non ha assolutamente nessun peso. Ma dal punto di vista politico sì, perché il ritiro delle nostre truppe è un fatto politico prima che militare. È un segno politico che potrebbe incidere sull’atteggiamento degli altri paesi, a partire dagli Usa. Siamo rimasti, oltre alla Gran Bretagna, l’unico importante Paese d’Europa che partecipa a questa occupazione militare. Se l’Italia decide di uscire da questa presenza in Iraq può influire a porre fine a questa guerra infame, una guerra che non ha risolto, ma ha perfino aggravato ed accentuato uno degli aspetti più drammatici dell’epoca attuale che è quello del terrorismo. Non so se l’Unione riuscirà ad essere compatta in Parlamento, ma non dobbiamo avere incertezze sull’atteggiamento da assumere. Mi auguro che Prodi non si faccia portatore di una mozione o di un ordine del giorno dei moderati: mi auguro che riesca a distinguersi dalle posizioni che sono presenti in alcuni settori della Margherita e dei Ds. Se anche Prodi dovesse accettare le tesi di Rutelli, ovviamente si aprirebbero motivi di polemica che dovremmo esplicitare apertamente e non esiteremmo a presentare una nostra mozione che chieda il ritiro immediato. La nostra proposta è saggia, valida in se stessa ed utile per l’unità de l’Unione: non c’è bisogno di presentare nessun documento, l’insieme dello schieramento democratico decida di votare no al prolungamento della missione. È una posizione non semplice da ottenere ma sulla quale credo che dobbiamo attestarci fermamente. La questione irachena si collega strettamente all’accentuarsi del pericolo terroristico. Ho espresso in Parlamento a nome del partito una posizione molto critica a proposito delle proposte del ministro dell’Interno Pisanu. Non entro ora nel merito di quelle proposte alcune delle quali ovvie, altre da respingere, alcune da correggere, ma ho posto una questione pregiudiziale, che è squisitamente politica. Il terrorismo dell’epoca attuale è terrorismo globale, non ha nulla a che fare con il terrorismo politico degli anni di piombo, né quello nero - con infiltrazioni dei servizi segreti come la storia ha dimostrato - né con il terrorismo delle Brigaste rosse. Il terrorismo di oggi non ha niente a che vedere anche con quelle espressioni terroristiche che sono presenti in altre parti del mondo, con quel terrorismo di carattere, di origine, di ispirazione nazionale; il terrorismo dell’Eta, o quello, oggi meno presente ma con radici antiche, dell’Ira, oppure - uso l’espressione in modo improprio perché è cosa diversa dal terrorismo - con l’azione, la battaglia condotta in Palestina che è fondata anche su interventi che colpiscono la popolazione civile. Il terrorismo di cui oggi soffriamo è un terrorismo globale che si sviluppa in base a ragioni geopolitiche che vanno indagate culturalmente, economicamente, politicamente. In parlamento un deputato di Forza Italia ha voluto leggere un elenco di attentati terroristici di massa per dimostrare che tali attentati non hanno nulla a che fare con l’attuale situazione dell’Iraq perché quei terribili, tragici attentati sono tutti avvenuti prima della guerra in Iraq e addirittura prima dell’attentato dell’11 settembre a New York. Quel parlamentare si è dimenticato però di dire una cosa: tutti questi attentati sono successivi alla prima guerra del Golfo, al 1990. È con quella guerra che è cambiato il quadro globale della politica internazionale. Voglio ricordare alle compagne e ai compagni del Comitato centrale che in quell’occasione vi fu il primo atto di dissenso e anzi di separazione di una parte di noi dal Pci. Nel momento in cui il Partito comunista italiano decise di non opporsi a quella guerra alcuni compagni, 11 senatori del gruppo parlamentare del Pci, manifestarono apertamente, e per la prima volta nella storia di quel partito, il loro dissenso e votarono contro quella guerra. Vedevamo giusto, era la nostra un’analisi perfettamente corrispondente alla realtà. La questione che viene posta dal governo è inaccettabile, perché prescinde dal cercare le possibilità di attenuare, circoscrivere le possibilità di sviluppo del terrorismo. Le misure contro il terrorismo richiederebbero una azione politica che parta da una analisi oggettiva: dalla necessità di porre fine alla guerra in Iraq. E non solo. Occorre poi contribuire a porre fine alla vergognosa azione politica del governo di Israele che sta completando la costruzione del muro della vergogna che divide Gerusalemme e, cosa ignominiosa, che divide gli arabi dagli Ebrei e gli arabi in quanto arabi. Servono atti politici dunque non pannicelli caldi. Sulla politica estera e sulle nostre proposte possiamo raccogliere vasti consensi, realizzare una convergenza con i Verdi e Rifondazione e, comunque, ottenere possibilità di una udienza di una intesa all’interno dello schieramento democratico. Il secondo punto su cui dovremo concentrare la nostra azione è la gravità della condizione economica e sociale del Paese. Si accentuano le differenze tra le classi sociali, tra chi in questi anni si è arricchito enormemente e chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Queste questioni vanno affrontate con concretezza, nel rapporto con le altre forze del centrosinistra, ma anche qui non possiamo esimerci dall’affrontare con forza una questione preliminare: per costruire una diversa politica economica e sociale bisogna fare tabula rasa della legislazione del governo Berlusconi: la legge 30, la legge Moratti, la Bossi-Fini e così via. E poi c’è un tema cruciale: cosa intendiamo fare nei confronti della controriforma costituzionale? Camera e Senato hanno votato il testo di riforma in prima lettura. C’è da compiere la seconda lettura, che non prevede possibilità di emendamenti. Una volta concluso l’iter è possibile andare – entro tre mesi - ad un referendum confermativo, che non ha bisogno di alcun quorum. Ebbene credo che il centrodestra farà di tutto per evitarlo. Mentre nei mesi passati la Cdl accelerava i tempi, oggi ho la sensazione che vogliono prolungare e dilatare i tempi. Perché? Non vogliono che il referendum, che per loro potrebbe essere una sconfitta clamorosa, si svolga prima delle elezioni politiche. Temi di questa natura noi dobbiamo portarli al confronto con gli alleati di centrosinistra. Non sarà cosa semplice far avanzare le nostre tesi, le nostre proposte, ma su questa linea noi ci dobbiamo muovere con grande determinazione. La seconda questione che ci ha indicato Diliberto, che considero di grandissima importanza, è quella della costruzione della sinistra, una sinistra unita, ampia, plurale. Anche le iniziative personali che il segretario del partito ha assunto – e su cui vi sono state e vi sono interpretazioni e valutazioni diverse - hanno contribuito a rendere più evidente il tema e le possibilità di perseguire questo obiettivo della costruzione della sinistra. Vi sono delle ragioni oggettive che spingono per una convergenza, perlomeno sul piano elettorale. Non sarebbe ancora la costruzione di quella che chiamiamo confederazione della sinistra, ma circa una comune lista elettorale vi è una spinta reale per cercare una intesa determinata dalla costrizione della legge elettorale, una legge che con lo sbarramento rischia di penalizzare brutalmente il nostro partito e quello dei Verdi. Vi sono delle difficoltà relative alla questione del simbolo. Dobbiamo lavorare con intelligenza per poter garantire la presenza del nostro simbolo sulla scheda assieme a quello dei Verdi e sotto l’insegna dell’arcobaleno. Vi sono state e vi sono delle obiezioni, delle preoccupazioni sulla questione della presentazione della lista arcobaleno. Ci sono dei compagni che pensano che se dovessimo avere un simbolo che non si vede, o che si vede poco, o che dovesse addirittura sparire dalla lista, questo potrebbe rappresentare la scomparsa del nostro partito nella competizione politica. Preoccupazione legittima, comprensibile, ma vorrei dire a questi compagni che il partito lo difendiamo, ne garantiamo la presenza e la possibilità di sviluppo se noi non abbiamo rovesci elettorali che si potrebbero verificare non per critiche alla nostra politica che è - al contrario - sempre più apprezzata. Il nodo che non si può eludere è quello della legge elettorale, che fissa il quorum al 4 per cento. Ebbene nel caso noi non riuscissimo a dar vita ad una alleanza e ci dovessimo presentare da soli sarà facile per i nostri “avversari” dire che il voto al nostro partito è inutile, anzi dannoso perché se non raggiungiamo il quorum sottraiamo voti al centrosinistra e se sottraiamo voti al centrosinistra favoriamo, di fatto, il centrodestra. È una obiezione tremenda, è un ricatto, ma noi dobbiamo aver ben chiaro che se, dopo i forti successi nelle elezioni europee e in quelle regionali, dovessimo uscire sconfitti pesantemente dalla competizione elettorale 2006, e non per ragioni politiche ma per una questione di tecnica elettorale, questo sarebbe un rischio grave che potrebbe rimettere in discussione, non certo per noi, ma per molti, la validità o meno della presenza del nostro partito, il suo sviluppo, il suo futuro. La lista arcobaleno è, per molti aspetti, una opportunità da cogliere e sviluppare. Oggi possiamo guardare con maggiore fiducia alla possibilità che questa aggregazione elettorale, che non è ancora ovviamente quella confederazione per una sinistra ampia che è il nostro obiettivo, vada in porto. Il nostro obiettivo è di essere parte viva di questa sinistra italiana e dobbiamo agire perché dalla possibilità di questa alleanza elettorale si creino le condizioni anche per lo sviluppo di quella confederazione che è nel nostro intento. Le condizioni ci sono. E le esigenze sono sempre più oggettivamente valide a fronte di un crescente affermarsi delle posizioni moderate dentro l’Unione. C’è bisogno che la sinistra si faccia valere di più. Anche lo stesso esito delle primarie potrebbe portare qualche correzione all’atteggiamento di Rifondazione. Se Bertinotti nelle primarie non raggiungesse la percentuale che auspica, se fosse sotto quella percentuale probabilmente si riproporrebbero dentro la stessa Rifondazione ripensamenti, riflessioni sulla questione che oggi viene respinta e rifiutata. La lista arcobaleno va pensata e realizzata con intelligenza e grande apertura. Mettiamo in questa lista personalità che possono dare un consenso alla nostra battaglia. Se noi ci presentassimo da soli nella parte proporzionale nessuno dei nostri compagni riuscirebbe eletto. Non abbiamo nulla da perdere, dunque, ma tutto da guadagnare nel costruire liste in cui trovino spazio i nomi di personalità eminenti della cultura e della politica italiana. Le persone alle quali chiederemo di partecipare alle nostre liste, inoltre, vi parteciperanno più tranquillamente per le loro sorti perché nella elezioni politiche non c’è la preferenza e i capilista nelle grandi circoscrizioni sarebbero sicuri di essere eletti una volta raggiunto il quorum. Dobbiamo avere duttilità nel ricercare la possibilità di un largo consenso elettorale, dal quale può derivare un’ulteriore spinta per la confederazione della sinistra. Una confederazione che in molti non vogliono, a partire dai Ds che guardano con preoccupazione alla possibilità che nasca una forza a sinistra in cui noi siamo culturalmente egemoni. D’altro canto anche il Prc – ad oggi – lavora contro la confederazione, perché vuole essere la sola forza a rappresentare la sinistra in Italia. Che tutto questo avvenga, che la confederazione si realizzi, richiede un grande impegno, lo sviluppo di una grande capacità di iniziativa del partito. Ecco perché io sento che la vicenda interna alla vita del Partito che ci tormenta è cosa assurda. Dobbiamo uscirne e credo che da questo Comitato centrale possiamo uscire, non definitivamente ma certamente in modo migliore, rispetto ai nostri problemi interni. L’impegno che abbiamo dinanzi è enorme e io sento e condivido il vostro disagio. Giro per l’Italia e sento il parere dei compagni, dei militanti, gente che non sa nulla dei nostri tormenti, che non ne vuole neanche sentire parlare perché sa – forse meglio di tanti di noi - quale sia la posta in gioco. Il disagio, il tormento dei compagni è anche il mio disagio, il mio tormento. Anche io mi voglio richiamare al Poeta: “Nati non fummo …”. Sì, cari compagni, non siamo nati per dividerci su queste cose, ma per portare avanti la nostra politica, per vincere le elezioni, governare il Paese e ricostruire la sinistra. Pensate a quella che era l’origine della nostra iniziativa, quando dopo Rimini demmo vita ad una formazione comunista. Poco tempo dopo raggiungemmo l’8,7 per cento. Non dimenticherò mai quello che ci diceva uno dei fondatori della nostra impresa, Lucio Libertini; a quanti tra di noi guardavano con soddisfazione i primi risultati elettorali sosteneva: “non ne voglio neanche parlare, non conteremo nulla fino a che non avremo percentuali a due cifre”. Ed eravamo proiettati verso quella meta, saremmo diventati una vera, ampia sinistra italiana. forse una componente fondamentale della sinistra europea. È il nostro sogno che è stato travolto da Bertinotti. È questa grande intuizione che è stata ferita. Dobbiamo ricostruirla. Siamo nati per questo, per dare al nostro Paese questa realtà.
Allora basta con queste storie inaccettabili e deprecabili. Io condanno là dove possono essersi manifestate campagne che possono in qualche modo indebolire l’immagine del segretario del nostro partito. Il segretario del nostro partito è Diliberto. Sei tu il segretario, Diliberto, e dovrai restare a lungo il segretario del nostro partito, e dovrai contribuire con la tua capacità, la tua intelligenza, la tua dedizione a far progredire e avanzare questo nostro partito. Respingo fermamente ogni possibilità di incrinare questo suo ruolo. Voglio dire anche che in questo nostro partito non c’è e non ci sarà un “dejà vu”. L’ho proposto io il compagno Diliberto e sono lieto di averlo fatto. È il segretario che volevamo e ce lo vogliamo tenere stretto. E voglio anche dire, compagni, che, semmai, si può fare a meno del presidente, di questo presidente. Io lo so, perché non sono ne sordo ne cieco, so che viene detto, e viene detto dall’interno del partito, che all’esterno questa figura sarebbe ingombrante per la sua storia comunista, per le sue idee di comunista. E so che al nostro interno c’è chi ne soffre, di avere un presidente che - al di là delle norme statutarie che sono scarne e scarse sui suoi poteri - vuole sapere, vuole conoscere, vuole essere coinvolto, vuole compartecipare alla direzione e alla gestione del nostro partito. Se questa presenza e per ragioni interne e per ragioni esterne fosse di impedimento a realizzare lo slancio del partito, basta un minuto perché Armando Cossutta lasci ad altri il suo posto. Si può trovare facilmente un presidente del partito, ma fin tanto che io sono presidente voglio poter esercitare, come meio diritto e come mio dovere, quello che comunque farei anche se non fossi presidente, e cioè poter parlare, dire la mia, sostenere le mie convinzioni, quelle antiche, quelle recenti e quelle che verranno, e a battermi per quello che io considero mio compito essenziale: la difesa forte della moralità politica del nostro partito. Battermi con lealtà e con trasparenza per il rispetto delle regole, senza le quali è difficile – è impossibile - garantire la vita democratica, la trasparenza e la lealtà. Rispettare le regole, anche questo, caro Galante, è parte integrante del centralismo democratico. Può darsi che le decisioni della commissione di garanzia siano criticabili. Sono state criticate, non da me, possono essere criticate. Ma il centralismo democratico esige che quelle decisioni siano applicate. Senza l’applicazione di quelle decisioni c’è l’anarchia della vita di partito, la guerra per bande. Nessuno può sentirsi e mettersi al di sopra, al di fuori delle regole, a partire da chi ha compiti di direzione nazionale. E nessuno può avallare atti in contrasto con le regole. Nessuno.
Io sento la necessità di battermi perché il centralismo democratico sia fino in fondo rispettato. Il centralismo democratico non è fondato soltanto sul voto a maggioranza, ma presume l’impossibilità delle correnti e delle frazioni. Quindi il partito deve lavorare in modo non solo di predicare l’esclusione delle correnti ma in modo di evitarne concretamente la formazione. Quando si manifestano differenze, e tanto più su questioni organizzative e di persone, queste differenze vanno superate con il confronto, con il rispetto reciproco, con il dialogo e con la sintesi. Eventuali differenze non vanno mai considerate come permanenti. È cosa grave, segno di una pericolosa deriva, quando in una riunione di qualunque organismo politico si sa già chi vota a favore e chi vota contro. Questo cristalizza le posizioni e possiamo fare tutte le prediche del mondo – ed io non sono un predicatore, io sono un combattente - ma quelle prediche non serviranno a niente, perché in quel caso le frazioni nasceranno inevitabilmente e sarà un disastro per il nostro partito. Allora tutto questo richiede ed esige dibattito vero, libertà di critica, rispetto del dissenso, democrazia profonda, esige soprattutto collegialità, compartecipazione, corresponsabilità. E dialogo. Anche nella polemica più aspra. Ho vissuto personalmente - nel vecchio Pci - il dramma di cosa vuol dire il dissenso e la situazione che comporta, lo scontro anche aspro. Ma vorrei che per questo nostro Partito, in ogni polemica, in ogni contrasto, si mettano da parte, ad ogni livello, prevaricazioni, arroganze, omertà, intrighi, personalismi, consorterie. E che alla fine di ogni disputa cessino i rancori, che alla fine, come si usa tra comunisti, ci si saluta, ci si stringe la mano, si combatte insieme.










