Diliberto all'Unità: Se si apre ai centristi, la coalizione svanisce
Roma 7 dicembre 2006
di Ella Baffoni
Prodi dice: macché fase due. Se siamo uniti basta il programma dell’Unione.
«Una fase due implicherebbe un cambio del Programma. L’abbiamo sottoscritto solo pochi mesi fa, su quella base gli elettori ci hanno votato. E’ il frutto di un compromesso tra opinioni diverse, ma un buon punto d’approdo, il più avanzato possibile con questi rapporti di forza. Dobbiamo attuarlo. Un esempio: nel Programma non c’è l’aumento dell’età pensionabile, viceversa ci sono sulla previdenza molte cose, a cominciare dalla separazione tra assistenza e previdenza. Se si voleva aumentare l’età pensionabile bisognava dirlo prima.»
Nell’Unione i nodi non mancano, soprattutto nelle questioni etiche. Si è visto con il decreto Turco sugli spinelli come nella vicenda sui Pacs.
«Sui temi eticamente sensibili c’è un ritardo molto forte. Ho la netta impressione che anche i cattolici osservanti abbiano opinioni più avanzate dei loro rappresentanti parlamentari. Il riconoscimento delle unioni di fatto e diritti dei conviventi – assistenza sanitaria, contratto d’affitto in caso di decesso, pensione di reversibilità – sono cose di elementare buonsenso, oltre che di giustizia sociale. Sia pur timidamente nel Programma queste cose ci sono. Prodi dia un segnale, l’Unione dovrebbe essere più decisa. Il riconoscimento delle coppie di fatto non l’ha fatto solo Zapatero in Spagna, ma anche i governi di destra in Francia e Germania; in Europa 17 paesi su 25. La bizzarria di non volerle riconoscere è tutta italiana.»
A Prodi è stata proposta l’istituzione di una commissione etica, un gruppo di esperti in temi etici e sociali. Potrebbe contribuire a sciogliere i nodi?
«Non credo che una questione del genere dovrebbe essere gestita dagli esperti: parliamo di diritti, sono questioni che hanno grande valenza politica. Utile invece la commissione di indagine parlamentare su tossicodipendenze e leggi, proposta dal nostro Luigi Cancrini, che potrebbe superare le diatribe interne tra ministri e pezzi di maggioranza. E accompagnare l’iter legislativo, urgente per cancellare l’infamia della legge Fini-Giovanardi. Così da sapere quanti sono in carcere per quella legge, quanti poi vengano recuperati… nessuno, temo.»
C’è forte incertezza nel quadro politico, in questi giorni, dopo lo strappo di Casini. E c’è chi guarda al centro con qualche speranza di allargamento…
«La destra è in crisi, il suo sistema di alleanze non tiene. Ma non va sottovalutata la forza della destra e di Berlusconi, in particolare. Alle elezioni abbiamo vinto davvero per poco; anche per questo dovremmo fare una politica che parli anche ai ceti popolari che votano a destra, e non sono pochi. Se riuscissimo a dare una risposta sul precariato, giovanile e non, faremmo una cosa giusta e un’operazione politica, parlando a pezzi di società in condizione di grande disagio. Un primo parziale segnale, in Finanziaria, è la stabilizzazione dei precari negli enti locali. Però la nostra maggioranza è già sufficientemente sbilanciata a destra, senza aggiungere anche Casini e l’Udc. Non credo che faremmo un buon servizio all’Unione allargandola sul versante centrista. Si scompaginerebbe il centrosinistra.»
Ma in Senato c’è una difficoltà vera. Per via del senatore De Gregorio, ma anche per il vostro divorzio dal senatore Fernando Rossi…
«Finora in Senato ce l’abbiamo fatta, anche se sembrava impossibile. Il paradosso è che questa maggioranza, perché è molto fragile, è anche molto forte. I voti di scarto sono pochi, ma l’alleanza è compatta. Un conto è tentare di recuperare alcuni casi singoli, un conto è l’annessione di un partito che cambierebbe la natura della maggioranza. Sarebbe un segnale terribile. Oggi votiamo, a volte, proprio in virtù del vincolo di maggioranza. Entrasse l’Udc ciascuno si sentirebbe libero di votare secondo le proprie convinzioni. Una maggioranza a geografia variabile, la fine del bipolarismo.»
Il senatore Rossi è recuperabile?
«Me lo auguro. Oggi è rappresentante del Partito dei consumatori, e fa capire che potrebbe non partecipare al voto. Il ministro Chiti potrebbe fare una chiacchierata esaustiva anche con Nando Rossi. Non credo si prenderà la responsabilità di far cadere il governo Prodi, mandando al governo Berlusconi; nella sua città lo inseguirebbero con i forconi.»
Oggi il ministro Chiti ha discusso con il Pdci della nuova legge elettorale, che dovrà «rafforzare la democrazia dell’alternanza e il bipolarismo». Ma non eravate per il proporzionale?
«Sono un proporzionalista convintissimo, ciascuno deve avere i rappresentanti che ha guadagnato con i voti, come avviene nei comuni. Garantire il bipolarismo vuol dire non favorire il ritorno del centro. Se vi fosse un forte partito di centro, è evidente che dal governo la sinistra verrebbe esclusa.»
Rifondazione ha lanciato la Sinistra europea, nella speranza di raccogliere eventuali diaspore provocate dall’avvio del Partito democratico. E voi?
«Sostengo che si debba riunificare la sinistra da almeno cinque anni, ben prima dell’affacciarsi del Pd. Ds, Prc, noi, i verdi e i tanti che non hanno partito. Quando sento parlare Fassino e D’Alema penso che, più che con Gerardo Bianco, abbiano molto in comune con noi: stesse radici, stessa storia, stessa formazione politica… Rifondazione cerca di allargarsi, noi abbiamo un progetto più ambizioso: una sinistra unita eviterebbe che nel centrosinistra prevalgano sempre più i moderati. Quel che è accaduto al ministro Livia Turco insegna.»













