Una cultura della sicurezza
di Gianni Pagliarini
Napoli 26 gennaio 2007
La conferenza del governo a Napoli rappresenta una svolta in materia di salute e sicurezza; si tratta di un appuntamento che ha tenuto assieme una riflessione di natura culturale sulla centralità del lavoro, sulla sua dignità e sul tema dei diritti accanto ad una riflessione di natura tecnica in merito alla costruzione di una legislazione più efficace.
Aggiungo che il tema della cultura della sicurezza, o meglio, la necessità di costruire una cultura della sicurezza, ha caratterizzato tutti gli interventi che si sono succeduti nel corso della conferenza di Napoli ed è stata richiamata con forza dalle più alte cariche dello Stato, a partire dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Occorre essere consapevoli di un fatto: ci siamo dati un obiettivo ambizioso che, per la sua delicatezza, non può essere affrontato con superficialità. Costruire una cultura della sicurezza, così come definire “buone prassi”, non può prescindere da alcune riflessioni e dalla rimozione di alcuni luoghi comuni. In primo luogo, va detto con chiarezza che l’infortunio sul lavoro non è mai una fatalità, lo si evince dalle caratteristiche, dalle tipologie e dalla dimensione del fenomeno.
Quando il profitto, l’impresa, la produzione, la competizione, arrivano prima del lavoro, del suo valore sociale, della persona umana; cioè quando l’intero sistema sceglie di non riconoscere un valore prioritario al lavoro, alla sua dignità e alla sua qualità come elemento fondamentale per stare nel mercato, decide in qualche modo di “mettere nel conto” anche l’infortunio e le sue drammatiche conseguenze. In sostanza, esiste un nesso forte tra sicurezza e modello di sviluppo, e per quanto possa sembrare incredibile in Italia si muore oggi sul lavoro come cinquant’anni fa, nonostante l’ausilio di nuove tecnologie. Ciò significa che il problema non va limitato all’utilizzo di materiali o tecniche ma al rapporto tra questi ultimi e l’apporto umano insieme alle condizioni in cui il lavoro si sviluppa.
La frammentazione del ciclo produttivo è diventata ormai un modello che produce precarizzazione del lavoro la quale determina a sua volta un aumento esponenziale dei rischi per la sicurezza. Mi riferisco agli effetti della catena degli appalti e subappalti (spesso al “massimo ribasso”) che deresponsabilizza i soggetti contraenti delle attività produttive, produce lavoro nero, sfruttamento minorile e una generale condizione di precarietà.
Esiste infatti un nesso tra infortuni e malattie professionali e sarebbe un errore separarli; così come esiste un legame tra speranza di vita di chi lavora e livello di istruzione, reddito, gratificazioni e riconoscimento sociale. La costruzione di una cultura della sicurezza – voglio affermarlo con forza – passa anche attraverso una riflessione profonda su questi temi e sul loro intreccio.
E ancora, occorre predisporre una legislazione chiara, che sappia mettere in moto realmente percorsi e pratiche improntate alla sicurezza (valorizzando il ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza), superando un limite presente nell’attuale normativa: mi riferisco al suo tratto burocratico cartaceo-certificativo (che tra l’altro ha consentito ad alcuni “operatori del settore” di arricchirsi…) che ha rappresentato uno dei principali ostacoli alla possibilità di incidere davvero sui processi organizzativi del lavoro. Abbiamo bisogno inoltre di una legislazione non tarata esclusivamente sui sistemi industriali basati su grandi e medie imprese; dobbiamo tener conto che il nostro Paese è costituito da un tessuto di piccole e piccolissime imprese, nelle quali è assai complicato applicare il concetto di “regole” ed è difficile per gli enti preposti rispondere alle esigenze della formazione o dei controlli, così come può risultare complicato per i sindacati raggiungere i lavoratori.













