Welfare: Ecco cosa non va nel Protocollo
di Gianni Pagliarini
dal Riformista del 24 ottobre 2007
Per settimane si è discusso di un “protocollo”: dietro ad una parola così burocratica si nascondono i bisogni delle persone e l’impianto di tutele sociali destinate ai cittadini. Penso che la discussione sul welfare inizi da qui: di che cosa abbiamo bisogno, oggi, in un Paese attraversato in lungo e in largo dal “cambiamento”?
La prima misura da adottare è di natura per così dire linguistica: coloro che insistono nel contrapporre i padri, i figli e i loro destini, dovrebbero prendere atto che quella strada è a fondo cieco. Lo affermo con la dovuta forza perché immaginare di scagliare contro il precario di venticinque anni i presunti “privilegi” di chi ha lavorato una vita e usufruisce oggi di 1.000 o 1.300 euro di pensione è francamente inaccettabile oltre che miope. Se siamo tutti d’accordo con la necessità di fare giustizia dei luoghi comuni, occorre innanzitutto riaffermare un principio di solidarietà inter-generazionale.
Qui subentra il merito dei problemi con un annesso quesito: le politiche messe in campo in questi mesi offrono le risposte desiderate? Per chi ha partecipato alla contesa elettorale dalla parte del centrosinistra e si ritrova oggi a dover governare o a sostenere in Parlamento le ragioni della maggioranza, la bussola si chiama programma. E nel momento in cui proviamo a collocare il Protocollo raggiunto tra esecutivo e parti sociali nello scenario più complessivo, è necessario utilizzare quel “patto” sottoscritto da tutta l’Unione nell’aprile 2006 come metro per misurare il distacco tra desideri e realtà. Non si tratta dunque di dare voti o esprimere giudizi sommari; al contrario è tempo di articolare una riflessione pacata e attenta per scavare in profondità nelle dinamiche sociali.
Stiamo ragionando di un Protocollo che su alcuni punti mostra segni positivi (innalzamento delle pensioni basse, nuove norme per il riscatto della laurea, misure in materia di totalizzazione dei contributi per i parasubordinati) mentre su due aspetti significativi appare debole. Sul tema previdenziale continua a prevalere la tesi che agendo sull’innalzamento dell’età pensionabile sia possibile riequilibrare il sistema. In realtà, ipotizzare un aumento di “x” anni prima di permettere l’uscita dal lavoro è ininfluente al fine di risolvere il nostro problema, che riguarda l’inadeguatezza della rendita previdenziale di chi accede alla pensione attraverso il sistema contributivo. A ciò vanno aggiunti aspetti tecnici per nulla secondari, enunciati da anni e mai concretizzati: mi riferisco alla separazione tra assistenza e previdenza, all’armonizzazione delle aliquote contributive, alla riorganizzazione e razionalizzazione degli enti previdenziali e all’impossibilità attuale da parte dell’Inps di gestire la previdenza complementare. A questo proposito, se si andasse ad eliminare tale impedimento, l’ente sarebbe in grado di gestire risorse utili alla realizzazione di politiche sociali, ad esempio sul terreno abitativo. In buona sostanza, si tratta di razionalizzare davvero il sistema, dotandolo di maggiore trasparenza, favorendo nuove entrate e aumentando i rendimenti.
Il secondo aspetto su cui il Protocollo è carente riguarda il precariato. Il nodo cruciale è rendere il mercato del lavoro propedeutico ad uno sviluppo di qualità. Si intrecciano qui le politiche economiche e le applicazioni legislative: oggi una parte del mondo del lavoro, gli “atipici”, è esclusa da basilari diritti costituzionali (dalle ferie, alla malattia, alla maternità) ed è necessario quantomeno concentrarsi sull’eliminazione di alcune anomalie peculiari del nostro Paese, prima fra tutte l’esistenza della forma di inquadramento “parasubordinato”. Oggi in Italia circa un milione e mezzo di persone sopravvivono (si fa per dire) con un reddito lordo annuo di 8.400 euro. Da condizioni di lavoro così scadenti non può nascere alcuno “sviluppo”, così come da un pacchetto normativo (la legge 30) che prevede fino a 47 tipologie d’impiego non può che trovare ragion d’essere la logica che punta a trasformare il lavoratore in una variabile dipendente alla mercé dell’impresa.
Il Parlamento è perciò chiamato ad una riflessione profonda che parte da un principio: rimuovere le ingiustizie significa voler bene al Paese aiutandolo a trovare la via del futuro.










