COMITATO CENTRALE 23/24 OTTOBRE
Le conclusioni del segretario Oliviero Diliberto
Roma, 24 ottobre 2004
Mentre noi svolgiamo questa importante discussione, gli elettori del Mugello, proprio in queste ore, stanno manifestando il loro consenso elettorale. Vorrei a nome di tutti augurare un grande "in bocca al lupo" al nostro organizzatore nazionale, Severino Galante.
Abbiamo affrontato temi oggettivamente molto difficili. Li abbiamo affrontati con maturità, testimoniando una crescita costante del gruppo dirigente collettivo. E' motivo di grande soddisfazione vedere tantissime compagne del Comitato centrale che intervengono e contribuiscono all'elaborazione collettiva. In conclusione di questa impegnativa sessione, credo di poter dire che il momento di difficoltà, evidente nella riunione del Comitato centrale di fine giugno, è alle nostre spalle. Una difficoltà peraltro paradossale perché venivamo da un risultato elettorale positivo, di crescita e consolidamento.
La fase attuale è complessa. Hanno fatto bene i compagni a ricordarlo, perché il tema della democrazia ed il rischio di eversione non è soltanto responsabilità della destra. Siamo in presenza del più classico dei sovversivismi della classe dirigente, per usare una vecchia espressione gramsciana, ma non c'è dubbio che i germi della sindrome "dell'uomo solo al comando" e delle assemblee elettive intese come un impaccio per la governabilità sono stati introdotti sin dai primi anni novanta dallo stesso centrosinistra. L'ubriacatura per l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti dei consigli provinciali e regionali; l'idea che una volta eletti con investitura popolare costoro non dovessero avere consigli con poteri forti; l'idea che i partiti fossero un impaccio; lo spostamento dal proporzionale al maggioritario, nascono non a caso nel momento dello scioglimento del PCI. Le cose si tengono: la fine del sistema dei partiti, lo scioglimento del partito comunista e la deriva occhettiana che cavalca la spinta referendaria di Mario Segni, la legge 142 sui comuni sino ad arrivare al tema degli statuti regionali, trattato ieri da Valente, il segretario delle Puglie, e poi da De Angelis e da Maranta.
Abbiamo tenuto, qui a Roma, un importante convegno proprio su questo - i materiali saranno pronti a breve - con autorevolissimi interventi. Giovanni Ferrara, Giuliano Vassalli. Il tema è connesso allo scardinamento dello Stato-nazione, all'idea del titolo V approvato a maggioranza risicata dal centro-sinistra nella scorsa legislatura. È un problema di democrazia, di concezione della democrazia, su cui oggi timidamente il centro-sinistra comincia a fare autocritica.
Il centro-destra si è inserito in questo solco. L'idea della governabilità nasce negli anni 80 con un signore che si chiamava Bettino Craxi. La governabilità come valore che va al di là della rappresentatività, al di là del ruolo dei consigli che a tutti i livelli, sino al parlamento nazionale, sono espressione della democrazia. Ed è connessa con l'altro disegno pericolosissimo degli sbarramenti nelle leggi elettorali. In Sicilia è già stato approvato lo sbarramento del 5% per l'Assemblea regionale, per la provincia e per i comuni. La battaglia referendaria è in corso, ma saremo obbligati, se il referendum non passerà, ad allearci con altri partiti, a fare la confederazione. In Sicilia, ad un certo momento, per fare una cortesia a Rifondazione hanno provato a scendere dal 5% al 3, che avrebbe penalizzato noi, i Verdi, la lista di Leoluca Orlando, i socialisti. Siamo intervenuti pesantemente e la soglia è rimasta al 5%. Saremo costretti, ci piaccia o no, a varare liste con altri per non restare fuori dalle istituzioni. Lo stesso pericolo si sta correndo in altre regioni. In alcune sono state varate leggi positive, rispettose, penso alla Toscana, dove la legge elettorale è buona. In altre, con protervia, per esempio in Calabria e in Puglia, si insiste sugli sbarramenti. Non sono proposte, sono vere e proprie esclusioni. Ed io non escludo che laddove dovessero passare misure simili, o almeno in un caso, in una regione simbolicamente scelta, noi si faccia uno strappo a una regola che ci siamo dati, e cioè il centro-sinistra inteso come asse strategico. Una prova di forza. Spero naturalmente che lo sbarramento non si faccia e che il problema non si ponga. Ma se accadesse, non escludo un segnale, a un anno dalle elezioni politiche, di determinazione, scegliendo un'aggregazione diversa dal centro-sinistra.
Ho voluto introdurre esplicitamente questo tema perché l'obiettivo è esattamente quello che tanti hanno detto: far venire meno l'anomalia comunista. Ma cosa ci stanno a fare questi che pensano di essere comunisti, che si battono per il nome comunista? D'Alema, in occasione della presentazione del libro di Cossutta, è stato garbato. Conosco D'Alema da trent'anni e so che quando vuole sa essere infinitamente sgarbato. In quel caso è stato garbato, dialogante, però il vestito che ha ritagliato addosso al nostro partito è stato quello di un partito ortodosso e sostanzialmente residuale. Ha detto che Bertinotti è post comunista e quindi ha ragione Bertinotti. Bisogna cancellare l'anomalia comunista. E' un punto molto serio. Bisogna reagire, e noi reagiremo, perché l'aggressione da una parte o dall'altra potrebbe essere difficilissima da reggere.
Cossutta ha detto giustamente che siamo in una fase di grandi movimenti. La mia metafora sulla nave da corsa intendeva esattamente questo: non possiamo stare fermi. Di volta in volta, a seconda delle condizioni date, reagiremo sulla base della situazione, dei rapporti di forza ed a volte illuministicamente, passatemi l'espressione, anche con qualche forzatura.
Il compagno Maranta da ultimo mi ha chiesto un giudizio su quello che è successo in Campania. Il giudizio è nelle cose dato che io stesso ho concluso la riunione nella quale si è assunto l'orientamento di uscire dalla maggioranza di Bassolino. Non dalla giunta, perché Bassolino non ci ha voluto, ma dalla maggioranza in tutte le istanze della Campania. Lo ribadisco: non potevamo fare diversamente, abbiamo fatto bene. È stata una scelta obbligata, ma giusta. Questo non significa affatto che quella scelta metta in discussione la nostra linea del congresso, e cioè la politica delle alleanze. È esattamente il contrario. Lo ha detto uno come De Mita: le alleanze vanno rinegoziate su basi diverse di contenuti e di pari dignità. In Campania esiste un problema concreto di democrazia. Con la nostra scelta abbiamo messo in difficoltà Rifondazione tanto che alla fine, dopo la vicenda di Acerra, è dovuta uscire dalla giunta, che pure aveva sempre acriticamente appoggiato. Che il candidato alle regionali sia ancora Bassolino o un altro, non sarà ininfluente. Il mio auspicio è che sia un altro. Ma se sarà ancora Bassolino cercheremo di rinegoziare l'alleanza su basi diverse.
Questa linea di attacco è l'unica che può consentirci non di sopravvivere, perché sopravviveremo comunque, ma di affrontare i problemi che i nostri ceti di riferimento ci chiedono. Per questo abbiamo bisogno di un intenso lavoro culturale dentro al partito e di una battaglia delle idee fuori dal partito. Certe cose possono essere molto complicate da spiegare. Quando se ne parla, anche nelle sezioni, scattano meccanismi semplicistici, che sono poi le reazioni normali della gente normale: hanno rotto l'alleanza… Nel Mugello, dove sono stato venerdì, mi dicevano: "Mi raccomando, dì a Roma che non rompano, state uniti, non litigate". E' una cosa da non sottovalutare, rappresenta un problema reale, concreto. E' necessaria una grande maturità ed un grande equilibrio nel coniugare la tensione unitaria, che resta l'asse fondamentale del partito, con quella che all'ultimo congresso abbiamo definito la competizione. Ogni volta che muoviamo una critica al centro-sinistra, dobbiamo immediatamente aggiungere o premettere l'ispirazione unitaria. Questo vale oggi che siamo all'opposizione, ma varrà soprattutto domani se e quando ci sarà un governo di centro-sinistra.
Nei territori dove esserci un impegno maggiore di quel che c'è stato finora sui temi reali della vita della gente. C'è inerzia, anche se non ovunque. Ha ragione Tibaldi: ribadiamo costantemente la centralità del lavoro, l'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori è stata eccellente, ma vorrei sapere quante firme abbiamo raccolto per l'abrogazione della legge 30 o della riforma della scuola della Moratti. Poche, pochissime. E questo è responsabilità dei gruppi dirigenti locali. Tutti voi incalzate la segreteria e la Direzione del partito sui temi del lavoro. Benissimo, ma è da giugno che sono a disposizione i moduli per raccogliere le firme. Invece di discutere su chi sarà il prossimo consigliere regionale, facciamo qualche banchetto in più. E' così che cresciamo. La mia non è una considerazione moralistica, è una considerazione politica. Ed anche il giudizio sui gruppi dirigenti va fatto sulla base dei risultati. So bene che in alcune federazioni si sono raccolte alcune migliaia di firme. In una sola federazione se ne sono raccolte un paio di migliaia. Ma in quante altre?
Il tema del referendum sulla legge 30, avanzato da Frosini e ripreso da Strambi, è affascinante. Chiudendo l'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici ho detto che sono interessato ad un referendum abrogativo della legge 30. Ma dobbiamo essere responsabili e dirci la verità. O anche la Cgil raccoglie le firme o noi da soli non ne saremo in grado. Su questo chiederei ai compagni che si occupano dei problemi del lavoro, compagni sindacalisti che stanno svolgendo un egregio lavoro, di sondare le principali organizzazioni di massa, a iniziare dalla Fiom, per vedere se ci sono le condizioni. Niente è peggio di una azione avventuristica. Sul merito siamo d'accordo. Ed è ragionevole pensare che se si vinceranno le elezioni il governo di centro-sinistra, incalzato dal pericolo referendario abrogativo, cambierebbe la legge 30 in maniera radicale. Sarebbe quindi un grande risultato. Ma prima di ogni decisione occorre sapere se esistono le condizioni per lanciare la campagna. Se ci sarà l'assemblea proposta da Asor Rosa, si vedrà se è possibile costruire un fronte ampio per il referendum sull'abrogazione della legge 30. Ma intanto impegnamoci perché le nostre federazioni raccolgano le firme per una petizione popolare. Lo stesso dobbiamo fare sulle grandi questioni sociali. Per l'11 e il 12 di novembre è previsto lo sciopero generale dell'università. Per il 15 di novembre quello della scuola di ogni ordine e grado. Ci saranno manifestazioni. Noi dobbiamo essere presenti, visibili. Si tratta di problemi che riguardano le famiglie italiane, la gente normale: il lavoro, la scuola, il salario. Temi che devono diventare patrimonio irrinunciabile non del segretario del partito, ma di tutte le nostre organizzazioni. Non ne parla più nessuno, siamo rimasti gli unici. E lo stesso vale per il ritiro dei militari dall'Iraq. Mercoledì si andrà alla discussione in aula sulla mozione. Se non verrà cancellata la dizione "in questo contesto", noi presenteremo una nostra mozione alternativa.
È su questi contenuti che vorremmo fare la Confederazione. Non c'è alcuna spinta politicista. Serve qualcosa di più grande dei Comunisti Italiani per far pesare queste questioni. Questo è il senso politico della Confederazione: mettere insieme tutti coloro che sono "sinistra".
Asor Rosa non è comunista. Ricordava Pestalozza che è stato uno dei sostenitori della svolta di Occhetto, ma proprio per questo motivo è doppiamente importante la sua proposta. Serve a costruire un consenso più largo di quello dei soli comunisti italiani: intellettuali, sindacato, girotondi... La Confederazione è oggetto di una battaglia politica e dobbiamo spenderci e batterci con tutte le nostre energie.
In questo quadro le primarie sono state buttate come una mina vagante in mezzo ai nostri piedi e non solo ai nostri. Penso in particolare ai Ds. Ringrazio tutti quelli di voi che mi hanno chiesto di candidarmi. Io ribadisco la mia opinione: Bertinotti non può essere il solo candidato della sinistra. Si possono immaginare personaggi autorevoli. Se però non li troveremo, sono pronto a candidarmi, e sapete bene che non ci tengo affatto. Non mi sarei immaginato di dover discutere di una sciocchezza come le primarie, che fra l'altro rischiano sul piano costituzionale di aprire una voragine. Perché cambiano la Costituzione materiale. Tutti dicono che il candidato è Prodi, però poi si candidano. Solo questo mi spingerebbe a non candidarmi.
Ma torniamo alle questioni politiche. Propongo che sulla Costituzione europea si riunisca, quando sarà necessario e sulla base di una istruttoria, la direzione del partito. Rizzo ha giustamente ricordato che la Costituzione europea non è emendabile. Ma quando saremo chiamati a votare dovremo decidere se votare sì oppure no. Ribadisco tutte le considerazioni che ho svolto nella relazione introduttiva, ne discuteremo, possiamo immaginare percorsi parlamentari che consentano una differenziazione da una parte e dall'altra: né tra coloro che dicono evviva la Costituzione europea, né tra coloro che superficialmente vogliamo buttarla a mare. E' una discussione che va istruita. I compagni dovranno leggerne almeno i punti salienti, in modo che non si determini una vulgata fondata sulla cultura orale. Si tratta di tematiche strategiche, perché è del tutto evidente che a parte la Cina, che può diventare, per certi versi già lo è, un contraltare al potere degli Stati Uniti, non c'è altro possibile contraltare all'Europa.
Infine, sul partito. La scadenza delle elezioni regionali è per certi versi la più difficile in assoluto. Tradizionalmente per noi è complicato trovare nei territori candidature in grado di esercitare una competizione vera con gli altri partiti che si presenteranno. Quando nella relazione dicevo: tutti in lista a portar voti, intendevo esattamente questo. Dobbiamo costruire liste forti, in relazione alla nostra dimensione come ovvio. Alle europee abbiamo presentato liste che in alcune circoscrizioni erano di gran lunga migliori di altre, liste molto aperte. Non dobbiamo avere paura dell'apertura. Credo di conoscere piuttosto bene il partito e capisco le preoccupazioni: il partito non è un tram, non si arriva all'ultimo momento... Mi permetto di ricordare che nelle passate elezioni regionali abbiamo candidato tutti compagni di provata fede. Dopo di che in Emilia Romagna su due compagni eletti uno se n'è andato il giorno dopo. Fatti analoghi sono successi in Umbria. Non volevano pagare la quota al partito. Recentemente in Piemonte, per motivi politici in questo caso, se n'è andato l'unico consigliere che avevamo. In tutti questi casi si trattava di compagni fondatori del partito. Alle europee invece abbiamo presentato molti indipendenti: uno, il compagno Guidoni, è stato eletto ed ha preso la tessera del partito. Altri indipendenti non sono stati eletti ed hanno preso la tessera del partito, come ad esempio Luigi Cancrini. Gino Barsella, ex missionario comboniano, vuole continuare a collaborare con il partito. Bassam Saleh, il palestinese che avevamo in lista, farà parte della delegazione ufficiale del partito, guidata da me e da Venier, che andrà in Siria ed in Libano nel mese di novembre. Bebo Storti, l'attore, altro indipendente, ha chiesto di essere messo nuovamente in lista per le regionali della Lombardia perché condivide il nostro progetto politico e vuole continuare a lavorare con noi. Il problema non è chi arriva, il problema è chi sono. E' ovvio che ci vorrà buon senso. Se arriva un lestofante che ha un pacchettino di voti con il quale, viste le nostre forze, rischia di essere eletto, non lo metteremo certo in lista. Ma questo è buon senso. La linea politica è un'altra ed è quella che non bisogna avere paura del nuovo. I fondatori del partito rappresentano il 2% e noi abbiamo ambizioni più grandi. Dobbiamo proseguire su questa strada con grande determinazione, anche scontando scelte dolorose. In Sardegna stiamo andando ad una conferenza regionale di organizzazione lacerante perché lì c'è la paura del nuovo. Questa cosa va stroncata, compagni, lo dico ai segretari regionali, ai segretari federali ed alla stessa segreteria nazionale. Non possiamo essere una piccola nave ancorata nel porto che cerca di difendersi da tutto il resto per mantenere un mediocre potere sul nulla. Questa non è cultura comunista. Chi oggi difende identitariamente un piccolo nucleo non ha niente a che fare con la cultura del Partito comunista italiano, che era esattamente l'opposto. Il Partito comunista è diventato grande quando è diventato il partito nuovo.
Voglio finire ricordando - mi è capitato di farlo con i ragazzi a un corso di formazione - la conferenza di organizzazione del Pci del 1947. Allora il partito nuovo era già stato lanciato da tre anni ed il partito aveva 2.000.000 di iscritti. Togliatti intervenendo alla conferenza di organizzazione disse, cosa che mi colpì molto quando la lessi da ragazzo e che mi è stata di ammaestramento: "Qui tra noi ci sono compagni carichi di gloria che tuttavia si oppongono all'apertura del partito. Questo problema va eliminato".
Sono le cose che mi ha insegnato Armando Cossutta. Innanzi tutto insieme a lui, insieme a tutti coloro che ci staranno, io - che certo non sono Togliatti ed il Pdci non è purtroppo il PCI - il problema conto di eliminarlo.










