C.C. 19 E 20 GIUGNO
LE CONCLUSIONI FINALI
Oliviero Diliberto
Roma, 20 giugno 2004
Mi sembra che la linea del partito, quale vi è stata esposta da me a nome della Direzione, sia largamente condivisa. Proverò molto rapidamente, per punti, a mettere in ordine una serie di questioni politiche e organizzative. Anche perché, come è stato giustamente osservato, le elezioni regionali sono vicine e bisogna iniziare a lavorare da subito.
Primo. L'ottimismo, per molti versi incauto, del centro-sinistra sull'esito elettorale si è rivelato sbagliato. È vero che Forza Italia perde rovinosamente, tanto più nelle sue roccaforti, la Sicilia ad esempio, ma è altrettanto vero che complessivamente il governo tiene. E tiene pur avendo, in questi tre anni, combinato molti disastri a livello interno e internazionale, tanto che si poteva immaginare una perdita più consistente. Questo conferma un dato: in Italia vi è da sempre una maggioranza, moderata, quando non apertamente conservatrice.
E' possibile che nel governo continuino le fibrillazioni, è prevedibile che i due partiti che meglio sono usciti dalla competizione, la Lega e l'Udc, premano per far prevalere tesi di segno opposto. È possibile che la malattia di Bossi si prolunghi e la Lega accentui l'opposizione interna al governo. Ma, stando ai dati, la spallata che si pensava non c'è stata.
Questa larga maggioranza italiana, moderata e conservatrice, accentua il bisogno di consolidare e, se possibile, di allargare la nostra coalizione, il centro-sinistra. E lo accentua sul versante dei contenuti, rendendo evidente che alla destra non bisogna concedere nulla. Lo accentua, come diceva Pagliarulo, anche sul lato delle alleanze, basta pensare ai 300.000 voti in più presi dal Nuovo Psi di De Michelis, anche per via del fatto che mancava nelle schede il simbolo dello Sdi. Bisogna avere la capacità di allargare il più possibile le alleanze, per togliere alla destra l'elettorato moderato.
Forza Italia perde e i voti moderati vanno all'Udc: è evidente che il Listone non è in grado di esercitare appeal nei confronti dell'elettorato moderato. D'altro canto è anche ragionevole. Tanto è vero che, rispetto alle prossime regionali, un dirigente della Margherita, un ex democristiano ed ex popolare come Marini, si pone esplicitamente questo problema e dice agli alleati del Listone: dobbiamo presentarci separatamente per prendere più voti.
Il Listone è oggi al centro di un dilemma. Macaluso afferma che si è trattato unicamente di un'operazione elettorale. I Ds invece tendono ad accentuare l'operazione politica legata al Listone. D'Alema ed i suoi uomini dicono: andiamo avanti su questa strada. Dal loro punto di vista è comprensibile. Una volta inglobati i vecchi popolari, un Ds può diventare il capo dello schieramento. Presi da questo disegno, già pensano a mettere in discussione Prodi, o comunque ad indebolirlo: e ciò anche per fare una cortesia a Rifondazione, per evitare - ancora una volta lo ha detto Pagliarulo e lo condivido - che debba tornare sul luogo del delitto con il capo cosparso di cenere.
Bertinotti non lo farà mai. Non l'ho mai sentito fare autocritica, anche quando era palese che stava sbagliando. L'ha fatto persino quando ha fatto cadere Prodi consegnando il Paese alla destra. Ma Bertinotti dovrà tornare sul luogo del delitto. Dovrà accettare Prodi, proprio lui che l'ha fatto cadere. E questo gli italiani non lo hanno dimenticato. L'ottobre del '98 è un evento topico della storia politica di questo Paese, tanto più per la sinistra.
La caduta di Prodi è stata vissuta, essa sì, come un vulnus storico. Il primo governo di centro-sinistra cade per mano di una forza comunista. Noi siamo nati allora, dal rifiuto di quell'atto incosciente per il Paese. Oggi sosteniamo nuovamente Prodi. E non solo perché egli nel '96 ha già sconfitto Berlusconi, ma perché rappresenta una garanzia per tutti, anche per noi.
Secondo: a sinistra del Listone crescono tutti, a parte Occhetto e Di Pietro, un'operazione ibrida di cui ho già parlato nella relazione. Crescono i Verdi, cresciamo noi, cresce Rifondazione. Probabilmente molti elettori Ds non hanno votato il Listone perché vedevano svanire la forza della sinistra. La mia campagna elettorale si è soffermata molto su questo. Ma intanto il dato di tre forze, a sinistra del Listone, che crescono, che non si mangiano voti tra loro, ci consegna una possibilità. Galante lo diceva da ultimo con una battuta: la potenzialità oggi presente è molto importante, molto significativa: è l'ipotesi di Confederazione che lanciamo a tutta la sinistra. Gli elettori di sinistra sono in larga parte d'accordo. Sono i ceti politici, sono i gruppi dirigenti che la rifiutano. Non escludo che qualche resistenza potrebbe manifestarsi anche tra noi. Ma, prima che politica, l'operazione di ricomposizione è innanzitutto di classe. Una nuova soggettività politica come la confederazione è per noi lo strumento di una politica, non è fine a se stessa. Quando Leonesio dice che la Cgil raccoglie 5 milioni di firme per alcune leggi che poi nessuno, in Parlamento, porterà avanti, pone esattamente questo tema. Il nostro partito può farcela da solo? No. Possiamo, da soli, avere una forza contrattuale all'interno del centro-sinistra per chiedere l'abrogazione della legge 30? No. Faremo la nostra battaglia, certo. Ma una cosa è una battaglia condotta da una singola forza che vale il 2,4%, altra cosa è se quella forza si unisce ad altre ed arriva a valere il 15%. E' questa l'idea del progetto politico messo in campo da Giampaolo Patta con il Forum programmatico per l'alternativa di governo e noi l'abbiamo sposata in pieno. Il termine "governo", che Patta ha fortissimamente voluto, indicava questo: trovare un accordo tra un certo numero di forze politiche, forze sindacali, associazioni, movimenti su determinati contenuti e, partendo da questi, spingere più a sinistra la linea della coalizione. Dobbiamo continuare su questa strada.
Quindi: confederazione della sinistra, premendo sui Ds perché rinuncino al Listone, per bilanciare le forze che fanno parte della coalizione: la sinistra da una parte e il centro dall'altro, alleati, ma distinti. Se i Ds insisteranno nella loro strada, la proposta di confederazione resta in piedi e si rivolge a quelli che ci potrebbero stare, compreso un pezzo dei Ds, grande o piccolo che sia. L'idea di Bertinotti di una "costituente programmatica dal basso" non significa nulla. È fumo. Bertinotti ha avuto un buon risultato e vuole tenerselo. Gioca al ribasso, coltiva il suo orticello. Noi dobbiamo incalzarlo, non avendo remore, timori, subalternità nei confronti di nessuno.
Il nostro risultato, come ho detto nella relazione, viene percepito differentemente dai compagni a seconda delle zone di provenienza. I compagni di Pescara lo valutano con tristezza, e noi cercheremo, io personalmente e tutto il gruppo dirigente, di aiutarli anche con un rafforzamento del partito. I compagni dell'Umbria sono giustamente entusiasti. E' normale. Il compito del segretario è invece quello di valutare il risultato complessivamente, ed il risultato è buono.
Vi dico una cosa in assoluta sincerità. È un autentico miracolo essere riusciti a costruire un partito, il secondo partito comunista in Italia. Da una parte ce n'è uno, che non si chiama più comunista, che è una corazzata, i Ds. Dall'altra parte c'è un altro che è comunque più grande di noi. Ed entrambi questi partiti vorrebbero eliminarci. Su di noi c'è stata una pressione che poteva portarci all'annientamento. Ce lo siamo detto tre anni fa, al congresso di Bellaria, quando avevamo l'1,7% delle politiche. Lì non c'era la diversa percezione a seconda delle zone. Lì eravamo tutti depressi e se sei depresso non costruisci.
Come siamo riusciti in questi tre anni ad evitare l'annientamento? Ci siamo riusciti, l'ho detto tante volte, perché abbiamo politicamente valutato che tra noi e Rifondazione non c'era uno spazio "geometrico". Era uno spazio politico tutto da riempire. Noi siamo stati oggettivamente i più unitari e i più leali col centro-sinistra, ma al contempo abbiamo praticato una politica che si poneva, non di rado, sui contenuti, alla sinistra di Rifondazione: sulle questioni internazionali, sull'identità comunista, sulle questioni sociali.
D'altro canto, se Bertinotti vuol fare l'accordo con il centro-sinistra non può più parlare dei contenuti. Per questo dobbiamo continuare mantenendo nettamente il dibattito sui contenuti, continuando la nostra opera di pressione.
Dico ai carissimi compagni che hanno parlato del tema della sobrietà: si può essere sobri e contemporaneamente aggressivi. Le due cose non sono in contraddizione. E' così, d'altro canto, che siamo cresciuti. In un intervento alla Camera ho detto che consideravo il governo direttamente responsabile della morte dei nostri soldati in Iraq. Sapevo di fare un'affermazione molto forte. Sono per continuare su questa strada. Questo non significa diventare come i "disobbedienti"! E' lungi da me, dalla mia formazione culturale e politica, persino dal mio carattere. Ma avverto la necessità di continuare con la nostra pressione per impedire che ci riducano esattamente in quell'ambito geometrico che abbiamo rifiutato: che è piccolo, residuale, nostalgico. E se un domani si dovesse tornare a governare, se sarò ancora il segretario del partito, intendo continuare così, anche rispetto al governo di centro-sinistra.
La grande lealtà che abbiamo manifestato prima ai due governi D'Alema e poi al governo Amato - possiamo dircelo? - non ci ha pagato. Non ci attaccavano, allora, ci trattavano bene, erano gentili. Ma ci hanno dato la miseria di otto collegi alla Camera. La linea che ci siamo dati prima a Bellaria e poi a Rimini va praticata - a mio modo di vedere - senza esitazioni. L'occasione più importante sono le elezioni regionali che si terranno tra un anno e che rappresenteranno l'anticamera del dato politico.
Siamo cresciuti. Ora si tratta di consolidare ed aumentare questo dato anche alle regionali.
Il risultato della mia regione, proprio in proiezione regionale, onestamente mi preoccupa un po'. Nello stesso giorno prendiamo un'ottima percentuale alle europee ed una modestissima alle regionali. Che fare? Avvieremo da subito i lavori per la Conferenza programmatica del Mezzogiorno, utilizzando gli eccellenti materiali prodotti nelle conferenze regionali ed in tanti convegni e studi. Occorre formare, ad iniziare da Crocetta, un gruppo di compagni delle varie regioni che lavorino alla preparazione della conferenza, coinvolgendo anche studiosi, intellettuali. Sono d'accordo con quel che ha detto Giansanti: occorre elaborare alcune idee forza e la Basilicata può rappresentare un laboratorio, anche perché è una delle regioni in cui il centro-sinistra è andato avanti, governa bene ed ha un Pil regionale moto più alto delle altre regioni meridionali.
Mi convince anche la proposta di Chieppa. Considero più che opportuna un'iniziativa nazionale sul declino dell'industria. Penso che dovremmo tenerla a Milano. Lì le elezioni sono andate bene, ma non è successo altrettanto in altre province della Lombardia. Tenere il convegno a Milano può essere un modo per rendere più visibile il nostro lavoro e la nostra presenza in quella strategica regione. Anche in questo caso disponiamo di materiale di eccellente qualità. Penso - un caso per tutti - alla Fiat, dove si è lavorato molto e bene.
Ci sarà inoltre la Conferenza nazionale dei giovani. La prima assemblea nazionale, tenuta a Reggio Emilia, è stata molto bella. Abbiamo gruppi di giovani straordinari in tutta Italia, sono la più grande risorsa di questo partito. E' venuto il momento di dare gambe a ciò che abbiamo chiamato, con un nome glorioso, Federazione giovanile comunista.
Sono inoltre per assumere la proposta avanzata da Torelli: un convegno sulla storia (sul suo insegnamento e sulla ricerca srocia, in una terribile fase di revisionismo), dandogli una valenza nazionale. In questa campagna elettorale si è avvicinato a noi un pezzo di vecchio Pci, tanti intellettuali che guardano con favore, lo dico con un pizzico di presunzione, a questo nostro partito.
Occorre poi pensare, già da adesso, ad utilizzare le feste del partito durante l'estate per lanciare la raccolta di firme per l'abrogazione della legge 30 e della riforma Moratti, proiettando questa nostra azione sul futuro governo. Scuola e lavoro che, insieme alla pace, sono gli assi portanti dell'iniziativa del partito.
Noi sosteniamo il centro-sinistra affinché torni a governare, ma quando tornerà a governare, dovrà abrogare queste due leggi. La raccolta delle firme dovrà dispiegarsi in tutta Italia, dovremo andare alle feste dell'Unità, non solo a quelle di Rinascita, nelle piazze, nei quartieri.
Ancora. I compagni hanno detto che occorre rendere più riconoscibile il simbolo. Sono d'accordo. Non ho ancora idee chiarissime su come fare, ma vedremo, studieremo ogni possibile ipotesi. Ci sono stati tantissimi errori sulle schede che, se evitati, avrebbero aumentato la nostra percentuale. In Sardegna, dove credo di essere più conosciuto che altrove, ho avuto 13.000 preferenze per le europee, ma 2.500 cittadini hanno scritto il mio nome sul simbolo di Rifondazione. E questo è successo un po' ovunque. A Bisceglie, dove anche le pietre conoscono Giovanni Valente, ci sono stati moltissimi analoghi errori. Totò Crocetta, anch'egli conosciutissimo a Gela, ha avuto 1.400 preferenze perse sempre per la stessa ragione. Stiamo parlando di numeri impressionanti.
Infine. Dobbiamo investire sul partito continuando in un'opera positiva già avviata: la costruzione del partito nei luoghi di lavoro. Ho personalmente fatto due esperienze a Roma che giudico molto positive. Una è la costituzione di una grande cellula, 50 compagni, che lavorano nella vigilanza privata. Erano iscritti ai Ds, sono della Cgil, e oggi sono venuti da noi. Sono poi stato all'Alitalia, dove un ancor piccolo gruppo di compagni sta costituendo la cellula del partito. Un fenomeno che sta accadendo un po' ovunque. Una cosa importante, un supporto indispensabile alla nostra linea politica.
Dovremo inoltre avviare una sorta di "registrazione" - uso volutamente questa espressione neutra - dei gruppi dirigenti locali nelle regioni dove la difficoltà alle elezioni si è dimostrata più evidente. Vi sono realtà in cui alcuni compagni fungono - spero comprenderete in senso anche della durezza dell'espressione che impiego - da "tappo", impediscono l'ingresso di altri compagni. Faremo una mappa a livello nazionale, coinvolgendo i gruppi dirigenti regionali interessati, per una registrazione di queste situazioni. Altrimenti il partito non cresce, non si sviluppa. Prendere tutte le iniziative opportune è nostro preciso dovere.
L'altro punto che considero fondamentale è il tesseramento. Mi è capitato di sentire: abbiamo preso molti voti, chi se ne importa delle tessere. No, il tesseramento è di primaria importanza, tanto più dove siamo cresciuti. Se in una città abbiamo avuto consenso elettorale, occorre lavorare perché i voti si traducano in tessere, e quindi in consolidamento organizzativo del partito.
Ultima questione. C'è una unanime condivisione sulla proposta che ho avanzato nella riunione della direzione di ieri, a nome della segreteria, rispetto alle opzioni per gli eletti al parlamento europeo. Galante ha voluto definire la proposta equilibrata, ed io credo che lo sia. Ma perché non rimangano equivoci, cose non dette, dietrologie, voglio fare una puntualizzazione esplicita. Molto esplicita.
Nei giorni scorsi, dopo lo straordinario successo elettorale del nostro partito a Roma, è stato affisso un manifesto. Il manifesto dice: ringraziamo la cittadinanza di Roma per il grande risultato ecc. E' stato giusto farlo. Nel manifesto è scritto "Il partito dei Comunisti italiani di Armando Cossutta e di Oliviero Diliberto". Lo dico con chiarezza: questo non è il partito di Cossutta e di Diliberto. Questo è il partito di Cossutta. E io non vorrò mai che si dica che è il partito di Diliberto, perché ho il senso della misura e delle proporzioni. Perché io, nel 1944, non ero in un carcere nazista. Perché io non ho costruito il partito a Sesto San Giovanni nel dopoguerra. Non sono stato il segretario della federazione di Milano del Pci. Non ho fatto la battaglia, checché ne dica Bertinotti, per la destalinizzazione del partito dopo il '56. Non sono stato il numero due del Partito comunista italiano ai tempi di Luigi Longo. Non ho fondato partiti. Perché una cosa è avere fatto la storia del nostro Paese, altra cosa è attraversarla, quella storia.
La soluzione che abbiamo adottato è unitaria ed in un quadro di allargamento e consolidamento del gruppo dirigente. Nel partito non devono esserci i tifosi, non si sta dalla parte di Tizio o di Caio, si sta dalla parte del partito. Personalmente, come sapete da tempo, non sto neanche dalla parte di Diliberto, che so essere transitorio: e per fortuna, perché vorrei recuperare quanto prima una dimensione di vita un po' meno pazzesca di quello di oggi. Certe cose vanno affrontate da comunisti. Proseguiamo così, compagni.










