Partito dei Comunisti Italiani

Torna la Pantera - di Francesca Scarpato

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Inviato da ufficiostampa 21 Ott 2008 - 11:07

Torna la Pantera

di Francesca Scarpato, responsabile nazionale Università Fgci

Roma 21 ottobre 2008


Assemblee di facoltà e di ateneo, presidi fuori e dentro l’università, sit-in davanti ai rettorati, cortei e manifestazioni, lezioni in piazza, notti bianche, fiaccolate e occupazioni; se non ci fossero le date dell’autunno 2008 in calce agli articoli dei giornali che descrivono il fermento che in questi giorni percorre gli atenei italiani, sembrerebbe di leggere un omaggio alquanto insolito all’anniversario del ’68. Ancora, sembrerebbe la riedizione delle cronache di quella Pantera degli anni ’90 la quale, oltre a essere fuggita da uno zoo di Roma, rappresentò soprattutto quell’imponente movimento che tentò, attraverso le riflessioni politiche e la generosità delle lotte studentesche, di contrastare il disegno di controriforma dell’università italiana che in quegli anni, con l’Autonomia di Ruberti, iniziava a delinearsi e che, successivamente, sarebbe andato ampliandosi.
I legislatori che si sono succeduti negli ultimi diciassette anni, così sensibili ai richiami delle sirene europee e, più nello specifico, di quella strategia di Lisbona che ha impresso un’accelerata all’aziendalizzazione delle università e alla privatizzazione del sapere, hanno ben pensato di continuare a muoversi nel solco di Ruberti: in scia si è messo dapprima il duo Berlinguer-Zecchino, con la riforma del 3+2, poi Moratti, con il nuovo sistema di reclutamento dei docenti, ed è ora la volta di Gelmini. Il taglio drastico dell’FFO – e poiché non bastavano gli 1,5 miliardi della Legge 133, ex decreto 112, ne sono previsti degli altri nella legge finanziaria – evidentemente il più pesante degli ultimi anni, non solo riconferma quel decennale disimpegno dello Stato in materia di politica universitaria, portato avanti con sistematicità sia da governi di centro destra che di centro sinistra; non solo spiega quanto a cuore debba stare al Ministro il proprio dicastero se acconsente, senza battere ciglio, che nel decreto 155, il cosiddetto “salva banche” (con cui si stabiliscono misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio a seguito della grave crisi che ha investito i mercati finanziari), si preveda di individuare tra le risorse da riservare alle operazioni di messa in sicurezza del sistema bancario anche quelle destinate “al fondo ordinario delle università e alla ricerca”; una riduzione così netta fa intuire la portata di un altro provvedimento compreso nella legge 133, e, dunque, la vera natura dell’ennesima controriforma fatta sulla punta di un decreto legge – la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni.
Deposta ogni ambiguità, il disegno risulta infine molto più chiaro; si potrà ora, e finalmente, procedere a riporre nel dimenticatoio termini antiquati quali “servizio pubblico”, “diritto allo studio”, “sapere libero”. Nelle nuove fondazioni, stando alle intenzioni del legislatore, i soldi li caccerà il privato e, assieme a esso, le famiglie di quegli studenti che potranno permettersi di pagare vere e proprie rette. Il sapere sarà affare di poche e pochi. Gli altri se ne facciano una ragione.
È proprio contro l’intenzionalità di privatizzare il sapere una volta per tutte (a patto poi che i privati arrivino per davvero, visto e considerato che negli anni dell’università dell’Autonomia non lo hanno mai fatto e, presumibilmente, continueranno a non farlo); è contro l’idea di uno Stato che considera l’educazione di massa superflua, perché tanto basta garantire la formazione alla classe dirigente, ai suoi figli e a pochi più; è contro uno Stato che non solo si disimpegna per lasciare spazio ai privati, quindi, ma che abdica alle proprie funzioni pubbliche proprio per mettersi a disposizione del privato (ce lo ricordiamo “il comitato d’affari della borghesia”?), che si stanno mobilitando le università in questi giorni e, in esse, gli studenti, i ricercatori, il personale docente e non. Per provare, ancora una volta con generosità, a rimandare al mittente l’ennesima controriforma, che investe pesantemente non solo l’università, ma anche il mondo della scuola. Generosità testimoniata dalle cifre delle mobilitazioni, sia in termini di persone che stanno animando le singole iniziative, sia in termini di università coinvolte.
Un nuovo movimento di massa, per costringere l’Italia a uscire da quel torpore in cui sembra essere completamente sprofondata da aprile, “il mese più crudele”. Un movimento che deve provare a vincere le resistenze che costrinsero la Pantera di nuovo nel recinto, che deve riprendere là dove la Pantera si era interrotta: dall’unificazione delle singole lotte che nel paese si stanno affacciando in questo inizio d’autunno – dal settore della scuola a quello del Pubblico Impiego – dalla convinzione che la battaglia può essere vinta, dalla comprensione che non si può, stavolta, non sconfiggere l’avversario.
Dobbiamo resistere un minuto in più della nostra controparte, in quest’occasione. Questo, e non altro, dobbiamo imporci di fare. E se non ora, veramente, quando?




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